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Marie-Joséee Perec, il Pirata e l’Uomo nero

di

Libano Zanolari
Poco fa, al mutare del secolo, nessuno in Italia e Francia avrebbe avuto dubbi. Gli eroi popolari sarebbero rimasti gli stessi: Marco Pantani, impegnato a schizzare sulle salite del Tour come morso dalla tarantola e la regale Marie-Josée Perec impegnata a fare un giro di Pista allo “Stade de France” per l’orgoglio nazionale e la gioia degli occhi. Di loro, sul piano dello “sporto”, non è rimasto nulla. «On ne tombe que du haut», dicono i francesi che in questi giorni stanno facendo di tutto per riportare in pista Marie-Josée. Tre anni dopo la clamorosa fuga dai giochi olimpici di Sidney, in Australia e in Francia sembrava che l’Olimpiade non fosse altro che lo scontro diretto fra l’aborigena Cathy Freemann, che aveva acceso la fiamma, e la statuaria guadalupegna. Ha vinto la figlia di una donna che da bambina fu tolta ai genitori per essere strappata al deserto, anzi ai “selvaggi”, ed essere immessa nella “civiltà”. Ma il duello in pista non c’è stato. Marie-Josée Perec una mattina s’è alzata e ha obbligato il suo compagno, l’atleta statunitense Maybank, a fuggire con lei. Al presidente della federazione francese di atletica aveva detto, letteralmente, che «di notte un uomo nero si aggirava fuori dalla porta e che cercava di entrare nella sua stanza». Facile immaginarsi i lazzi e la durezza della stampa australiana, e di una nazione che aveva accolto con calore la gente di tutto il mondo. È stato il principio della fine. Marie-Josée «elle a craqué», «è scoppiata» dice la gente. Non stava troppo bene. Avrebbe perso il duello con Cathy. E inoltre aveva capito che a Sidney lei, dea degli stadi contesa dallo sport, dagli sponsor e dalla moda, sarebbe stata solo una delle tante; le parve inconcepibile che l’aborigena Freemann avesse il suo stesso statuto e che lo scontro sarebbe avvenuto solo sul piano dello sport, atleta contro atleta, non dea contro umana. Ed è scappata non potendo concepire la sconfitta. Ora tenta di rientrare ma è infortunata. Comunica solo per telefono. Non si fa vedere. Il suo allenatore dice che è conseguenza delle umiliazioni subite quando era bambina poverissima. Dice che il suo comportamento impossibile, non è dovuto alla mentalità da diva hollywoodiana, ma a una terribile forma di autismo. Marie-Josée si fa male. Quando 4 anni fa a Zurigo in due ore mi concesse e mi rifiutò 4 volte una dichiarazione di 15 secondi in favore di chi è afflitto da sclerosi multipla, pensai fosse semplicemente una diva impazzita. Marco Pantani a sua volta è in difficoltà. Meno grave forse. Anche lui innalzato oltre l’umano. “Ivris” dicevano i greci. «Bisognerebbe spegnere la superbia, la dismisura piuttosto che il fuoco» (Eraclito). Noi viviamo nella dismisura, nella sproporzione.

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Venerdì 11 Luglio 2003

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