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Votazione del 29 novembre

Manuale di contro-verità

Ecco come la furrerhugi Ag, la più influente società di relazioni pubbliche della Svizzera, ha contribuito a diffondere la disinformazione a proposito dell'Iniziativa multinazionali responsabili

di

Federico Franchini

«I fatti sull'iniziativa multinazionali. Per forgiare la vostra opinione leggete il nostro dossier” si legge su un banner pubblicitario che compare a fianco degli articoli sul tema “Multinazionali responsabili» pubblicati online dai vari giornali dell'editore TX Group (ex Tamedia), tra cui Tages Anzeiger, 24heures o Tribune de Genève. Con un click si arriva sul sito en-fait.ch. Di che si tratta? Andiamo a vedere.

 

La homepage spiega la ragion d'essere della pagina web: «Vogliamo contribuire a spassionare l'importante dibattito sull'iniziativa multinazionali responsabili e quindi a promuovere una cultura del dibattito». In realtà, il dibattito è unilaterale, come indica l'invito a votare No alla proposta che chiede alle multinazionali svizzere di rispettare diritti umani e norme ambientali anche all'estero e su cui si voterà il prossimo 29 novembre.

 

Sostenendo di fare fact-checking (verifica dei fatti) il sito mette a confronto le argomentazioni degli iniziativisti con quelle degli oppositori o delle stesse multinazionali. Ad esempio, l'accusa secondo cui le miniere di Glencore stanno avvelenando i bambini in Perù viene smentita con la medesima argomentazione usata … dalla Glencore. In un'altra “verifica dei fatti”, il sito si basa sugli stessi argomenti sostenuti dal Centre patronal e del Plr per sostenere che le piccole e medie imprese sono interessate dall'iniziativa.

 

>> VEDI ANCHE: La legge dettata dalle multinazionali

 

Insomma, lo avrete capito, quelle che vengono presentati come contributi indipendenti, sono in realtà argomenti di parte. Non a caso, TX Group, principale gruppo editoriale elvetico, si è fatto bacchettare dal Consiglio svizzero della stampa per violazione del codice deontologico: la distinzione tra i contributi giornalistici e la pubblicità dei contrari all'Iniziativa non è in effetti sufficientemente chiara.

 

La lunga mano di furrerhugi

 

Ma chi c'é dietro en-fait.ch? La rubrica “a proposito di noi” dice che il sito è un servizio politico di SuccèSuisse, un'associazione che ha sede presso la furrerhugi Ag di Berna. Di che cosa si tratta?

 

Fondata da Lorenz Furrer e Andreas Hugi, furrerhugi è considerata la più influente agenzia di relazioni pubbliche della Svizzera. Tra i suoi clienti, oltre alla citata Glencore, vi è anche SuccèSuisse. Ma più che un cliente, questo movimento che intende «riunire le forze liberali che si oppongono alle intenzioni di coloro che vorrebbero compromettere il nostro benessere e la nostra sicurezza sociale» sembra essere una creazione stessa dell'agenzia. Non solo il segretariato è presso la casa madre della furrerhugi a Berna, ma esso è gestito direttamente da Andreas Hugi. Quest'ultimo si occupa di tutti i dettagli: compresa la registrazione dei domini Internet succesuisse.ch e en-fait.ch, di proprietà di questi specialisti della comunicazione politica.

 

SuccèSuisse si batte per il No all'Iniziativa multinazionali responsabili. Nel comitato direttivo fanno parte alcuni politici di peso, come il presidente del Ppd (e di Cemsuisse, la lobby del cemento guidata dalla multinazionale Lafarge-Holcim) Gerhard Pfister, e i deputati liberali Christian Lüscher e Ruedi Noser. Quest'ultimo, consigliere agli Stati per il Canton Zurigo, è noto per offrire sempre i due pass parlamentari di cui dispone ogni deputato federale ai due suoi amici. Chi? Lorenz Furrer e Andreas Hugi, naturalmente.

 

Ruedi Noser, membro di otto consigli d'amministrazione tra cui quello di Credit Suisse, è stato in prima linea in Parlamento per combattere il controprogetto del Consiglio nazionale che avrebbe portato al ritiro dell'Iniziativa. Controprogetto che è stato poi affossato a favore di un altro, molto più debole di contenuto, promosso dal Consiglio degli Stati e che entrerà in vigore in caso l'Iniziativa sarà respinta.

 

80mila imprese? Non prendiamoci in giro

 

Proprio nell'ottica di affossare il controprogetto del Consiglio Nazionale, SuccèSuisse aveva incaricato un istituto di ricerca per valutare le sue «ripercussioni politiche». I risultati di questo studio pubblicato a maggio sono che 80.000 imprese saranno toccate dalla proposta e che «particolarmente colpite sarebbero le microimprese che contano tra uno e nove dipendenti». L'argomento delle 80.000 imprese toccate è ancora oggi il punto cardine utilizzato dai contrari all'Iniziativa, dalla Consigliera federale Karin Keller Sutter (vedi qui) a Fabio Regazzi (vedi qui), neo eletto presidente dell'Unione svizzera delle arti e dei mestieri (Usam). Il Consigliere nazionale ticinese d'altronde è uno che la furrehugi la conosce bene: uno dei suoi due pass parlamentari lo cede sempre ad Angelo Gianinazzi, responsabile in Ticino dell'agenzia che, guarda caso, a Lugano ha sede allo stesso indirizzo e allo stesso piano dell'Associazione industrie ticinesi (Aiti) di cui Fabio Regazzi è presidente.

 

L'argomento sulle piccole medie imprese (Pmi) è sempre tra i pù efficaci in questo tipo di campagne. Anche se lo stesso predecessore di Fabio Regazzi, Hans-Ulrich Bigler, ha tacciato di “assurde” le affermazioni di Economiesuisse a proposito dell'impatto dell'iniziativa sulle Pmi.

