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Merci libere, camionisti forzati

di

Can Tutumlu
Le strade della Svizzera e dell’Europa intera brulicano di automezzi pesanti che trasportano beni di ogni genere fino a raggiungere le 40 tonnellate. Una liberalizzazione delle merci che oltre a portare benessere, come continuano ad assicurare gli esperti dell’“economia aperta”, miete anche delle vittime che si sentono sempre più osteggiate sia dalle autorità che dalle popolazioni locali. Stiamo parlando dei camionisti che ogni giorno attraversano confini e valichi del vecchio continente e che vengono sempre più trattati come «carne da volante». Vengono bloccati ovunque, persino sulle corsie d’emergenza delle autostrade, e lasciati senza alcun tipo di servizio. Area ha incontrato, di giorno e di notte, alcuni dei 5 mila camionisti che quotidianamente varcano la dogana commerciale Chiasso-Brogeda e che hanno voluto raccontare la loro vita da ”forzati del camion”. Una città nella città la dogana commerciale di Chiasso. Una realtà a parte fatta di camionisti frettolosi che camminano decisi con i “fogli rosa” in pugno. Vanno verso gli uffici doganali dove, dal lunedì al venerdì, li aspettano i funzionari che sbrigheranno le loro pratiche. E poi via, ripartono, alla volta delle Alpi svizzere o della vicina penisola per consegnare la merce al cliente della ditta che li impiega. Attraversano veloci il piazzale di cemento che divide l’Italia dalla Svizzera, colmo anche dei loro camion. Uomini «non troppo diversi da altri» al volante dei giganti della strada che incutono timore e rispetto. Qualcuno di loro si ferma al bar appena fuori dal recinto, non molti a dir la verità perché, come dicono loro, «non va bene perdere tempo alla dogana, sennò poi si resta bloccati in Svizzera». Le strade elvetiche sono infatti chiuse al traffico pesante dopo le 10 di sera. Ma questo è solo uno dei numerosi aspetti che coloro che si sono concessi il caffè hanno fatto notare «al giornalista di turno che pensa di capire tutto in un giorno», dice Vincenzo soddisfatto. E aggiunge: «sai mi fa un po’ arrabbiare il comportamento di voi giornalisti che rubate pezzi della nostra vita e li vendete come sacrosanta verità». Alla parola giornalista si alzano occhi guardinghi di altri clienti e una strizzata d’occhio divertita, ma non troppo, da parte dell’oste. «Dicci un po,’ cosa vuoi sapere da noi?» incalza Vincenzo. Dieter, 54 anni, racconta orgoglioso la sua “vita da camionista”. Ha passato 30 anni al volante di mezzi fra le 28 e le 40 tonnellate. Si lamenta che le persone non hanno più rispetto per il suo mestiere: «una volta ero visto con simpatia dalla gente, si faceva attenzione ai camionisti e li si trattava con rispetto». Rispetto, ma anche semplici attenzioni, che molti di loro dicono di non ricevere più. «Siamo diventati carne al volante, ecco cosa siamo. Delinquenti e ubriaconi per i più», commenta nervoso Giuseppe, quarantacinquenne di Caltanissetta. Tempo trascorso nel camion che costa alle ditte di trasporto, ritardi che fanno infuriare (e perdere denaro) coloro che hanno ordinato la merce. Pressioni che si ripercuotono immancabilmente sul camionista. «Mi prenderete per pazzo ma io preferivo quando non c’erano le autostrade, – dice Dieter -– me la prendevo con calma, mi godevo il panorama senza stressarmi. Ora corro per non restare bloccato al tal valico o alla tal dogana». Sfogo che trova il consenso degli altri astanti e che provoca una valanga di racconti e ricordi. «La nostra non è una vita dura per il tipo di mestiere che facciamo, non sollevo pesi personalmente – aggiunge Giuseppe –. La vita mi è diventata difficile da quando mi sento in totale balia delle decisioni altrui». Lì si trova incolonnati alle entrate Nord e Sud del piazzale di Chiasso Brogeda in attesa che qualcuno gli dia il via libera per accedere a posteggi e uffici. «Quando passano quelli della sicurezza e gli chiediamo quanto dobbiamo aspettare non ce lo sanno dire. Nessuno sa niente e noi come mammalucchi nella cabina», commenta una voce del tavolo. Cenni di assenso da parte degli altri e qualcuno aggiunge: «ti capita di stare fermo in colonna, aspetti paziente, giungi al parcheggio, fai le pratiche e poi magari ti vuoi concedere mezz’ora per mangiare qualcosa nel camion. Ma non si può, ti vengono a