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Meno acrobazie tra casa e lavoro

di

Veronica Galster
È un dato di fatto che conciliare attività professionale e vita familiare non sia un'impresa facile. Inoltre, la ripartizione tra lavoro remunerato e non remunerato è ancora iniquamente distribuita tra uomini e donne, cosa che impedisce una reale ripartizione dei compiti nella coppia.

Sono anni che si discute sulla questione della parità, a più livelli, tra uomini e donne, ma a quanto pare siamo ancora lontani dal raggiungimento di quest'obiettivo. Al giorno d'oggi sempre più donne, per scelta o per necessità, sono attive professionalmente e il modello di famiglia nel quale l'uomo porta a casa la paga e la donna si occupa delle faccende domestiche è sorpassato. Anche il tipo di famiglia classica (madre e padre sposati, che vivono sotto lo stesso tetto con i figli), pur restando quello dominante in Svizzera, convive oggi con vari altri tipi di modelli familiari (famiglie monoparentali, nuclei ricostituiti, coppie non sposate, partner che non convivono, ecc.).
Di queste questioni e di come rendere conciliabili lavoro e famiglia si discuterà, tra oggi e domani, all'undicesimo congresso delle donne dell'Unione sindacale svizzera (Uss).
In questo variegato mondo di famiglie e lavoratori, è sempre più difficile conciliare esigenze professionali e famigliari, e spesso sono proprio le donne a farne le spese. Questo perchè sono ancora loro ad assumersi la maggior parte del lavoro familiare non remunerato, e le condizioni del mercato del lavoro attuale non tengono assolutamente conto di ciò rendendo difficile, se non impossibile, districarsi quotidianamente tra le esigenze dell'uno e dell'altro.
Secondo le donne dell'Uss, uno dei mezzi per ovviare a questo problema sarebbe una più equa distribuzione di lavoro remunerato e non remunerato fra i due sessi. Se la donna infatti è colei che dedica più tempo a compiti legati alla casa e alla famiglia, l'uomo è chiamato a dedicare più ore al lavoro remunerato. Questo fa sì che il modello più frequente sia quello in cui l'uomo esercita un lavoro pagato a tempo pieno e la donna a tempo parziale (con le conseguenze economiche e sociali che ne derivano).
In quest'ottica, sommando le ore di lavoro (retribuito e non) di uomini e donne, si arriva sempre ad un totale che va dalle 60 alle 70 ore settimanali ciascuno (a seconda della situazione familiare e dell'età dei bambini).
La proposta delle donne dell'Uss è quella di distribuire diversamente questo totale in modo che entrambi i sessi si possano occupare in modo più equilibrato sia dell'attività professionale che dei lavori legati alla famiglia e alla casa, dividendosi equamente i compiti. Questo, secondo le donne dell'Uss, potrebbe diventare possibile solamente riducendo drasticamente la durata settimanale del lavoro (remunerato), passando ad una media di 30-35 ore.
L'Uss chiede quindi che il discorso sulla durata settimanale del lavoro e sulle assicurazioni sociali venga risollevato, ritenendo inoltre che il lavoro non remunerato debba essere socialmente riconosciuto e integrato nel sistema di protezione sociale.
Oltre a questa questione, il manifesto in 6 punti che verrà presentato al congresso solleva anche problematiche legate da un lato alla necessità di una maggiore sensibilità da parte dei datori di lavoro verso i bisogni famigliari dei propri dipendenti, e dall'altro alla carenza di strutture d'accoglienza extra-famigliare di bambini e famigliari che necessitano di cure particolari (anziani, persone con handicap, ...). L'Uss pone l'accento sull'importanza di istaurare norme in tal senso, sia attraverso il lavoro dei sindacati che dei politici.


35 ore: la Francia insegna

La riduzione dell'orario settimanale di lavoro a 35 ore potrebbe essere un buono strumento per favorire la parità tra uomini e donne. L'esperienza francese però insegna: è utile solo a determinate condizioni.