 

Fatto è che, oltre che di parte, la stima delle 80.000 imprese colpite è però fuorviante: se consideriamo che in Svizzera, secondo l'Ufficio federale di statistica, le imprese che impiegano da dieci a 249 persone sono circa 60.000, mentre le grandi imprese sono circa 1.700, significa che anche 18.000 delle 530.000 imprese con meno di dieci impiegati sono sottoposte all'Iniziativa. A questo punto anche il nostro panettiere o farmacista fanno parte del gruppo, anche se non saranno mai tra le poche Pmi a rischio interessate dal testo. Non vi sembra un tantino esagerato?

 

Dividere le Chiese

 

L'Iniziativa multinazionali responsabili ha trovato ampio sostegno nelle Chiese svizzere. Più di 600 parrocchie si sono unite in un apposito comitato. La Conferenza dei Vescovi svizzeri (Cvs) e la Chiesa Evangelica Riformata hanno più volte espresso il loro sostegno a questo testo, in nome dei principi cristiani di preoccupazione per il prossimo e di protezione del creato.

 

>> VEDI ANCHE: Consenso trasversale a favore dei diritti

 

Non tutti - e ci mancherebbe - all'interno del mondo religioso sono d'accordo. Qualche tempo fa è nato un “Comitato etico contro l'Iniziativa multinazionali responsabili”. Chi c'è dietro a questa iniziativa?

 

Sulla sua homepage di questo comitato si legge: «La campagna di Economiesuisse contro l'Iniziativa rappresenta non solo il Consiglio federale e il Parlamento, ma anche la maggioranza dell'economia svizzera. Oltre ai politici e rappresentanti dell'economia e della società civile, si stanno facendo avanti sempre più voci di personalità con un background etico-morale o ecclesiastico che non condividono gli standard etici e morali assoluti degli iniziativisti (...)». Il Comitato è amministrato da SuccèSuisse, mentre il segretariato e i rapporti con i media sono gestiti dai soliti noti: Andreas Hugi e Lorenz Furrer. Inutile dire che il dominio internet del comitato (https://unternehmensethik.ch)? è registrato dalla furrerhugi. L'agenzia di comunicazione utilizzata dalla Glencore e da Economiesuisse per questa campagna di votazione è quindi dietro a anche a questa operazione che punta sugli aspetti etici e morali. Una relazione, questa, che ha suscitato ampio dibattito e reazioni all'interno delle comunità religiose.

 

Ma non è tutto: la furrerhugi ha mosso le fila di un'altra iniziativa che ha fatto molto discutere nel mondo cattolico. Qualche tempo fa è stata pubblicata una lettera aperta firmata da un gruppo definito “Donne contro l'Iniziativa multinazionali responsabili”. La missiva critica l'attivismo delle Chiese nella campagna. Il vescovo di Basilea Felix Gmür, presidente della Cvs e favorevole all'Iniziativa, ha dovuto ricordare che le «accuse sono tutte infondate e gratuite» e che esse appaiono come una «tattica di voto elaborata dagli ambienti che lottano contro l'Iniziativa». A Chi si riferisce? A venirci in aiuto vi è la cognata del vescovo, la consigliera agli Stati lucernese Andrea Gmür (Ppd), contraria all'Iniziativa e firmataria della lettera. In un'intervista a kath.ch ha dichiarato che l'elaborazione della lettera ha ricevuto un sostegno “amministrativo e di corrispondenza” da parte della ...furrerhugi Ag.

 

Il ministro del Burkina Faso

 

In questo viaggio attorno alle strategie degli oppositori all'Iniziativa manca un episodio. Di recente, all'hotel Bellevue di Berna, si è tenuta una conferenza stampa con Harouana Kaboré, ministro del commercio del Burkina Faso. Kaboré ha detto ai media: «La vostra iniziativa sta danneggiando la nostra economia». Come ricordato dalla Woz e da Haidinews, la conferenza stampa, alla quale ha partecipato anche la deputata verde liberale Isabelle Chevalley, ha una lunga storia.

 

Tutto parte proprio dalla politica vodese, una delle più ferventi oppositrici all'Iniziativa. Da anni attiva in Burkina Faso, paese di cui dispone un passaporto diplomatico e in cui nutre rapporti ai più alti livelli con il partito al potere, nel 2019 Isabelle Chevalley criticò pesantemente un rapporto dell'Ong elvetica Solidar sul lavoro minorile nei campi di cotone del Paese africano e sul ruolo di alcune società svizzere. Non solo: la consigliera nazionale ha anche assunto un giornalista locale che cercò di screditare i risultati dello studio svolgendo una ricerca ricca di fake news.

 

In settembre, la vodese si è presentata alla conferenza stampa degli oppositori all'Iniziativa con una camicia africana e un'ascia burkinabé. A poche settimane dal voto Isabbelle Chevalley ha poi accompagnato a Berna il ministro Harouana Kaboré, lui stesso produttore di cotone. L'uomo ha spiegato di temere che l'iniziativa possa spingere le imprese svizzere a smettere di acquistare proprio il cotone del Burkina per paura che una Ong l'accusi di usare manodopera minorile.

 

Una visita non ufficiale, quella di Harouana Kaboré, ma che è servita invece da cassa di risonanza ad un altro grande argomento utilizzato dai contrari all'Iniziativa: quello che essa è "neocolonialista" e penalizza le economie dei paesi in via di sviluppo. Un'abile mossa, organizzata indovinate da chi? Dalla furerhugi, naturalmente.

 

 

 

 

Pubblicato

Martedì 17 Novembre 2020

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