Art brut, l’arte bruta o non raffinata, ovvero l’arte della marginalità: espressione incontenibile di persone rinchiuse in cliniche psichiatriche, carceri, ospizi. A Losanna è conservata e continuamente aggiornata una collezione unica al mondo: 20 mila pezzi fra sculture, dipinti, ricami; enormi tele e miniature quasi invisibili; manufatti di legno, creta, stoffa, cartone. Il primo ad appassionarsi all’art brut è stato il pittore francese Jean Dubuffet: «sono opere eseguite da persone estranee alla cultura artistica, che non subiscono l’influenza dell’arte classica, né delle tendenze di moda», scriveva. E ancora: «creazioni figlie di una bruciante tensione mentale, dell’invenzione senza freni, della libertà totale. Pazzi? Certamente. Potreste concepire un’arte che non fosse un poco folle? Nietzsche diceva: Noi vogliamo dell’arte che danzi». Nel 1945 Dubuffet comincia a cercare nelle cliniche psichiatriche francesi e svizzere e nel 1971 offre la sua collezione alla città di Losanna, che la inaugurerà nel 1976 nelle sale strette, tutte travi e scalinate, del castello di Beaulieu: un edificio restaurato dagli architetti Bernard Vouga e Jean de Martini, che hanno realizzato interni senza finestre e completamente dipinti di nero, per un’atmosfera intima e decisamente alienante. La visita alla Collezione de l’Art Brut è un viaggio in un mondo privatissimo, di persone condannate alla solitudine, che hanno vissuto la creazione artistica nel segreto e nel silenzio. Opere ridondanti di segni e suggestioni in un delirio di colori e di forme, di figure multiple e concentriche, di azzardi geometrici e fissazioni monotematiche. Come quella dell’ex carabiniere Francesco Toris, che alla fine dell’ottocento, a soli trentatre anni, fu internato al Manicomio di Torino. La sua ossessione erano le ossa bovine, che rubava fra i rifiuti delle cucine e dalle quali ricavava minuscole sculture: figure umane, idoli, animali immaginari e ornamenti floreali, di lettere e di cifre. Costruzioni complesse, che incastrava fra loro senza chiodi né colla. Completamente autodidatta, Toris realizzò in cinque anni la sua opera maggiore, “Il Nuovo Mondo”: un edificio fantastico posato su tre ruote e realizzato senza alcuno schizzo preparatorio. Il suo lavoro di una vita è esposto in permanenza al Museo di antropologia ed etnografia della capitale sabauda, ma alcuni pezzi sono a Losanna, dove una mostra dedicata a Toris è stata ospitata l’anno scorso. A passeggiare nelle sale del castello di Beaulieu ci vengono incontro migliaia di facce, forme e colori: un’abbondanza incredibile di segni, idee, visioni. Viene in mente l’ultravista: perché ci deve essere un potere speciale, in questi artisti che lavorano con ogni mezzo a loro disposizione. Che sia latta o stoffa, tempera o matita, oppure legno, sono pere piene di giochi ottici, accostamenti cromatici, prospettive concentriche: opere in cui non c’è mai un solo livello di lettura. L’art brut è piena di emozioni e racconta storie di vita, sempre forti e talvolta sconvolgenti: storie di dolore ed isolamento, dove l’arte è un’attività necessaria e quotidiana, e spesso una chiave di sopravvivenza alla reclusione. Come scrive Vojislav Jakic, a margine delle sue tele enormi: «questo non è un disegno o una pittura: è una sedimentazione del dolore». Le biografie dell’art brut sono tremende, perché racconti in presa diretta dalle istituzioni totali, quelle che sequestrano le persone contro la loro volontà: per una depressione o un accesso mistico, perché silenziose o troppo agitate. Perché streghe oppure omosessuali, o magari preda di una visione che si ripete. Come Marguerite Burnat–Provins, scrittrice ed artista svizzera di origine francese scomparsa nel 1952, in mostra dal 22 maggio al 14 settembre a Losanna ed in contemporanea presso la Fondation Neumann di Gingins. Dall’art nouveau all’arte allucinatoria, recita quasi scanzonata la cartella stampa. Ed in effetti colpisce il profilo di questa signora borghese, allevata in una famiglia colta ed umanista, che ad un certo punto della sua vita comincia ad essere perseguitata da visioni allucinatorie sempre uguali: figure ibride che incrociano uomini ed animali, che febbrilmente fino alla morte trasporterà in incredibili acquerelli. A Gingins saranno esposti i lavori della sua giovinezza: un centinaio di opere fra autoritratti e poemi d’amore, manifesti e composizioni decorative; a Losanna una cinquantina di creazioni propriamente allucinatorie, realizzate a partire dal 1914. Secondo la conservatrice del museo, Lucienne Peiry, il mercato dell’art brut è davvero particolare, perché: «sono opere dell’ombra e della dissidenza, che andiamo a cercare in luoghi che la cultura non riconosce: case di riposo, carceri, ateliers e case di artisti. Compriamo lavori in cui riconosciamo un’inventiva fuori dal comune, che si distinguono dalle regole artistiche canoniche». Al primo contatto, alcuni artisti «chiedono cifre spropositate, che corrispondono al valore simbolico del loro lavoro. Ma la maggior parte, così come i mecenati e gli appassionati del genere, decidono di offrire i loro lavori alla nostra Collezione. D’altronde il nostro budget d’acquisto, che ammonta a circa 35mila franchi l’anno, in nessun modo può essere competitivo con altri musei e altri generi artistici. Siamo tenuti a moltiplicare gli sforzi per prendere le opere alla fonte, dove vengono realizzate, prima che siano oggetto di speculazioni commerciali». www.artbrut.ch

Pubblicato il 

16.05.03

Edizione cartacea

 
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