dire che devi andare via perché intasi il posteggio. Non c’è pace per noi». Li si blocca lungo le autostrade quando il traffico è eccessivo. O ancora sono “dosati” all’entrata della galleria del San Gottardo. Vincenzo si ribella con rabbia alla parola “contagocce”, strategia imposta dalla Confederazione dopo il grave incidente in galleria del 2001 volta a diminuire i rischi di collisione: «mi chiedo a cosa diavolo serve questo contagocce. Specchi per le allodole ecco cosa è. Ti fermano e poi ti fanno partire uno ad uno. Ma dimmi te a cosa serve farci partire decine di chilometri prima dell’imbocco del Gottardo su un’autostrada a due corsie con mezzi che hanno potenza e pesi diversi su una salita al 5 per cento. Ci troviamo alla fine comunque uno attaccato all’altro. La sicurezza a parole, ecco cosa si raggiunge col vostro contagocce!». Inoltre ultimamente li si trova anche sempre più posteggiati di notte sulle corsie di emergenza dell’autostrada ticinese quando le aree per i mezzi pesanti – troppo poche a detta dei camionisti al tavolo – sono piene. «Sai chi è Kafka?» mi domanda Dieter. «Ecco sembra di stare in uno dei suoi romanzi, sono le 10 di sera e un’auto della polizia con i lampeggianti accesi ti dice che per stanotte dormi qui. Ma qui dove? Proprio qui sulla corsia d’emergenza». La cabina dei nuovi camion è ben attrezzata, brandina e frigo non mancano. I previdenti, e coloro che per esperienza si sono scottati, hanno perlomeno un pasto nel frigo. Purtroppo, o per fortuna come dice Dieter, però nei moderni mezzi pesanti non c’è la toilette. «Immaginati di essere fermo in corsia di emergenza – continua Dieter -– non ti resta che mangiare e poi andare a dormire. Uscire a prendere una boccata d’aria non si può, troppo pericoloso. È normale che dopo un po’ ti scappa, non trovi? Ecco a questo punto tu cosa faresti? E poi si lamentano che sporchiamo. Una vita indecente, fatta di regole per le merci ma non per gli uomini». Resta un dato di fatto, e le statistiche lo dicono chiaramente che viviamo grazie al trasporto su gomma. Acqua, bibite varie, cibi, vestiti, mobili, auto e tutto ciò di cui ci serviamo sono beni che sono stati trasportati da un camion. «Noi portiamo tutto ciò che la gente usa per vivere eppure siamo diventati una categoria malvoluta da molti. – dice Jan giovane camionista olandese che era rimasto silenzioso fino ad ora – Non sono un ubriacone e neppure un delinquente. Sono un uomo non diverso da molti altri, faccio un mestiere che mi permette di vivere. Possibile che i politici non si rendono conto che le loro auto di lusso e i loro bei vestiti li abbiamo portati noi?» . Siamo una società che dipende dal trasporto su camion eppure siamo sempre meno disposti a tollerarli. Ad esempio dei 430 miliardi di prodotto interno lordo che la Svizzera crea annualmente ben 190 miliardi sono destinati all’esportazione. Una massa enorme non solo di servizi ma anche di merci che per fruttare devono essere trasportate. «Dovremmo fare qualcosa per far capire alla gente che siamo noi a portare il cibo», dice Vincenzo. La proposta del camionista italiano provoca reazioni contrastanti. Per alcuni uno sciopero è improponibile, «non abbiamo la forza per fare una cosa del genere, dovremmo organizzarci in tutta Europa», mentre per altri un’azione volta a denunciare le peggiorate condizioni di lavoro sarebbe necessaria al più presto. Dieter sorride e dice che sono «le solite conversazioni da bar, che poi una volta nella cabina del mezzo si perdono in un istante». Dieter, l’unico camionista svizzero del tavolo, se la prende con l’associazione padronale degli autotrasportatori (Astag): «vai a chiedere all’oste quante volte ha visto quelli dell’Astag qui a Chiasso, quante volte si sono presi la briga di venire a vedere come si sta qui incolonnati d’estate». «Mai visti qui in 15 anni – interviene il barista –, è davvero scandaloso come tutti se ne fregano delle reali condizioni dei camionisti. Da quando ho questo locale li trovo sempre più stressati e nervosi». «Per me l’Astag è solo un giornalino che mi ritrovo nella buca delle lettere, di persone in carne ed ossa che si occupano di noi finora non ne ho visti», conclude polemico Dieter. Forse il contratto collettivo di lavoro voluto dai sindacati Sei e Fcta e osteggiato dall’Astag potrebbe essere loro d’aiuto (vedi