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Intervista esclusiva

Marco Camenisch racconta la sua vita di detenuto speciale

«La repressione è la risposta del potere alla paura»

di

Francesco Bonsaver

Dopo avere a lungo letto la storia della sua vita, incontro finalmente Marco Camenisch. Lo vedo nel carcere di Lenzburg, cantone Argovia, ultima tappa del suo pellegrinaggio ventennale nei penitenziari elvetici.
A chi il suo nome non dice nulla, basti sapere che è il prigioniero politico per eccellenza in Svizzera. Per i governanti e i centri di potere economici, ho di fronte il terrore con la T maiuscola, il cui stato di prigionia da oltre venti anni deve costituire un monito per chi ne condivide l’ideologia e le azioni di un ormai lontano passato.

Da cinque anni potrebbe beneficiare di permessi di libera uscita, da due anni della libertà condizionale. Benefici previsti dal sistema elvetico per facilatare la risocializzazione del detenuto in vista della sua scarcerazione, prevista per Camenisch nel 2018. Nel suo caso, la prassi non vale. Ogni beneficio di legge gli è sempre stato negato. E sulla sua scarcerazione a fine pena, al pari di tutti i detenuti in Svizzera, aleggia sempre la spada dell'articolo 64, quello delll'internamento a tempo indefinito. (Per chi volesse approfondire, nell'articolo correlato, riassumiamo il percorso giudiziario di Camenisch)

 

Stringo dunque la mano a quest’uomo che da poco ha superato i sessant’anni, esile, di media statura e dal viso vissuto dove brillano gli occhi vivaci, mentre sulla schiena scendono i capelli raccolti in una lunga coda grigia. Bastano pochi minuti per capire che quest'uomo non è stato vinto. Se qualcuno pensava di averlo sconfitto o umiliato relegandolo per decenni tra quattro mura, si è illuso.

 

Il suo pensiero corre libero da venti anni, ma il suo corpo è rinchiuso. Come fa a mantenere la forza di resistere?
Le evidenze inoppugnabili e la fede nell’umanità (ride, ndr). E senz’altro mi sostiene quel che si dice il “bel vivere” con le persone, o detto in altri termini, la solidarietà. Per andare fino in fondo nelle cose, devo avere il sostegno di persone che mi vogliono bene. Ognuno con le sue capacità.


Dalla sua analisi sociale, c’è ancora il tempo per cambiare la società radicalmente o ormai siamo destinati all’autodistruzione?
Forse il punto di non ritorno lo abbiamo raggiunto col nucleare, le nanotecnologie e altre scoperte “tecnologiche” di cui si sottovaluta l’enorme potenzialità disastrosa per l’umanità. Come fu il caso per l’amianto, ma con rischi ancora maggiori. Se ritengo però di avere un dovere verso la vita, è quello di non mollare mai. Fino a quando qualcuno resiste, c’è speranza.


Come si concilia l’amore per l’umanità con l’odio per il nemico?
Esiste la vita, esiste la morte. Esiste l’amore ed esiste l’odio. Fa parte delle cose. Ma l’odio va combattuto. Non per una questione etica, ma per rimanere lucidi. L’odio acceca la mente, ti chiude gli occhi e le orecchie. Svia dalla natura dei problemi. Non credo dunque che l’odio debba avere un posto nella situazione in cui ci troviamo, né nei compiti che ci competono. Quando una persona, magari giovane, mi dice: «Gli sbirri sono tutti bastardi, li odio, bisogna ammazzarli tutti», gli rispondo che non abbiamo nulla da spartire. Non possiamo volere un mondo migliore e praticare le stesse nefandezze, ammazzando tutti. Rabbia è un termine che preferisco. Rabbia contro le funzioni invece di odio contro l’uomo. Prendiamo un personaggio come Bush. Quando lo guardo, non provo odio ma pena. Se però penso ai danni che poteva causare grazie al potere che deteneva, subentra la rabbia.


Senza che lei lo volesse, è diventato un simbolo. Lo è per chi condivide le sue posizioni, ma anche per il potere costituito contro cui lei lotta. Le pesa questo ruolo?
Non tanto. Se vivi coerentemente col tuo pensiero, non devi sforzarti di fingere qualcosa che non sei. D’altronde, non posso neanche caricarmi il mondo sulle spalle. Sarebbe contrario a quanto auspico, l’autodeterminazione. Ognuno deve ragionare con la propria testa, agire di conseguenza e assumersi la responsabilità. Da anarchico rifiuto la figura di avanguardia o leader. Per contro è normale nel corso della vita sviluppare dei concetti dopo aver letto o ascoltato un pensiero di altri. È però molto diverso dall’essere plagiati. Presuppone un’autonomia intellettuale, uno spirito critico e non asservito.


Libere uscite, semilibertà o libertà condizionale. Tutte cose a cui avrebbe diritto da anni, eppure continuano a negarle. Hanno così tanta paura di lei?
Il mio caso non è singolare. Il potere ha sempre risposto con la repressione quando ha paura. Oggi, in particolare, siamo in un contesto sociale potenzialmente esplosivo, deterioratosi ulteriormente con la crisi. L’articolo 64 del codice penale, dove chiunque potrebbe essere incarcerato a vita senza nessuna relazione con il reato,  è il risultato di questa paura tradotta in repressione.


