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Mele

di

Giuseppe Dunghi
È la stagione delle mele. Una cassetta da dieci chili 9,80 franchi. Si possono fare torte di mele, gelatine, frittelle. C’è una varietà color giallo oro con sfumature rosa, la Golden, molto zuccherina, profumata, croccante, che viene dalla Val di Non, in provincia di Trento. In quei frutteti la raccolta delle mele è effettuata da stagionali polacchi. Arrivano a squadre composte da familiari e conoscenti, rimangono sul posto per un mese o due, poi partono. Torneranno in primavera, per la potatura. Da tempo i proprietari dei frutteti non toccano più la terra né gli alberi, si limitano a coordinare il flusso di manodopera, occupandosi della contabilità e della vendita del prodotto. Si è costretti a far ricorso agli stranieri perché non si trovano italiani disposti a fare questi lavori, nemmeno con il salario sindacale che tra l’altro viene corrisposto ai polacchi. Nei periodi in cui sono presenti gli stagionali si constata un leggero aumento della criminalità, dovuto a individui isolati che si infiltrano fra gli stranieri. Bisogna perciò fare attenzione e ricordarsi di chiudere a chiave la porta quando ci si assenta da casa. Le considerazioni sopra riportate costituiscono un piccolo capolavoro di pseudosociologia, e vorrebbero conferire un’apparenza di serietà all’incredibile cumulo di frottole che si raccontano sulla raccolta delle mele, ma anche sulla raccolta degli ortaggi, e in genere sui lavori manuali. La realtà va descritta partendo da un altro punto di vista. Seppure sconfitta e in parte smarrita, esiste in Italia, in Svizzera e in altri paesi europei una coscienza di classe che porta a rifiutare come la peste i lavori stagionali. Questi, anche se sottostanno formalmente alle norme del codice delle obbligazioni e dei contratti collettivi, sono in realtà lavori a cottimo: conta il numero delle cassette caricate sui camion. Ad ogni stagione il responsabile del personale cancella dalla lista i nomi di quelli che nella stagione precedente riempivano meno cassette. Così, chissà come mai, tra i filari di meli si incontrano sempre giovani muscolosi, allegri, contenti del salario che ricevono e grati al padrone che li ha chiamati: non gli passa nemmeno per la testa che stanno occupando il posto di quelli che hanno lottato per ottenere un salario dignitoso e un lavoro meno precario e che sono stati licenziati proprio per questo. Il rifiuto del lavoro stagionale, il non accettare l’idea di essere chiamati quando il padrone ha bisogno e venir congedati quando non gli serviamo più è il miglior lascito della cultura di sinistra. E viene il sospetto che la sempre più ampia diffusione del lavoro su chiamata miri soprattutto ad eliminare gli ultimi residui di tale cultura. Poi, tutto il lavoro potrà diventare “stagionale”, a termine, precario, provvisorio, pagato sempre meno. Vogliono che il lavoro sia senza voce. Anzi, che la nozione stessa di lavoro scompaia, sostituita da un termine più astratto, meno carico di storia: produzione. Vogliono che chi lavora sia straniero, che non sia cosciente dei propri diritti, che non parli la lingua del posto. E che quelli che conoscono la lingua fingano di non capire niente e si lascino raccontare delle frottole.

Pubblicato

Venerdì 11 Novembre 2005

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