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Melfi, il tempo dei servi è finito

di

Loris Campetti
La chiamavano “prato verde”, e fino a 10 anni fa la ragione per cui era stato scelto tale nome era comprensibile a tutti. La piana di San Nicola, comune di Melfi, era una fantastica distesa di messi, spazzata dal vento e riscaldata dal sole. Poi, nel 1994, a violare l’antica cultura contadina di una terra di brigantaggio ai tempi dell’Unità d’Italia e di occupazione delle terre da parte dei braccianti un secolo più tardi, arrivò la Fiat. Fu un’ubriacatura di massa, il sogno meridionale di un’emancipazione da una condizione di vassallaggio dominata dall’assistenzialismo protettivo e oppressivo della Democrazia cristiana. Arriva l’industria, il capitalismo del nord, non bisognerà più strisciare in ginocchio per supplicare pensioni e regalie. Il lavoro libera l’uomo, si diceva a Melfi, e alla Fiat furono costruiti ponti d’oro: sostegni e sgravi fiscali da parte dello stato, condizioni di privilegio da parte dei sindacati che accettarono di tutto, turni massacranti, salari più bassi rispetto agli altri stabilimenti del gruppo torinese, cancellazione della deroga al lavoro notturno per le donne. Perché sennò, si diceva, la fabbrica del futuro la Fiat sarebbe andata a costruirla altrove, magari in Portogallo, se non addirittura in Bulgaria. Per 10 anni in questa gabbia salariale e lavorativa – dove il moderno sfruttamento della “fabbrica integrata” ha toni e una linea di comando ottocenteschi, dove si è puniti se ci s’infortuna lavorando in linea, dove si è trasferiti di reparto se ci s’iscrive al sindacato, dove si è licenziati se si è eletto delegato o delegata della Fiom-Cgil – i lavoratori hanno obbedito a testa bassa e, tra i sindacati, solo la Fiom ha tentato nell’isolamento più drammatico di difendere un briciolo di dignità degli operai. Venti giorni fa, l’embargo sociale di Melfi è finito. Il miracolo del “prato verde”, la fabbrica riempita di uomini e donne “vergini”, cioè sprovvisti di cultura industriale e sindacale, è finito. Un miracolo fondato più sulla pace sociale che su chissà quali innovative tecniche produttive e un’organizzazione del lavoro copiata di sana pianta dal Giappone, ma che aveva così affascinato la Fiat da fare di Melfi il cuore pulsante dell’impero automobilistico italiano: tutti gli stabilimenti italiani dipendono dalle componenti costruite nelle suddette condizioni sociali nell’area di San Nicola. Cosicché, quando i 9 mila operai di Melfi hanno rotto l’incantesimo durato 10 anni, una alla volta tutte le fabbriche si sono fermate producendo uno straordinario blackout dell’impero Fiat, o di quel che ne resta dopo l’esplosione della crisi di due anni fa. La rivolta è partita nell’indotto auto e si è poi propagata nella fabbrica di automobili, i cancelli degli stabilimenti sono stati bloccati per quasi 10 giorni dai presidi operai che hanno bloccato, oltre al lavoro, l’entrata e l’uscita delle merci, delle componenti, delle automobili. Soltanto la Fiom – con l’unico sostegno del sindacalismo di base – ha sostenuto la rivolta spontanea riempiendo di contenuti la protesta: fine della doppia battuta (due settimane di seguito di lavoro notturno, pagato meno che a Torino o a Pomigliano) e modifica dell’organizzazione del lavoro; salari uguali a quegli degli altri stabilimenti; superamento dell’organizzazione di comando più adatta a un carcere o a una caserma che a un posto di lavoro, fondata sulla paura, le minacce, le punizioni, i licenziamenti; diritto dei lavoratori e delle loro Rappresentanze sindacali unitarie di decidere con il voto qualsiasi piattaforma o accordo con l’azienda; apertura di una trattativa tra Fiat, sindacati e le stesse Rsu. Gli altri sindacati, Fim e Uilm in testa, hanno tentato in tutti i modi di spezzare la protesta spontanea, hanno accusato la Fiom di estremismo puntando sul ripiegamento della protesta che veniva dato per scontato da tutti, dalla Fiat alla Confindustria, alle confederazioni sindacali subalterni al padrone. Ma la lotta e la partecipazione sono cresciute, giorno dopo giorno. L’antica pratica degli accordi separati con i sindacati consenzienti si è dimostrata inefficace, perché l’unica forza in grado di rapportarsi a questi lavoratori in orgogliosa rivolta era e resta la Fiom, che ne conosce e ne condivide le ragioni. Delegati della Uilm hanno cominciato a strappare la tessera per passare alla Fiom. La Fiat ha tentato di tutto, fino a giocare la carta dell’intervento poliziesco: ma le cariche contro gli operai, come non se ne vedevano dal ’69, hanno in realtà contribuito a spezzare l’isolamento dei lavoratori e della Fiom. Un’assemblea generale davanti ai cancelli, infine, ha votato la proposta della Fiom di modificare la forma di lotta liberando i cancelli dai presidi, ma mantenendo lo sciopero, rinnovato di otto ore in otto ore in tutti e tre i turni lavorativi. Ora la Fiat sarà costretta a riaprire il confronto senza pregiudiziali (anche perché gli scioperi le sono già costati 40 mila vetture), alle condizioni imposte da quei piccoli e orgogliosi operai meridionali, operai e non schiavi. La Uilm ha dovuto fare autocritica, la Fim è stata costretta dai suoi militanti ad aderire, mercoledì, allo sciopero, dopo aver inutilmente inventato l’aggressione a una sua delegata, aggressione negata addirittura dalla polizia di Melfi. La lotta continua, in attesa di una trattativa vera. La Basilicata si è dimostrata una terra ostica, terra di briganti. Per la Fiat come per il governo che voleva trasformare il paese di Scanzano in un immondezzaio, ma ha dovuto far marcia indietro grazie alla rivolta di un’intera regione, la stessa che è riuscita a rinviare al mittente un terrificante elettrodotto destinato a Rapolla. Il tempo dei servi è finito, e dal profondo Sud arriva un messaggio di speranza.

Pubblicato

Venerdì 7 Maggio 2004

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