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Meno stranieri non è la soluzione

di

Veronica Galster
La disoccupazione continua a crescere in Svizzera. C'è chi pensa di risolvere il problema limitando il numero di lavoratori stranieri sul territorio, una misura inutile secondo altri.

Anche novembre ha registrato un aumento della disoccupazione in Svizzera che, rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, è cresciuta del 52,3 per cento. Le previsioni per il 2010 non sono rassicuranti: le stime parlano di più di 200 mila disoccupati, e la Confederazione deve correre ai ripari. Secondo alcuni politici, la libera circolazione delle persone favorirebbe la disoccupazione (seguendo la logica che meno lavoratori stranieri corrispondono a più posti di lavoro per gli svizzeri) e l'Udc chiede che sia denunciato l'accordo stipulato con l'Ue.
Il Consiglio federale, dal canto suo, ha deciso ad inizio dicembre che dimezzerà i contingenti per lavoratori provenienti da Paesi non membri dell'Ue e dell'Aels per il 2010. Valuterà inoltre, nella primavera 2010, la necessità di ricorrere alla clausola speciale di salvaguardia degli accordi bilaterali (alla prossima scadenza possibile, cioè il 1° giugno 2010).
L'economista dell'Unione sindacale svizzera (Uss), Daniel Lampart, ritiene però che limitare il numero di lavoratori stranieri in Svizzera sia solamente un placebo, una misura inutile. Questo perché, anche a causa dell'aumento della disoccupazione, i lavoratori stranieri stanno già diminuendo "spontaneamente" e quasi sicuramente non raggiungeranno la soglia prevista per far sì che i contingenti possano essere reintrodotti anche per la manodopera proveniente dai paesi dell'Ue e dell'Aels. Per quanto riguarda il numero degli arrivi di manodopera extra-europea, già oggi non si raggiunge il limite massimo posto dal contingentamento.
Secondo l'economista, applicare alla politica del mercato del lavoro la logica promossa dalla destra non farebbe che aggravare il problema della disoccupazione: «Concentrandosi sulla questione dell'immigrazione – spiega Lampart – non sarà possibile attivare nuove misure efficaci contro la disoccupazione, come ad esempio rinforzare il potere d'acquisto, promuovere la formazione continua o aumentare il numero d'indennità giornaliere in caso di disoccupazione». Se gli Accordi bilaterali I dovessero cadere, diventerebbe più difficile anche applicare gli accordi di libero scambio, e questo avrebbe pesanti ripercussioni specialmente sul settore delle esportazioni, che si trova già in forte difficoltà a causa della crisi.
«In Svizzera, il problema di un aumento massiccio della disoccupazione è iniziato negli anni Novanta a causa della politica congiunturale. - spiega Lampart - In quel periodo, 300 mila persone hanno esaurito il diritto alle indennità di disoccupazione. Gran parte di loro non ha più ritrovato un impiego, mentre un'altra parte ha fatto la spola tra lavori precari e disoccupazione. A ciò si è aggiunto, negli anni seguenti, un degrado delle prestazioni sociali che, con l'innalzamento dell'età di pensionamento per le donne e l'inasprimento nelle procedure per ottenere l'Ai, hanno avuto come effetto collaterale circa 50 mila persone in più da inserire sul mercato del lavoro ». Queste 50 mila persone in più, oltre a ridurre le possibilità d'impiego per i nuovi arrivati nel mondo del lavoro, trasferiscono i costi dall'Avs e dall'Ai verso l'assicurazione contro la disoccupazione. Il grosso problema della disoccupazione crescente non sembrano quindi essere i lavoratori stranieri.
Secondo Lampart, nel 2010 avremmo comunque un aumento della disoccupazione, anche nel caso in cui nessun lavoratore straniero dovesse venire in Svizzera. Per far fronte al problema, le misure da adottare sono quindi altre. «I sindacati sono riusciti a imporre delle misure d'accompagnamento per attenuare gli effetti negativi della libera circolazione – spiega Lampart – nonostante ciò delle lacune sono ancora presenti. Occorre creare una base legale che consenta alle autorità di sanzionare quei datori di lavoro che, non rispettando i contratti normali di lavoro (Cnl), approfittano della manodopera estera per abbassare i salari. Andrebbero anche previsti degli stipendi minimi per quei settori che subiscono una pressione sui salari. Una base legale, quindi, che obblighi il datore di lavoro ad una responsabilità solidale e lo costringa ad applicare i contratti collettivi di lavoro».
L'accordo sulla libera circolazione delle persone, secondo quanto spiegato da Lampart, non rappresenta quindi un ostacolo alla lotta contro la disoccupazione. Occorre però cambiare le basi legali per rendere effettive le misure previste a tutela dei lavoratori ed evitare una "guerra al ribasso" dei salari.


