Lavoro & società

«Lavorare meno per lavorare e vivere meglio tutti». Da anni lo slogan ha preso slancio in Germania, la locomotiva economica europea, grazie alle offensive delle organizzazioni sindacali. L’ultima proposta l’ha messa sul tavolo Ig Metall, la più grande organizzazione sindacale tedesca con 2,3 milioni di iscritti: ridurre da cinque a quattro i giorni di lavoro per scongiurare la soppressione d’impieghi. «Per evitare licenziamenti dobbiamo far lavorare tutti ma di meno», ha dichiarato Jörg Hofman, leader della potente organizzazione dei lavoratori.

 

Nel concreto, in vista del rinnovo contrattuale nell’industria germanica, Ig Metall chiede il passaggio a quattro giorni lavorativi settimanali, con la possibilità di spalmare le 28 ore su cinque giornate. 28 ore perché la Germania già da decenni è all’avanguardia nella riduzione del tempo di lavoro, benché pochi lo sappiano al di fuori dei confini tedeschi.

Dal 1995, l’Ig Metall è riuscita a imporre le 35 ore nell’industria metallurgica, elettrica e del legno, mentre nell’ex Germania dell’Est si lavorano settimanalmente 38 ore. Dalle cinque alle due ore in meno che nell’industria elvetica.


Nel febbraio 2018, un’altra conquista. Dopo settimane di trattative e interruzioni del lavoro seguite da centinaia di migliaia di lavoratori, Ig Metall sigla un accordo con i datori di lavoro che consente ai dipendenti di lavorare 28 ore settimanali per due anni per prendersi cura dei figli o dei genitori anziani, con una limitata perdita di salario. Alla fine del periodo è garantito il rientro a tempo pieno, 35 ore.


Ora Ig Metall tenta un ulteriore balzo avanti per salvare migliaia di posti di lavoro. Licenziamenti di massa non solo derivanti dalla pandemia, ma che vanno a sommarsi alla grave crisi strutturale già in corso nel settore automobilistico tedesco che, tra processo di digitalizzazione e transizione alle vetture elettriche, prevede la soppressione di numerosi impieghi. La recente storia industriale tedesca insegna che negli anni Novanta, un accordo di riduzione a 28 ore settimanali permise di salvare 30mila posti di lavoro alla Volkswagen.


Una proposta controcorrente vista dalla Svizzera, dove ancor prima dell’arrivo del virus, il padronato chiedeva di allungare l’orario settimanale modificando la legge sul lavoro. Nel post- pandemia, la risposta padronale elvetica si limita a licenziare e aumentare il carico lavorativo ai dipendenti. Industria elvetica che preme per il prolungamento dell’intervento finanziario statale a sostegno delle imprese.

 

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In Germania, la conservatrice Angela Merkel ha dichiarato di augurarsi proposte innovative nel mondo del lavoro, perché i sostegni statali all’economia «non sono sostenibili nel lungo termine». La proposta dell’Ig Metall ha aperto un vivace dibattito in Germania. Molti politici si sono schierati a favore, tra cui il ministro del lavoro Hubertus Heil (Spd), mentre sui giornali la discussione è accesa tra intellettuali o esperti economici. Stando ai sondaggi, la proposta sindacale sarebbe sostenuta dal 60% dei tedeschi.

 

Anche perché le notizie di licenziamenti di massa in Germania sono diventate all’ordine del giorno, a cui seguono le notizie delle mobilitazioni operaie organizzate da Ig Metall per contrastarli. Sovente con successo. È il caso del gruppo Zf, fornitore automobilistico, che voleva sopprimere 15mila posti. Nell’intesa raggiunta dopo le mobilitazioni operaie, i tagli sono stati esclusi fino al 2022. Il tempo di lavoro settimanale diminuirà, dapprima grazie al lavoro ridotto statale e in seguito la diminuzione sarà concordata collettivamente. I dipendenti riceveranno almeno l’87% del loro normale salario netto.

 

La produttività aumenta


La proposta Ig Metall di ridurre il tempo di lavoro per far fronte alla crisi pandemica e strutturale del sistema economico, non è l’unica al mondo. Nei media hanno avuto una eco importante le dichiarazioni di due politiche agli antipodi geografici. In Nuova Zelanda, la premier Jacinda Ardern, dopo aver (quasi) debellato la pandemia nel Paese con misure particolarmente stringenti per sette settimane, ha auspicato la giornata lavorativa di quattro giorni per rilanciare l’economia nazionale e incoraggiare il turismo interno.


Dall’altra parte del mondo, in Finlandia, la premier socialdemocratica Sanna Marin ha rilanciato l’obiettivo di una riduzione dalle attuali 8 ore giornaliere a 6, a parità di salario, evocando l’auspicio di poter compensare il taglio con una maggiore produttività per convincere i quattro alleati centristi di governo.


In Francia aveva destato scalpore, in piena pandemia, l’annuncio di Ldlc, azienda specializzata nella vendita di materiale informatico, che dalla prossima primavera introdurrà le 32 ore settimanali a paga identica per i suoi mille dipendenti. Anzi, gli scatti salariali sono già stati garantiti. «Dovremo assumere una trentina di persone per compensare gli orari di presenza alla clientela, per un costo di un milione di euro. La nostra massa salariale attuale è di 40 milioni, quindi un milione in più...» ha spiegato all’emittente nazionale Tf1 Laurent De La Clergerie, Ceo e fondatore dell’impresa. «Certo, gli azionisti riceveranno un po’ meno di utili, ma non ne sono nemmeno sicuro. Se in cambio avremo dei dipendenti felici e sorridenti, sappiamo tutti quanto a un sorriso regalato a un cliente corrisponda un cliente acquisito». La riduzione equivarrà a 3 ore la settimana, perché come diverse aziende francesi, alla Ldlc oggi si lavorano 35 ore la settimana.


De la Clergerie ha dichiarato di essersi ispirato al test praticato in Giappone da Microsoft. Nell’agosto 2019, i 2.300 salariati nipponici del gigante informatico americano hanno lavorato quattro giorni settimanali. Obiettivo del test, valutare gli effetti di una settimana lavorativa corta nell’eventualità di una sua introduzione. Se i dipendenti hanno ampiamente sconfessato lo stereotipo che vuole i giapponesi unicamente dediti al lavoro (il 92% di loro ha particolarmente apprezzato la riduzione), anche Microsoft ha stilato un bilancio positivo dell’esperimento. Rispetto al medesimo mese dell’anno precedente, la produttività del comparto giapponese è cresciuta del 40%.             

Pubblicato il 

08.10.20..
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