Il via alle danze lo ha dato nei mesi scorsi la potente banca centrale americana – la Fed – che ha cominciato a rialzare il tasso di interesse dopo un periodo di politica monetaria espansiva. A ruota l’ha seguita anche la Banca nazionale svizzera (Bns) che porta così il tasso di interesse di riferimento, il Libor a tre mesi, al valore di 0,75 per cento. Ma cosa spinge la “banca delle banche” ad alzare o ad abbassare il costo del denaro? Opportunismo politico o necessarie modifiche per adempiere al suo mandato di servizio pubblico? «La Banca nazionale svolge la politica monetaria nell’interesse generale del Paese. Essa garantisce la stabilità dei prezzi. A tale scopo tiene conto dell’evoluzione congiunturale», questo è ciò che la legge speciale sulla Bns dice a proposito del ruolo della banca centrale elvetica. Aiuta, ma certo non è sufficiente a capire la logica del banchiere centrale che allenta o stringe i cordoni della politica monetaria. Azione sempre controversa e dibattuta dagli ambiti politici, sindacali ed economici. Poniamoci altre domande per cercare di capire un po’ di più: come può una banca centrale perseguire l’interesse “generale” del Paese? In cosa consiste? Come spesso capita quando il legislatore vuole tenere “larghe le maglie” la legge sulla Bns è piuttosto elastica di modo che, a seconda delle necessità, l’interpretazione possa mutare. L’unica precisazione su quell’«interesse generale» è la stabilità dei prezzi. Andiamo con ordine e partiamo da questa considerazione. La Bns tiene in particolar modo conto dell’inflazione. Quindi quando i prezzi si alzano il banchiere centrale reagirà alzando il costo nel detenere denaro di modo che si prediliga il risparmio piuttosto che il consumo o l’investimento. Il ragionamento è semplice quanto affascinante: una domanda di beni e investimenti più debole contribuirà a frenare il rialzo dei prezzi. Se il costo nel detenere denaro cresce – cioè il tasso di interesse in banca aumenta e quindi tenendo contante o spendendo si rinuncia agli interessi – il consumatore tenderà ad acquistare meno. A complicare le cose però si aggiunge il fatto che gli effetti della politica monetaria non sono istantanei, anzi. Dicono gli esperti che ci vogliono dai 6 mesi ai 2 anni di tempo per avere i risultati auspicati. Modificare oggi il tasso di interesse non è quindi la risposta ad un’instabilità dei prezzi attuale – l’unico «interesse generale del Paese» esplicitato dalla legge – ma di una presunta turbolenza futura. Un bel gioco da mago apprendista quindi quello del banchiere centrale che con il suo staff di esperti prende la decisione oggi di mutare i tassi di interesse in previsione di una futura variazione d’inflazione (il grafico sopra riporta le previsioni di inflazione in grande rialzo della Bns,). Ma fermiamoci a questo punto per non andare troppo oltre con ragionamenti tecnici. Arrivati sin qui è però facile capire perché le decisioni di politica monetaria sono tanto controverse e dibattute. Alzare il tasso di interesse colpisce i debitori, come ad esempio chi ha ipoteche sulla casa, ma frena anche l’economia alla quale costerà più caro il prestito. Giova invece alle banche che avranno un maggiore margine di manovra con tassi più alti. Non molto comoda quindi la poltrona alla Bns. Oltre a dover prevedere il futuro deve anche cercare di mediare appetiti non conciliabili. Nonostante ciò gli esperti sono unanimemente d'accordo sulla totale indipendenza della Bns dalla ragion politica.

Pubblicato il 

01.10.04

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