Mille e cinquecento lavoratori edili hanno incrociato le braccia nel solo Ticino. Più di 6 mila in tutta la Svizzera. Un’adesione spontanea che ha sorpreso positivamente gli stessi organizzatori (i sindacati Sei e Ocst). Un settore, quello dell’edilizia, molto importante per l’intera economia svizzera: sono più di 100 mila in tutta la Svizzera e circa 6 mila in Ticino. Lavoratori che hanno deciso di scendere in piazza dopo che cinque tornate di trattative, iniziate in giugno di quest’anno con i delegati della Ssic (Società svizzera degli impresari costruttori), non hanno portato a nulla. Le rivendicazioni Ricapitoliamo la piattaforma rivendicativa: pensionamento anticipato a 60 o al massimo dopo 40 anni di lavoro, un cospicuo aumento salariale (250 franchi per tutti), 8 ore di lavoro al giorno o al massimo 9 (compreso il tempo di viaggio e abbattimento delle ore flessibili, maggiore prevenzione degli infortuni e della salute sul lavoro. Come abbiamo più volte ricordato dalle colonne di questo giornale, i lavoratori dell’edilizia, secondo studi indipendenti, hanno una speranza di vita minore rispetto a chi lavora in altri settori. Giuste, quindi, le rivendicazioni sindacali per il prepensionamento. Ma torniamo al corteo, momento clou di una giornata di lotta iniziata nel corso della mattinata in tutta la Svizzera. In Ticino le sedi per le assemblee locali erano a Locarno (Palazzetto Fevi) e Bioggio (ristorante Nord-Sud). Il corteo è partito comunque dal Palazzetto del Basket di Bellinzona, preceduto da un pranzo in comune e un momento di riflessione sindacale. Coloratissimo, rumorosissimo, accompagnato dal suono sgradevole dei fischietti e da quello più allegro della musica antagonista di Manu Chau, ha sfilato in modo molto ordinato per le vie del centro cittadino, sotto lo sguardo attonito di alcuni bellinzonesi, toccando i luoghi simbolo del potere politico ed economico del Cantone: Piazza del Governo e la sede della Ssic. Gli slogan, scanditi ad alta voce dal folto numero di partecipanti erano: «40 anni bastano» e «lotta dura senza paura». Slogan sentiti dai manifestanti, non facile retorica. E ciò lo ha ricordato lo stesso Saverio Lurati, segretario cantonale del Sei, ha tenuto un mini comizio su una betoniera: «chiediamo il pensionamento anticipato perché chi arriva all’età della pensione – a 60 anni – ha il sacrosanto diritto di essere ancora sano e non, come spesso accade, diventare il miglior cliente dei medici e delle farmacie». Ha infine aggiunto: «È vero che la maggior parte dei lavoratori sono stranieri senza diritto di voto, ma hanno costruito, con il loro lavoro questo paese». Il raggiungimento di un buon contratto collettivo di lavoro è evidentemente l’obiettivo dei salariati e lo si intuisce anche dalle loro risposte. «Siamo stanchi Un muratore italiano di 50 anni, da 26 anni in Svizzera, ci dice: «vedo di buon occhio il pensionamento anticipato. E sono disposto a continuare la lotta finché non otterremo il giusto». E conclude: «Noi avevamo lo sfogo della legislazione italiana in materia previdenziale. Potevamo trasferire i contributi all’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale. Ndr: l’equivalente dell’Avs). Ora a quanto so con i bilaterali tra Svizzera e Unione europea non sarà più possibile». Preoccupazione, per altro, comune molti manifestante che vi avevano riposto più di una speranza. «La Ssic è dunque avvisata: – recita un comunicato congiunto delle due principali organizzazioni sindacali – o si fanno dei veri passi avanti nei negoziati o la tranquillità sui cantieri potrebbe diventare un ricordo del passato con un crescendo di azioni di protesta e mobilitazioni sindacali». Ricordiamo che alla giornata di protesta hanno aderito i lavoratori edili dei principali cantieri ticinesi. Anche gli stessi operai impegnati nella costruzione dell’AlpTransit, del cantiere di Pollegio. I sindacati invitano gli imprenditori a fare un esame di coscienza e pone una domanda sul futuro di del settore: «tutto il settore ha bisogno di manodopera, nessuno vuole più intraprendere la professione, non è forse giunta l’ora di riflettere anche su queste questioni?». E non è una questione di poco conto. Gli addetti sono diminuiti a seguito della crisi economica degli anni ’90, quasi dimezzandosi. La maggior parte di quelli rimasti supera i cosiddetti «anta». È un settore che invecchia; senza un contratto allettante rischia di essere travolto dagli eventi in atto (v. bilaterali). In definitiva i sindacati si battono per fare diventare i cantieri un luogo di lavoro sicuro, gradevole. dove il rispetto dei lavoratori viene prima delle fretta e dei tempi di consegna.

Pubblicato il 

23.11.01

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