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Ma chi è quell'ometto

di

Gianfranco Helbling
Ma chi è mai Christoph Blocher? Chi è quest’ometto piccolino e tarchiatello che ama ergersi su palchi addobbati di bandiere rossocrociate per spiegarci, quale unica verità possibile, cos’è la Svizzera e cosa significa essere svizzeri? Chi gli ha dato la patente di patriota e il diritto di riscrivere la nostra storia? Nessuno. Eppure è lui col suo codazzo di giullari e lacchè ad aver ripreso in mano oggi le redini del dibattito storico in Svizzera, lui con i suoi discorsi della domenica, da Rafz al Rütli, la foto del generale Guisan appesa in ufficio e i quadri di Albert Anker di cui ama circondarsi e farsi vanto. Così, la breve stagione di riflessione critica sul nostro passato aperta dalle polemiche sui fondi ebraici in giacenza nelle banche svizzere e condotta dalla Commissione Bergier è già chiusa: è tornato il tempo dei miti, delle certezze, delle distinzioni chiare fra noi e gli altri. Il tempo dei muri. La ormai tradizionale manifestazione di forza dei neonazisti il primo d’agosto al Rütli dunque non sorprende: se certamente non sono stati inviati da Blocher, né con lui hanno direttamente a che fare, altrettanto certamente sono però stati nutriti dai suoi discorsi e da questi legittimati. Proprio quest’anno se n’è avuta la riprova, con gli epiteti urlati al presidente della Confederazione Samuel Schmid che ripetevano quelli in passato rivoltigli dallo stesso Blocher o dal suo tirapiedi Christoph Mörgeli. Se la questione fosse circoscritta a qualche centinaio di neonazisti non sarebbe nemmeno così grave. Il problema è che la rilettura mitologica di Blocher alimenta la nostalgia per una Svizzera pura e autosufficiente, una nostalgia molto diffusa in ampie fette della popolazione di questo paese che proprio in occasione di una votazione fondamentale per il nostro futuro come quella sulla libera circolazione delle persone potrebbe rivelarsi fatalmente decisiva. Resta allora da chiedersi dove siano gli altri partiti e gli altri politici, perché non si prendono la briga di scendere sul terreno della storia per difendere una lettura critica e oggettiva del nostro passato: sembrano ignorare che è dalla storia che un popolo trae la sua identità, e che è proprio questa a determinarne per larghi tratti il comportamento politico. Blocher l’ha capito e da anni ci marcia. In attesa di una risposta diciamo almeno che Blocher non è più svizzero di nessun altro. Che anzi la sua arroganza e il suo protagonismo sono profondamente antisvizzeri. Che i soldi fatti vendendo Alusuisse se li è guadagnati sulla pelle dei 600 operai licenziati in seguito da Alcan, tradendo l’economia e la popolazione di questo paese. Che la Svizzera è tale perché vi convivono culture e modi di essere molto diversi che non vogliono lasciarsi assimilare al modello unico blocheriano. Che la tradizione politica di questo paese è fatta di dialogo e di rispetto, e non di prevaricazione e di insulto. No, non sarà proprio un ometto così a dirci chi siamo. E non sarà lui a dettarci il nostro futuro.

Pubblicato

Venerdì 26 Agosto 2005

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