Le condizioni del mercato del lavoro spingono quasi inevitabilmente le donne a scegliere il lavoro a tempo parziale. Questo perché la logica degli orari di lavoro è rimasta quella di quando a esercitare un'attività remunerata erano quasi esclusivamente gli uomini.
Oggigiorno però, la famiglia formata da un uomo che lavora e una donna che si occupa esclusivamente della casa e dei figli non è più la regola (vedi articolo sopra). Molte donne sono attive professionalmente e spesso devono fare salti mortali per riuscire a conciliare lavoro e famiglia.
Una riduzione generale dell'orario di lavoro a 35 ore settimanali potrebbe essere uno strumento utile per risolvere il problema, come spiega ad area Christiane Marty, del consiglio scientifico di Attac France: «Una riduzione generale dell'orario di lavoro permetterebbe alle donne di conciliare vita professionale e famigliare lavorando a tempo pieno e percependo quindi un salario migliore, con tutti i benefici che ne deriverebbero».
Inoltre Marty, che oggi interverrà al congresso delle donne dell'Uss per illustrare l'esperienza francese delle 35 ore dal punto di vista delle donne, spiega come questa riduzione di orario si giustifichi anche sul piano economico quale misura per aumentare la massa salariale: «Negli ultimi 20 anni, in Europa abbiamo assistito ad una diminuzione globale della massa salariale, sono aumentati solamente i profitti e la loro distribuzione agli azionisti, ma il potere d'acquisto della popolazione è diminuito. Per far crescere la massa salariale si possono fare due cose: aumentare i salari oppure diminuire l'orario di lavoro a livello generale e assumere il personale corrispondente». La logica sarebbe quindi quella di far lavorare più persone per meno ore, migliorando in questo modo anche le condizioni di lavoro.
Forte dell'esperienza francese (dove le 35 ore sono state introdotte da una decina d'anni), Marty mette però in guardia da alcuni rischi che potrebbero accompagnare questa misura: «Il bilancio delle 35 ore in Francia è positivo. Il tempo a disposizione in più è generalmente utilizzato, sia dagli uomini che dalle donne, per passare più tempo con i propri figli. C'è anche stato un leggero aumento del contributo da parte degli uomini alle faccende domestiche. Questo non deve però far pensare che sia stato tutto positivo», racconta Marty, che prosegue spiegando come abbia giocato un ruolo importante il fatto che l'introduzione delle 35 ore settimanali non sia avvenuta con l'obiettivo di raggiungere una maggior equità fra uomini e donne. «Nelle modalità di cambiamento delle imprese, l'uguaglianza tra uomini e donne non è stata presa in considerazione. Questo ha fatto sì che le donne che lavoravano già a tempo parziale non abbiano potuto beneficiare della riduzione d'orario, continuando a lavorare a tempo parziale e senza un adeguamento salariale».
In Francia, i problemi maggiori che hanno accompagnato l'introduzione generalizzata delle 35 ore di lavoro sono stati:
•    un'intensificazione del lavoro, perché è stato ridotto l'orario, ma non è stato assunto nuovo personale (e ci si è quindi ritrovati a dover affrontare la stessa mole di lavoro in meno tempo);
•    una maggiore flessibilità del tempo di lavoro, che ha portato a parecchie ore di straordinario (situazione legata al problema dell'intensificazione);
•    chi già lavorava a tempo parziale è stato "dimenticato" e non ha potuto beneficiare di questa diminuzione d'orario.
L'intensificazione del lavoro e la maggior flessibilità hanno interessato soprattutto i lavori meno qualificati, prevalentemente occupati dalle donne, rendendo ancora più difficile riuscire a districarsi tra vita professionale e famigliare.
Secondo Christiane Marty, in caso di campagna per la riduzione dei tempi di lavoro i sindacati svizzeri dovranno fare attenzione a questi aspetti per evitare gli stessi problemi dei francesi: «Per prima cosa, la questione della parità tra uomini e donne dovrà essere messa al centro dei negoziati e rientrare in tutti gli accordi. In seguito, si dovrà fare in modo che la riduzione del tempo di lavoro non si traduca in una sua intensificazione e una conseguente maggior flessibilità, bisognerà quindi esigere delle assunzioni corrispondenti alla diminuzione oraria. Infine, non si dovranno assolutamente dimenticare quelle persone che già lavorano a tempo parziale. Se tutto questo sarà messo nel piano d'azione, la diminuzione dell'orario di lavoro potrà davvero essere uno strumento importante, sia per una maggior equità fra uomini e donne che per un miglioramento delle condizioni di vita di tutti: chiunque ambisce ad avere più tempo libero», conclude Marty.

Pubblicato

Venerdì 20 Novembre 2009

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