Permettetemi di rilevare che l’Europa e in genere l’Occidente non stanno facendo molto, in ambito culturale, per superare gli schemi ottocenteschi che riducono sistematicamente l’Oriente a un universo esotico. Ne porterò un singolo esempio che è paradigmatico di un insieme molto più vasto di situazioni tutte inscrivibili nella stessa logica: la morbosa banalizzazione in senso leggendario della realtà orientale. Si tratta di una nuova scoperta dell’editoria occidentale: una giovane scrittrice egiziana di nome Miral El Tahawi, oggi trentacinquenne, che l’Egitto ha consacrato fra i nuovi talenti della narrativa locale alcuni anni fa con l’uscita del suo primo libro, il romanzo “El khibà”. Fino a qui niente di male. Che una scrittrice donna (e per di più giovane) si ritagli uno spazio nel Pantheon dei nuovi autori egiziani non è che un segno di svolta nel contesto del tradizionale maschilismo arabo. D’altronde da una decina d’anni a questa parte, con il progressivo ingresso delle donne nel processo di alfabetizzazione e acculturamento, il numero di scrittrici sta ormai persino surclassando quello degli scrittori. Ma il punto non è questo, appunto. Anche se già su questo primo dato si sono sbizzarrite le note editoriali di questi mesi («una giovane donna si staglia sulla scena letteraria», «una scrittrice parla della sua condizione rompendo con la prassi del silenzio») il punto non è ancora questo. Il femminismo (la Tahawi non è femminista) non è d’altronde una prerogativa europea: l’ultimo Nobel per la Pace è iraniana. No, il punto è che su Miral El Tahawi si è speculato con un accanimento esotico fuori da ogni contegno, e questo perché la giovane narratrice è (meraviglia delle meraviglie!) di origine beduina. Allora si sono scatenate sulle pagine tutte le sciocchezze e le idiozie e naturalmente i luoghi comuni di cui è capace il marketing dell’editoria odierna, bottegaio quanto male informato sulle realtà d’oltremare. «Una bellissima e coraggiosissima beduina... una giovane ragazza che ha vissuto reclusa nella tenda ...». Risparmio la sequela di fandonie che si sono costruite su un personaggio che, se è vero proviene da una famiglia beduina, è altrettanto vero che non ha mai vissuto in una tenda ma sempre in una casa in mattoni, che non ha mai dormito sotto l’alito di un cammello (quasi tutte le recensioni la ritraggono sullo sfondo di cammelli e donne velate) e infine è di una bellezza così qualunque che definirla “bellissima” non è che un triviale falso giornalistico. E infine, quale beduina? Quale beduina d’Egitto, verrebbe anzi da dire! I beduini non sono più tali, in Egitto, da decenni, o solo in remote regioni del deserto occidentale in prossimità delle oasi. E ormai dopo il lento processo di sedentarizzazione che si è prodotto, a partire dal primo dopoguerra, in quasi tutte le sue province, vivono in una sorta di post-feudalesimo che ben poco ha a che spartire con l’immagine da rotocalco che accompagna Miral El Tahawi sui rotocalchi occidentali. Sono mercanti, commercianti, i beduini odierni, non certo pastori di pecore o cammelli: e soprattutto nel Sinai si sono da tempo assoggettati alle logiche del turismo. La caricatura che viene sistematicamente prodotta in casi di questo genere è insomma ancora un affronto alla letteratura e alla cultura, alla verità e alla storia. Miral El Tahawi discuteva con me al centro del Cairo, in un bar, fumando il narghilé e comportandosi come una qualsiasi ragazza emancipata di città. Portava abiti borghesi abbastanza eleganti, parlava un perfetto arabo classico (è docente universitaria nella capitale) e sorrideva senza inibizioni. Oltretutto scrive in una lingua così moderna e sperimentale che stupirsi delle sue origini è solo un vezzo per chi crede che il fatto di sapere scrivere (per una beduina!) dovrebbe già di per sè costituire ragione di meraviglia... Non si fa un servizio né all’intelligenza dei lettori occidentali né alla qualità delle giovani scrittrici orientali a dipingerle sempre con le flaccide spatolate della mitizzazione. Si riduce ancora una volta un vero “caso letterario” a un patetico e fasullo “caso umano”. Come se l’Egitto avesse ancora bisogno di portarsi addosso lo sguardo preconcetto di un esteta inglese di fine settecento, quando i tempi di Lesseps e persino di Durrell sono finiti da lustri.

Pubblicato il 

09.01.04..

Edizione cartacea

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