Ai tempi delle crociate cristiane (XI-XIII secolo) contro i musulmani, che avevano invaso la Palestina ed occupato i luoghi in cui era vissuto Gesù Cristo, l’Occidente si coalizzò per combattere il nemico comune. Fu un sentimento profondamente religioso a spingere i governanti e le truppe cristiane a partire in guerra per liberare Gerusalemme dai saraceni. Il fatto che le crociate furono sfruttate anche per fini politici e non solo spirituali, nulla toglie al valore intrinseco del loro intento originale: assicurare l’accesso senza restrizioni di sorta a milioni di pellegrini nel paese di Gesù. Certo, com’è giusto, si può e si deve mettere in discussione la bontà dei mezzi dispiegati dai crociati cristiani: al dialogo interculturale ed interreligioso preferirono le armi, provocando la morte di centinaia di migliaia di persone e producendo un vasto fossato tra le due grandi religioni mondiali. Sia detto per inciso: sono convinto che ne stiamo ancora pagando le conseguenze, a distanza di secoli. Non è un caso che i terroristi islamisti usino espressioni come “guerra santa” e “crociata contro l’impero del male”. Sul complesso fenomeno delle crociate nel loro insieme, la storiografia sia laica che confessionale ha già formulato il suo giudizio. A me preme rilevare ancora due aspetti: il primo riguarda la capacità dei cittadini e dei credenti europei di unirsi per affrontare una minaccia collettiva; il secondo elemento consiste nella salvaguardia del patrimonio culturale e religioso del Vecchio Continente. Riconquistare il controllo sulla Terra Santa poteva fornire all’Europa la garanzia di rimanere omogenea sul piano spirituale, sociale e politico. In alternativa avrebbero dovuto vivere in casa propria senza più esserne i padroni, sottomessi al regime religioso e politico islamico. I parallelismi sono sempre pericolosi, specie se interessano la storia. Ho però l’impressione che stiamo subendo, anche in Svizzera, una nuova specie di crociata, all’inverso, contro i nostri principi tradizionali. Non è quella di Osama Bin Laden, e solo in apparenza non ha nulla a che fare con lo spirito. Usa con disinvoltura oggetti religiosi come angeli, presepi e uova pasquali, oppure promuove valori universali come la fratellanza nello sport. I suoi scopi, sono rigorosamente commerciali, non spirituali. Mi riferisco all’avanzata silenziosa del “Made in China”: invade lentamente gli scaffali dei nostri negozi e sfrutta la nostra attuale debolezza culturale e politica per conquistare fette sempre più grandi di potere economico. Per carità! Non si tratta di partire lancia in resta contro i cinesi, bensì di renderci conto – una volta ancora – che assistiamo senza batter ciglio al sacrificio dei diritti fondamentali delle persone e della società sull’altare del mercato libero.

Pubblicato il 

01.10.04

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