La crociata contro il lavoro nero, finalmente, distende le ali, e si schiera in campo a viso aperto. Tuona l’ultimatum di Berna e tutti, ma proprio tutti, rispondono alleandosi a fianco di un severo progetto di legge. Questa volta non si scherza. Tuttavia nel lucente esercito si intravede qualche crepa, qualche nota stonata. L’economista e giornalista Silvano Toppi ci aiuta così a far chiarezza sul nero del lavoro. Fino ad un milione di franchi. Le multe proposte dal Consiglio federale per chi trasgredisce la legge sono salate, anzi salatissime, degne di una politica repressiva. Ma è questa la via giusta da seguire per combattere il lavoro nero? La repressione è senz’altro una via, del resto resa necessaria dall’inconcludenza dei deterrenti precedenti. Ovviamente vi sono altri metodi che rimangono aperti. Penso soprattutto agli alleggerimenti amministrativi nel settore delle assicurazioni sociali. Tuttavia al riguardo rimangono in sospeso tutta una serie di interrogativi sul come e sul quando verranno applicati. Ora, al di là di questi fattori, mi sembra che però si stia ancora a prendere il cane per la coda. Vede, a me sembra che le vere cause del lavoro nero non siano state ancora analizzate a fondo, altrimenti sarebbe sorta una grossa contraddizione. Ossia? Negli ultimi anni si è proceduto ad una deregolamentazione sistematica, ed invece oggi ci si trova nella necessità di regolamentare nuovamente, e appunto anche attraverso delle sanzioni dure. Inoltre la passata filosofia economica ha sempre incentivato la concorrenza sfrenata, indirizzata prevalentemente alla riduzione del costo del lavoro. Dunque andrebbe riveduta anche la filosofia economica? Indubbiamente. Questo però non avviene. V’è un nodo non sciolto in questa situazione. In questi giorni la Svizzera, tutta indistintamente, si scopre unita nella lotta al lavoro nero: sindacati, associazioni padronali, partiti, e così via gridano allo scandalo. Eppure, in quasi tutti gli ambienti viene praticato o tollerato. Lo Stato stesso nel passato ha chiuso un occhio su questa forma di strano «assistenzialismo sociale». E allora come si conciliano le dichiarazioni alla luce del sole con la pratica occulta del lavoro sommerso? Ricorro ancora ad una metafora. Mi immagino un tram, dove tutti hanno una manopola a cui attaccarsi. Molti dunque possono trarre dei guadagni dal lavoro in nero. Ma del resto anche la lotta al lavoro nero può generare dei vantaggi. Gli ambienti economici si assicurano il contenimento della concorrenza sleale e dell’insincerità dei prezzi, lo Stato si reimpossessa di ingenti perdite fiscali e delle assicurazioni sociali. I sindacati infine sperano nella fine dello sfruttamento del lavoratore. È significativo che gli unici che si siano opposti al progetto di legge siano i «sans papiers». Già i «sans papiers». Privi di legalità non possono far altro che rivolgersi al lavoro illegale. Questa legge per loro ha l’amaro sapore di una condanna. Sono l’anello debole della catena. Una catena che potrebbe stritolarli. Ed è una tentazione caldeggiata dall’Udc, che dichiarando lotta al lavoro nero, in fondo, dichiara lotta anche ai «sans papiers». Sono degli sfruttati, degli schiavi, che devono eseguire gli ordini, da una parte e dall’altra. Non avendo un benché minimo diritto, non hanno nessuna possibilità di «sopravvivere». D’altronde i «sans papiers» appartengono a quella triste sfera del precariato e della povertà, frutto della concorrenza spietata e di quella filosofia economica da rivedere. La povertà conduce, oserei dire, fatalmente, al lavoro nero. Lavoro nero che trova solo oggi un progetto di legge alquanto pugnace. Eppure è già dagli anni Novanta, patria della crisi, che si discute di simili questioni. Proprio allora nacque l’intenzione di giungere ad una barriera contro il lavoro sommerso. Non v’è dunque il rischio di anacronismo nelle misure promulgate dal Consigliere Pascal Couchepin nei giorni passati? L’anacronismo è relativo. Il fenomeno esiste sia in tempo di crisi, soprattutto in tempo di crisi, sia quando l’economia rialza la testa. Ciò che è significativo semmai, è che nonostante tutte le commissioni interne sorte una decina di anni or sono per studiare il problema, la vera radiografia della situazione è provenuta dall’estero. È stato il professor Friedrich Schneider dell’Università di Linz ad aprire gli occhi agli Svizzeri sui 37 miliardi franchi, e cioè il 9,3% del Pil, che gravitano attorno al lavoro nero. Questo è indice di una politica ambivalente del dire e non dire le cose, del fornire un’impressione al posto di una altra, dell’occultare alcuni dati. Alquanto inquietante. Ma veniamo ad una concreta realtà ticinese. Non poche famiglie, ma non solo, si avvalgono dell’aiuto domestico di lavoratrici frontaliere. Le stesse spesso chiedono di esercitare in nero. Come ci si comporta in un caso simile? Glielo chiedo alla luce delle allusioni di Couchepin relative ad un’accettabile transigenza in certi frangenti. Ora, non dovrebbe una legge nuova di zecca aspirare all’intransigenza, proprio per estirpare alla base la tentazione del lavoro non dichiarato? Certo la legge dovrebbe venir applicata in ogni senso. La difficoltà sta appunto nell’ideare degli alleggerimenti amministrativi che sono stati promessi. Per la donna che viene dalla vicina Italia, il problema che si affaccia non è tanto di carattere fiscale, ma di tipo sociale. Se lavora in nero viene esclusa, gioco forza, da qualsiasi garanzia sociale. Qui sta la difficoltà di trovare dei modelli validi.

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25.01.02

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