Nel 2002, oltre dieci anni or sono, lei dichiarò in un’aula di tribunale che «una mia ripresa della lotta armata non sarebbe né possibile né responsabile».
Direi che la mia dichiarazione è stata al limite della decenza del prigioniero politico rivoluzionario. Al tempo stesso è stata una decisione maturata da un’analisi oggettiva della mia condizione soggettiva. Un certo livello di lotta non è più agibile dopo aver fatto tanti anni di galera. Non tanto perché sei pericoloso per il nemico, ma perché lo sei per te e soprattutto per chi ti sta vicino.


Eppure non le credono o forse preferiscono non crederle. Continuano a ritenerla pericoloso per il sistema. Perché?
Noi che siamo qualificati come simbolo, non ci fanno uscire perché ci temono come la peste, potenzialmente contagiosi. Ma è una stupidità. L’essere incarcerato, amplifica il ruolo dei simboli. Finché sono sul piedestallo in catene, qualsiasi cosa dica, si diffonde nel mondo intero. Se riceviamo attestati di solidarietà dalla Russia, dal Cile all’Indonesia, è dovuto alla condizione di prigionieri in cui ci trattengono.


Nel 2018, dopo aver trascorso 28 anni di prigione ininterrotta, la sua carcerazione dovrebbe terminare. Che cosa le manca di più della libertà?
Una compagna, appena uscita da una lunga detenzione, mi ha detto “È stato il giorno più triste della mia vita”. Temo potrebbe succedere anche a me. Sei entrato per determinate cose, hai delle pretese e quando esci sai che non sarai libero, ma vivrai nel carcere della società imposta. Quel giorno potrei dunque pensare: “È peggio di quando sono entrato” oppure “Guarda che enorme disfatta”.
D’altro canto però, “egoisticamente” parlando, quel che mi manca di più è la possibilità di esserci per le persone per cui provi amore o affetto. Nei momenti di bisogno, puoi essere una spalla, una persona su cui contare in ogni momento. Ecco, quando sei in carcere, questo non lo puoì fare.


La prima condanna a 10 anni, considerata da più parti draconiana, quanto ha influenzato il suo percorso?
Sinceramente, pur smontando un discorso difensivistico, quella condanna stava nella logica del contesto di quegli anni. Prima del processo, ero convinto che mi avrebbero inflitto una pena “esemplare”. Se invece mi avessero dato una pena, diciamo “equa” secondo i canoni del diritto borghese, magari concedendomi le attenuanti di motivazioni onorevoli, e quindi condannandomi a 4 anni, non sarei evaso. E forse, una volta uscito, sarei annegato nel politichese degli ambienti zurighesi… (ride, ndr). Mentre l’evasione è stata un punto di svolta decisiva nella mia vita.


Come si vive dieci anni di latitanza?
È dura, particolarmente difficile all’inizio. Se non hai una stabilità interiore forte, ideologica e umana, rischi di soccombere. Da latitante, vivi 24 ore su 24 col rischio di essere preso o ammazzato. O di dover ammazzare. Ciò provoca un notevole e continuo stress. Al tempo stesso però è il periodo in cui ho potuto godere la più autentica libertà che si possa sperimentare nella società del controllo in cui viviamo. In clandestinità inoltre devi sviluppare rapidamente la capacità nel valutare le persone. E quando stabilisci una relazione, essa diventa di alta qualità, solida e intensa. Vivere da clandestino, giocoforza, rende adulti, perché ti obbliga a riconoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sei in grado di autodeterminarti.


In Italia, l’hanno condannata per lesioni aggravate e non tentato omicidio perché avevano assodato che aveva sparato al braccio del carabiniere per disarmarlo e non per uccidere. In Svizzera invece è stato condannato per omicidio. Le pesa questa condanna?
È logico che mi abbiamo accusato di aver ucciso una guardia di confine. È nell’ordine delle cose. Quando fai la scelta della lotta armata, non puoi negare che possa accadere di uccidere o di essere ucciso. Devi assumerti la responsabilità dell’evenienza. E anche di essere accusato per questo, vero o non vero che sia. Nel caso di Brusio però sono andati oltre. Hanno aggiunto un’opera di propaganda denigratoria, infamante, col solo fine di sminuire le ragioni di chi abbraccia la rivoluzione popolare. Mi hanno accusato di aver sparato un colpo in testa a un uomo a terra, inoffensivo, addirittura già morto. Mi hanno dipinto come un volgare macellaio a cui piace uccidere e torturare. Sebbene non volessi entrare nel merito dell’accusa, ho dovuto reagire. Non per una questione individuale, ma di responsabilità nei confronti di chi ha fatto, chi fa e chi farà la mia stessa scelta di trent’anni fa.  Non l’ho ucciso io. Se fossi stato il macellaio che dicono, ai due carabinieri che volevano controllarmi i documenti durante la latitanza avrei sparato in fronte, invece di fare il Tex Willer cercando di disarmarli sparandogli al braccio che impugnava la pistola. Finendo poi arrestato.


Conferma dunque di non aver ucciso la guardia di confine a Brusio?
Non è un morto mio. Da prigioniero politico, non riconoscendo quel tribunale, non avrei mai fatto una dichiarazione nel merito all’accusa in aula. Ma non posso vivere con l’ammissione tacita, ossia senza averla smentita, di aver avuto ucciso quella guardia come un volgare macellaio. Sono cose che fanno male. Non siamo ai livelli che ti appioppano uno stupro o un assassinio di bambini, come può accadere ed è già successo ad altri compagni. Quando dicono: Camenisch ha ucciso una guardia di confine, uno pensa sia vero. E in qualche modo posso farmene una ragione. Ma farti passare per un volgare macellaio, che spara un colpo in testa a una persona già morta, no. Era doveroso smascherare la loro propaganda.

Pubblicato

Giovedì 5 Dicembre 2013

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