di Marco Alloni L’unanime compianto per Manuel Vazquez Montalban, lo scrittore spagnolo deceduto pochi giorni fa, è stato espresso in modo involontariamento ironico. Si è infatti pianta, con la sua morte, soprattutto quella di un suo personaggio, Pepe Carvalho, il commissario esperto di cucina che ha accompagnato la fortunata serie dei “gialli filosofici” dello scrittore. Perché “ironico”? Perché questo rimpianto concede fin troppo alla dimensione commerciale di Vazquez Montalban, rievocandolo come un autore di cassetta, uomo da best seller, vero e proprio cult per grandi e piccini, e soprattutto per quanti Vazquez Montalban lo hanno letto in spiaggia fra una tintarella e l’altra. Mentre lo spagnolo è anche (e principalmente) un autore che ha lottato intellettualmente tutta la vita contro la logica mercantile e il neo-liberalismo in ogni sua forma: insomma, per dirla chiara, è un autore rigorosamente impegnato, rigorosamente di sinistra, e rigorosamente serio. Qui vorremmo ricordare soprattutto un libro che toglie adito a ogni dubbio: il volume-intervista con il subcomandante Marcos – qualcuno si ricorda dell’Uomo Incappucciato? – dal titolo “Marcos, il signore degli specchi” (Frassinelli) che già aveva due significativi precedenti in almeno due altri inequivocabili saggi: “Io, Franco” e “E Dio entrò all’Avana”, entrambi incentrati su una visione anti-imperialista e anti-dittatoriale della storia. Nell’incontro con il sup, avvenuto nel quartier generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Eznl) a La Realidad - quando ancora la vicenda chiapaneca suscitava clamore in tutti i media del mondo - Manuel Vazquez Montalban esibiva il meglio della sua intelligenza. Ironico, certamente, ma non al servizio della leggibilità soltanto, bensì sulla stessa scia in cui si muoveva il suo illustre interlocutore. Un dialogo serrato e profondo mostra in quel volume i grandi elementi di novità che sono stati portati dal fenomeno del neozapatismo messicano, in particolare rispetto alle posizioni ufficiali dei partiti di sinistra (europei e non). E ci invita a ricordare l’autore spagnolo come uno dei più lucidi osservatori militanti della storia contemporanea occidentale, e non solo uno dei più ammirati produttori in serie di best sellers. A differenza di altre opere su Marcos e il suo “mito” – fra cui la denigratoria “La genial impostura” di Bertrand de la Grange e Mate Rico – quella di Vazquez Montalban rileva (come solo Carlos Tello Diaz aveva saputo fare in materia) gli snodi ideologici più complessi che si annidano dietro il fenomeno del rivoluzionario incappucciato, e riesce pertanto a cogliere la sua portata filosofica e morale. Di più, mette in luce come l’azione portata dall’Ezln sia stata (ahimé, dobbiamo parlare al passato) uno dei sussulti finali dell’idea rivoluzionaria di sinistra, e dunque, infine, uno dei suoi ultimi strappi alla norma, al parassitismo elettorale, al conformismo e alla comodità del disimpegno. Durissima – al di là di quanto ci si aspetterebbe da un goloso stilista della buona cucina – la sua critica alla sinistra borghese seduta sugli allori del capitalismo irreversibile. «Chi ha vissuto tempi di lotte sociali, di guerra di classe, di resistenza, ha visto con chiarezza la morale della Storia. Ma per quelli cui è toccata in sorte questa merda del dolce far niente della civiltà borghese una presa di coscienza è molto più difficile, soprattutto nei paesi del nord, nei paesi del capitalismo avanzato». Critiche e bordate a tutto campo che non risparmiano certo quei milieux di avventizi della letteratura che ne hanno poi celebrato l’opera di intrattenitore per le masse. Ma non solo. Gli strali di Vazquez Montalban raggiungono sfere più riposte, meno scoperte, come il fatto che la sinistra non ha più saputo trovare il suo ardore alla lotta perché ha smarrito il soggetto storico a cui poteva immediatamente fare appello per invocarla: il proletariato, o quel che il proletariato significava laddove il termine “lotta di classe” aveva ancora un suo valore dinamico di opposizione. «In parte, la crisi del mondo intero della sinistra proviene dalla confusione sul soggetto storico di cambiamento, esaurito ora che il proletariato industriale è stato decostruito come soggetto. E con voi...» dice Vazquez Montalban rivolto a Marcos «... appare il “soggetto etnico”, l’indigeno, il doppio perdente. È come trovare di nuovo la denuncia del disordine a partire da quanto c’è di più immediato e più ovvio, e non come avrebbe fatto un rivoluzionario tradizionale applicando uno schema di lotta di classe, di lotta internazionale di classe, a un piano e a una proposta di azione». Gli esempi potrebbero naturalmente continuare. Ciò che ci premeva segnalare era che con la morte di Manuel Vazquez Montalban non dobbiamo dimenticare di aver perduto una delle ultime voci del dissenso e della militanza, e dell’attenzione viva e partecipe ai destini reali dei disagiati, da quelli oppressi dalle dittature a quelli soggetti al martirio quotidiano dell’indifferenza altrui: indigeni e affamati in particolare. Forse i suoi libri più famosi solleticheranno il riso, il palato e lo spirito d’arguzia di molti lettori radical chic dei nostri giorni, ma altre opere meritano di resistere alla sua morte almeno e più di quelli. Come – diciamo nostalgicamente – meritebbe qualche decisa riesumazione la salma mediatica del subcomandante Marcos, scomparsa dalla scena con l’ingresso negli schermi di Osama Ben Laden e con il “fallimento” della sua Marcia su Città del Messico. Eppure Marcos è ancora ben vivo nelle necessità di quanti aspirano al suo motto: giustizia, dignità, libertà.

Pubblicato il 

31.10.03..

Edizione cartacea

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