Società

I finanziamenti disponibili non sono sufficienti a garantire un futuro ai corsi di lingua e cultura italiana. È la comunicazione ricevuta via lettera alla ripresa dell’anno scolastico da molti genitori di nazionalità italiana residenti a Zurigo e dintorni.

La missiva, proveniente dal Comitato Associativo per la Lingua Italiana (Casli), uno degli enti svizzeri responsabili della gestione dei corsi, è molto chiara: “Per poter coprire tutte le spese dei corsi ci servono 1.380.000 euro. Lo Stato italiano ci concede solo 906.000 euro. La somma rimanente deve essere raccolta con i contributi dei genitori. In mancanza di questo sostegno saremo costretti a chiudere anticipatamente i corsi nel mese di aprile 2024, a portare i libri in tribunale, con scarse speranze di poter ripartire a settembre”.

Una storia di inclusione
I corsi di lingua e cultura italiana sono finanziati dal Ministero degli Affari Esteri e in parte dai contributi delle famiglie. Contributi che però sono volontari: per lo Stato italiano i corsi sono, almeno formalmente, equiparati alla scuola pubblica e quindi non è possibile richiedere contributi obbligatori alle famiglie. In questi corsi, che si svolgono all’interno delle stesse strutture scolastiche svizzere, gli scolari hanno la possibilità di rafforzare la conoscenza della lingua e della cultura italiana, nonché di ottenere certificazioni linguistiche riconosciute. Si tratta di un’offerta formativa nata nel secondo dopoguerra su spinta dei genitori emigrati e istituzionalizzata dallo Stato italiano nel 1971.


Secondo Cristina Allemann-Ghionda, per decenni impegnata nella formazione dei migranti, «l’obiettivo principale di questi corsi era inizialmente quello di facilitare il reinserimento in Italia delle famiglie emigrate». Per Guglielmo Bozzolini, direttore Ecap Svizzera, ente che gestisce l’offerta formativa in italiano nella zona di Basilea, «i corsi hanno avuto in passato una forte funzione inclusiva e permettevano inoltre di ottenere il diploma italiano di terza media». Lo conferma anche Cesidio Celidonio, ex insegnante, che ricorda: «Sul finire degli anni Settanta, le nostre classi erano affollatissime. Il corpo insegnante italiano, in particolare quello raccolto attorno alla Cgil, era molto critico rispetto al sistema separativo e discriminatorio svizzero. Per noi i bambini erano tutti uguali, eravamo contro i livelli scolastici e la selettività estrema». Nel tempo la funzione di questi corsi è cambiata, ma rimangono anche oggi uno strumento importante, e poco dispendioso per le famiglie, per migliorare l’italiano e rafforzare il legame con la cultura italiana.


A partire dagli anni Novanta sono però cominciati i tagli. Lo Stato italiano, che prima inviava sempre insegnanti ministeriali, ha deciso di privatizzare una parte dei corsi e li ha affidati ai cosiddetti enti gestori locali che ancora oggi sono coinvolti nell’organizzazione di questa offerta scolastica integrativa. Le varie riforme e i vari tagli, imposti dalle politiche di austerità, hanno però messo in grande difficoltà queste istituzioni che si basano molto spesso sul lavoro di gestione volontario. In Svizzera si è aggiunto inoltre il crollo dell’euro che da qualche anno a questa parte continua a perdere terreno rispetto al franco. Gli ultimi tagli in ordine di tempo sono arrivati dal governo Meloni. È Toni Ricciardi, deputato italiano del Pd, a ricordarcelo: «Nella prima manovra di bilancio, questo governo ha tagliato pesantemente i fondi per il Ministero degli affari esteri ed è così che sono venute a mancare ulteriori risorse per i corsi di lingua e cultura italiana». Per Ricciardi, «al problema delle risorse si aggiungono anche quelli del volontariato negli enti gestori, del trasferimento tardivo delle risorse e delle norme italiane che confliggono con le regole all’estero».

Le prime chiusure
Non stupisce che sia il numero dei corsi attivati, sia il numero di studenti nella Svizzera francese e in quella tedesca siano diminuiti costantemente nel corso degli anni. Il regime di tagli e di regole ha portato addirittura alla chiusura di alcuni enti gestori. Lo scorso anno si è arrivati a tanto a San Gallo e a Berna, dove i corsi di lingua e cultura italiani sono stati sospesi e gli insegnanti sono rimasti senza stipendio per mesi. A San Gallo l’ente Lci ha dovuto addirittura dichiarare fallimento. In un articolo pubblicato da Tvsvizzera.it il 22 novembre dello scorso anno, c’è chi attribuisce queste chiusure alle normative farraginose, mentre c’è chi, come il deputato della Lega Simone Billi parla, senza entrare nello specifico e senza citare alcun ente in particolare, di «gravi irregolarità» legate a queste chiusure.
Il rischio chiusura, come abbiamo visto, potrebbe toccare anche al Casli di Zurigo. Il Presidente di questo ente, Domenico Chindamo, ci tiene a precisare: «Se rischiamo la chiusura non è certo per malagestione. Abbiamo subito un taglio del 18% del contributo ministeriale. Per un ente come il nostro la situazione è diventata molto difficile. Non ci resta al momento che confidare sul contributo volontario dei genitori. Molti hanno capito la situazione, mentre altri hanno reagito molto male alla notizia». Mariachiara Vannetti, a capo dell’ente Lci che gestisce i corsi a Friburgo e Neuchâtel, è molto critica rispetto alla situazione: «La riduzione dei contributi per noi è stata dell’ordine del 40%. Come insegnanti organizziamo, su base volontaria, molte attività per attirare più scolari e questo ci tiene a galla. Però se si continua con questa politica del carciofo, se si continua a togliere pezzi invece che dare e riformare, non resterà più nulla».

Pubblicato il 

17.10.23
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