Nel bellissimo "Prospettive economiche per i nostri nipoti" del 1930, il grande economista John Maynard Keynes scriveva che il futuro potrebbe liberare l’umanità dal bisogno dell’accumulazione del capitale così che, a quel punto, la distribuzione del reddito potrebbe non dipendere più dagli "sgradevoli e ingiusti" principi "dell’avarizia e dell’ingordigia". Ma fino a quel momento — concludeva il "grande borghese" — bisogna "fingere con noi stessi che il giusto è sbagliato e lo sbagliato è giusto". In altre parole, anche se si è d’accordo sulla necessità di perseguire l’obiettivo dell’uguaglianza, è difficile trovare il modo di realizzarlo senza far venir meno gli incentivi della crescita economica e dell’accumulazione del capitale. L’arte consisterebbe nella ricerca degli strumenti (mezzi) da utilizzare per ridurre le ineguaglianze (fine). In una recensione su "Il Sole 24 Ore", Giorgio La Malfa si chiedeva se, forse, "bisogna utilizzare le politiche di sviluppo e non le politiche di redistribuzione come strumento per ridurre le ineguaglianze che il mercato di per sé tende a provocare". Solo i più estremi liberisti sono ancora disposti ad affermare che il mercato realizzi automaticamente una qualche forma di giustizia distributiva. Chi, invece, è interessato a un funzionamento accettabile delle società contemporanee, diciamo dalla sinistra al centro, sa che non è possibile avvicinarsi all’obiettivo dell’eguaglianza senza l’azione politica. I problemi sono almeno due: quali sono i criteri in base ai quali si definisce l’eguaglianza che si persegue (eguaglianza dei redditi, delle opportunità, dell’accesso ai servizi, delle "capacità di benessere"), e come evitare che l’efficienza nell’impiego delle risorse disponibili non finisca col prevalere sugli obiettivi di equità. Politica al primo posto, insomma, ma politica di sviluppo prima ancora che di redistribuzione della ricchezza creata. Il che, nell’economia globale di oggi, comporta la scelta di obiettivi di sviluppo regionale, cioè la valorizzazione delle risorse locali in un contesto di competitività internazionale. Ma è inutile eludere il nocciolo della questione, cioè il fatto che una politica di sviluppo (locale) in un contesto globale presuppone una forma di governo politico che realmente rappresenti questa scelta, dove per "realmente" si deve intendere che gli interessi di soggetti-cittadini diversamente collocati nella società concreta siano rispettati sulla base di un progetto di società. In caso contrario, nel caso di un governo di rappresentanza fasulla (come quello attuale), la forza micidiale del mercato finirà per prevalere anche sulle "illusioni" più dure a morire.

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06.07.01

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