articolo a sinistra). Nel locale sono tutti concordi nel definire degradanti le condizioni in cui vivono la settimana lavorativa i camionisti, sballottati da un posteggio all’altro, fermati in vari punti e gestiti come freddi numeri da smaltire. Vincenzo poco prima di riprendere il viaggio verso Amburgo ci dice dall’alto del finestrino del suo 40 tonnellate: «non stare solo seduto nei bar a parlare con noi, stasera prendi l’auto e fai un giro per il tuo Ticino. Resterai stupito dal numero di camion in sosta nelle aree di servizio. E non pensare che sono vuoti, dentro ci siamo noi che mangiamo e dormiamo, che ci passiamo una vita intera. Dobbiamo stare rintanati nel nostro camion, questo è quanto ci viene concesso». Michele, Luca, Emanuele e Paolo sono quattro camionisti, «ma soprattutto quattro amici», precisano subito orgogliosi. Sono di Venezia e lavorano per una grande impresa che possiede più di 100 mezzi pesanti. Giganti della strada che possono trasportare le 40 tonnellate alle quali la Svizzera, avendo stipulato l’accordo bilaterale sui trasporti terrestri con l’Unione europea, permette di transitare dal 2001 sul proprio territorio. «Avete fatto una pazzia – commentano i quattro amici –, vi siete presi il traffico d’Europa e non siete preparati per farlo. Pensate solo al tipo di strade che avete». Ma non è solo di questo che i camionisti incontrati da area vogliono parlare, preferiscono soprattutto raccontare la loro vita da “casta inferiore della società”. Sono infatti spesso costretti a dormire nella cabina del loro mezzo dove capita perché dopo le 22 in Svizzera non possono più circolare o ancora si trovano a dover posteggiare in zone che non offrono alcuna infrastruttura, se non una toilette, o addirittura vengono ultimamente fermati sulle corsie d’emergenza (senza toilette). Si lamentano anche di essere additati come primi responsabili delle sciagure stradali e di essere tenuti “a bagnomaria” nell’attesa che qualcuno gli dica se possono proseguire il loro viaggio o meno. I camionisti si dicono arrabbiati: «credete davvero che sia l’alcool il problema? Per noi invece è la rabbia di essere alla mercé di decisioni politiche ed economiche che non tengono conto del fatto che siamo essere umani e che abbiamo dei limiti». Alle 10 di sera Michele, Luca, Emanuele e Paolo si sono fermati al posteggio a ridosso di Biasca perché sanno che a Pollegio c’è “la Giovanna”, la proprietaria di un’osteria, disposta ad andarli a prendere in auto. Due sarebbero altrimenti i chilometri da fare a piedi (su una strada di campagna mal illuminata) per raggiungere il primo ristorante e potersi anche concedere una doccia. «Le difficoltà maggiori in Svizzera le abbiamo di sera, sono poche le aree di servizio che offrono qualcosa per noi camionisti – dice Michele appena accomodatosi al tavolo del ristorante –. Quasi sempre ci ritroviamo a dormire in camion senza essere riusciti a farci una doccia e con un pasto improvvisato». I camionisti del ristorante affermano che era meglio per tutti, loro compresi, quando per la Svizzera transitavano al massimo le 28 tonnellate, «si poteva fare Chiasso-Basilea in 4 ore, invece adesso è una lotteria, parti da Chiasso Brogeda ma non sai mai quando arriverai a Basilea. Può capitarti di tutto ormai. Una volta ci ho messo 8 ore ad attraversare il Ticino», commenta Paolo di 32 anni. Sono stati ben 1 milione 165 mila gli automezzi pesanti che nel 2003 hanno varcato il confine dalla dogana commerciale di Chiasso. Cifre impressionanti che confermano le sensazioni dei camionisti che fanno notare che il traffico pesante sul territorio elvetico è cresciuto molto. Emanuele, a sentire questi numeri, commenta ironico: «chissà quanti bei soldoni ci si fa con i camion. Ma siete sicuri che ne val la pena? Oppure siete convinti che chi paga non fa danni e non inquina? Forse io sono troppo realista ma c’è chi sogna troppo». Ci si può chiedere perché non si trasporta su rotaia invece che su gomma. La risposta giunge immediatamente con tono ancor più sarcastico: «credete veramente che i governi europei, compreso il vostro, vogliano davvero portare le merci dai camion alla ferrovia? Gli interessi per restare sulla gomma sono troppo grandi. Finora nessuna ferrovia statale si è seriamente presa la briga di proporre un servizio su rotaia che possa competere