Non sono i frontalieri il problema

In tutto il paese si sta registrando un aumento della disoccupazione e tra i cantoni particolarmente colpiti si trova il Ticino, con il 5,5 per cento (su una media nazionale del 4,2 per cento).

Secondo i dati pubblicati dal Dipartimento delle finanze e dell'economia (Dfe), a novembre la disoccupazione in Ticino è infatti aumentata dello 0,4 per cento rispetto al mese precedente. A livello federale c'è chi ritiene sia il caso di limitare il numero di lavoratori stranieri (vedi articolo sopra). area ne ha discusso con Oscar Gonzalez, dell'Istituto ricerche economiche (Ire) dell'Osservatorio del mercato del lavoro (O-lav).
Gonzalez, la disoccupazione in Svizzera continua a crescere e le previsioni per il 2010 sono tutt'altro che rassicuranti. Il Ticino è particolarmente toccato dal fenomeno. Quanto influisce su questo il fatto di essere un cantone di frontiera? I frontalieri costituiscono una "minaccia" per i lavoratori autoctoni?
Il quadro è molto complesso: non esiste una correlazione diretta tra il numero dei frontalieri e la disoccupazione. Pensiamo, ad esempio, alle industrie manifatturiere esportatrici, le più toccate dalla crisi, dove non diminuiscono solo i lavoratori residenti ma anche i frontalieri. Inoltre, la crisi non tocca tutti i settori e nemmeno tutte le attività all'interno di un settore allo stesso modo. Ci sono infatti imprese che vanno molto bene e che assumono anche frontalieri.
È vero che, a causa della continua terziarizzazione dell'econo-
mia, assistiamo ad una maggiore diversificazione della domanda di personale d'oltre confine, quindi anche in quei settori che fino a ieri occupavano quasi esclusivamente personale residente. Per esempio nelle attività legate al commercio. Quindi, in alcune attività, i frontalieri possono esercitare una concorrenza più accentuata rispetto al passato verso i lavoratori indigeni.
Nonostante ciò, un eventuale blocco dei frontalieri sarebbe pericoloso per molti motivi, persino per l'occupazione dei residenti. Il tasso di disoccupazione potrebbe addirittura essere più elevato, perché se sparissero certe attività o imprese, sparirebbero posti di lavoro anche per gli autoctoni.
L'aumento importante della disoccupazione nel paese ha indotto il Consiglio federale a dimezzare i contingenti per la manodopera estera extra-europea per il 2010 e a voler ridiscutere in primavera gli accordi sulla libera circolazione delle persone. Secondo lei, limitare il numero di lavoratori stranieri potrebbe essere una misura efficace contro la disoccupazione?
Nel nostro cantone, storicamente, oltre il 40 per cento della manodopera attiva è straniera, quindi più di 4 lavoratori su 10 provengono dall'estero. Questi lavoratori stranieri sono in prevalenza frontalieri e stranieri domiciliati (con un permesso C). Due categorie che non rientrano nei contingenti, per cui in Ticino la loro reintroduzione avrebbe un impatto minimo se non nullo.
Le misure di accompagnamento previste con l'entrata in vigore degli Accordi bilaterali sono efficaci e facilmente attuabili?
Sulla base dell'esperienza concreta, le misure d'accompagnamento si sono rivelate efficaci, perché hanno permesso d'individuare situazioni anomale nel mercato del lavoro e di correggerle secondo le regole previste dall'accordo della libera circolazione delle persone. Grazie a queste misure è stato inoltre possibile mettere in luce e risolvere una serie di problematiche preesistenti al processo di liberalizzazione del mercato. Non è però da escludere che l'intensificazione dell'attività di controllo possa portare alla luce ulteriori disfunzioni del mercato del lavoro. È interessante far notare che, paradossalmente, con l'introduzione della libera circolazione delle persone il Ticino si è dotato di strumenti di analisi e d'intervento che prima non aveva.
Quali potrebbero essere le conseguenze, per il Ticino, nel caso in cui dovessero cadere gli Accordi bilaterali?
Penso che difficilmente gli Accordi bilaterali possano cadere. Bisogna ricordare che la libera circolazione delle persone è solo uno di una serie di accordi tra Svizzera e Unione Europea che mirano all'apertura reciproca e alla liberalizzazione dei mercati. Non credo che la Svizzera (e quindi anche il Ticino) abbia un interesse a porre delle barriere commerciali con l'Ue, dato che i nostri partner commerciali più importanti sono Stati che ne sono membri.

Pubblicato

Venerdì 18 Dicembre 2009

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