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Maternità combattuta

di

Martino Dotta
Forse questa sarà la volta buona: la Svizzera concederà alle sue cittadine di sesso femminile la possibilità di diventare madri in una forma socialmente riconosciuta e sostenuta anche sul piano finanziario. Il compromesso sull’assicurazione maternità raggiunto di recente dalle Camere federali sembra andare in tale direzione. Un diritto contemplato dalla Costituzione federale da oltre cinquant’anni cesserà infine di essere lettera morta? La domanda non è né di rito, né retorica. Ci sono motivi di temere che il popolo sovrano non approvi il nuovo progetto di legge, se una volta ancora sarà bue e si lascerà assordare dalle sirene dei populisti. La solita Udc blocheriana ha minacciato di lanciare un referendum contro le nuove norme legislative: la partita rischia dunque d’essere ancora aperta per parecchio tempo. E le madri svizzere delle classi dai redditi medio-bassi rischiano di dover vivere le loro maternità come un peso o, peggio ancora, come una sorta di condanna collettiva. Referendum o no, mi sembra un atto indecente e irresponsabile il fatto medesimo di contestare il principio di una simile disposizione di legge. Essa dovrebbe favorire il benessere duraturo dell’istituzione familiare e, quindi, dell’intera società. A torto o a ragione, si sostiene da più parti che la famiglia contemporanea è in crisi o che, perlomeno, non è più in grado di svolgere gli stessi compiti educativi e sociali di un tempo. Resta il punto che la nostra società mostra spesso di essere incapace di fare fronte in maniera costruttiva ad una situazione complessa e oggettivamente problematica: per l’appunto, quella dei modelli familiari in rapida trasformazione. In concreto, penso all’esiguità (che talvolta nasconde appena la fragilità) della politica familiare di Confederazione, Cantoni e Comuni. A titolo esemplificativo: si fa un gran discutere di sgravi fiscali o sussidi per le famiglie, ma poi al momento di passare dalle parole agli atti, si accampano mille motivi per negarne o limitarne la portata reale sui bilanci familiari. Per non dire della rete sociale di sostegno alle famiglie in difficoltà, che sul piano pratico talvolta abbandona a sé stessi genitori e figli nella ricerca di soluzioni ai loro problemi. Ritengo che sia necessario rendersi conto di quanto la qualità di vita nel nostro paese, a medio e lungo termine, dipenda dall’investimento odierno, ma non solo finanziario, a favore dell’ente familiare. In sostanza, prima di essere una questione di soldi, la politica familiare dovrebbe essere un’impresa di cultura. Perciò, a mio giudizio, una società che delega ai suoi rappresentanti politici o alla collettività l’aiuto sociale, è una società in pericolo. È inabile ad assumere le sue responsabilità. E nemmeno un giusto strumento giuridico-amministrativo potrebbe salvarle i figli!

Pubblicato

Venerdì 27 Giugno 2003

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