con la strada: è il gioco del gatto col topo. Ci sono buone intenzioni sulla carta ma niente di più». Interviene Luca che fino ad allora si era concentrato sul pasto: «l’unico servizio ferroviario che funziona per le merci in Europa è quello della Manica, il Channel Tunnel lo puoi attraversare con un’attesa massima di 20 minuti. Se in Svizzera vuoi prendere il treno ci sono mille difficoltà, ad esempio puoi caricare solo la sera». I camionisti presenti attraversano la Svizzera per raggiungere le mete più disparate: «io porto dei divani destinati a un supermercato londinese, spero di tornare a casa per venerdì», dice un camionista francese del tavolo accanto. Michele denuncia i giri che fanno le merci prima di essere vendute: «il mio mestiere consiste nel trasportare ciò che il cliente vuole ma a volte resto davvero a bocca aperta. Una volta mi è capitato di portare delle pecore dall’Italia all’Inghilterra dove sono state tosate. Poi sono state trasportate fino in Polonia per essere macellate e infine, tornate al punto di partenza, per essere vendute sul mercato italiano. Cose da non crederci, per forza che il traffico continua ad aumentare». Anche i colleghi presenti raccontano storie analoghe ma si suggeriscono a vicenda di «non pensare troppo che può far male…». La discussione si sposta sul lato ambientale, «i camion? Per forza che non piacciono, inquinano, fanno rumore e intasano le strade. Non piace neanche a noi averli sull’uscio di casa, possiamo capire la reazione della gente, ma non devono prendersela con noi autisti. Noi portiamo solo quello che ci vien detto di trasportare». Tensioni che i camionisti vivono sulla loro pelle: «tutte queste pressioni su di noi hanno portato anche a un disgregarsi di quel senso di appartenenza che fino a pochi anni fa ci legava, noi camionisti di tutta Europa. Sono sempre più frequenti i casi di tafferugli perché siamo tutti incolonnati e c’è chi vuole fare il furbo. Motivi futili e piccoli sgarbi che provocano violenze inutili che mi fanno diventare malinconico solo a pensarci», – dice Luigi con amarezza. Tensioni che, a detta dei presenti, si ritrovano anche nelle politiche che i diversi Cantoni mettono in atto: «ad esempio Uri da un momento all’altro ha cominciato a farci pagare la sosta notturna nei posteggi del loro cantone, 10 euro. Ci chiediamo per cosa visto che non ci viene fornito alcun servizio. Abbiamo l’impressione che quelli di Uri ce l’hanno con Berna e la fanno pagare a noi», commenta un camionista svizzero. Michele rincara la dose: «una volta quando nevicava Uri si precipitava a spazzare subito le strade. Ora se la prendono con comodo e si muovono con una lentezza sospetta. A volte aspettano semplicemente che la neve sia troppa e poi chiudono le strade, alla faccia delle politiche di trasporto di Berna. Ma le prime conseguenze di queste tensioni le subiamo noi, fermati e incolonnati al portale sud del Gottardo e trattati come l’ultima ruota del carro». A chi chiede loro se le pressioni non vengono anche da parte delle ditte rispondono che in effetti anche le loro imprese si fanno sempre meno accomodanti ma notano anche che gli abusi maggiori avvengono soprattutto nelle piccole ditte che spingono i propri impiegati a viaggiare sul filo della legalità cascando spesso anche dalla parte sbagliata (confronta articolo a lato). Avendo meno risorse e meno trasporti da effettuare ogni viaggio diventa fondamentale per il risultato delle piccole ditte e le loro pressioni sugli autisti crescono. I camionisti nel locale si dicono anche preoccupati per un fenomeno crescente di mancata professionalità da parte di molti improvvisati autisti dei paesi dell’Est europeo assoldati dai «capetti di turno» perché disposti a tutto. «È la miseria che porta questa gente a guidare per ore e ore senza fermarsi, con la promessa di consistenti premi per arrivare sempre più in fretta dal cliente. E tutto questo a scapito della sicurezza del camionista e degli altri utenti delle strade», precisa Paolo. È tardi e i camionisti veneti vogliono andare a riposare, “la Giovanna” li accompagna ai loro camion. Prima di uscire dal locale preoccupati si chiedono a vicenda «ti ricordi se ho acceso il riscaldamento? Sennò stasera congelerò in brandina».

Pubblicato

Venerdì 26 Marzo 2004

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