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"Ma aver tenuto 10 anni è già un sucesso"

di

Gianfranco Helbling
Vasco Pedrina, già presidente nazionale del sindacato Sei, poi co-presidente di Unia, è stato anche per otto anni il presidente del consiglio d'amministrazione delle Edizioni Sociali Sa, la casa editrice di area. In questa intervista racconta come ha vissuto la nascita e l'evoluzione di area dal punto di vista sindacale.

Vasco Pedrina, da zurighese come ormai è diventato, legge area? E che cosa la interessa?
La leggo regolarmente. Mi interessano le questioni internazionali, in particolare quanto avviene a livello sindacale in Italia, e, da ticinese, l'attualità cantonale. La dimensione internazionale, con un occhio rivolto in particolare all'Italia e un altro all'Europa, è decisiva: il futuro non solo sociale della Svizzera si giocherà molto a livello europeo, la crisi finanziaria globale spinge ad affrontare i problemi in un'ottica non solo nazionale. E poi ho piacere a leggere le pagine culturali, che forse non interessano tutti i nostri associati, ma certamente la parte più intellettuale e impegnata del sindacato sì.
Qui però c'è una contraddizione: spesso in passato da parte sindacale si è criticato area per aver dato troppo peso all'internazionale, ai fatti ticinesi e alla cultura.
Con la mia funzione nel sindacato e nel cda di area non sono un lettore rappresentativo di area. La tensione a cui si riferisce la domanda c'è sempre stata in tutti i dieci anni di vita di area, perché il settimanale doveva coprire bisogni abbastanza eterogenei, dai sindacalizzati ticinesi agli immigrati a nord delle Alpi, dai frontalieri ai compagni del Partito socialista.
area nel 1998 sarebbe nata se nel frattempo non fosse stato in corso il processo di avvicinamento fra i sindacati Sei e Flmo, che poi nel 2004 diedero vita ad Unia?
Diversi fattori hanno avuto un ruolo importante. Uno di questi è stato l'avvicinamento a livello nazionale, avviato un paio d'anni prima con il progetto Casa sindacale Flmo-Sei e le prime realizzazioni comuni. Con dei giornali comuni si sperava di contribuire ad instaurare il dialogo fra i due sindacati. area in questo senso era ritenuta molto importante a livello regionale, dove fra Sei e Flmo il dialogo proprio non c'era. Inoltre da alcuni anni era in corso una discussione sui nostri organi d'informazione: ci chiedevamo se continuare ad avere dei "bollettini parrocchiali", cioè dei giornali che fungono unicamente da portavoce delle direzioni sindacali, oppure se aprirli in termini di tematiche ma anche di modalità di produzione, riconoscendo indipendenza alla redazione rispetto agli apparati sindacali. Infine c'è stata anche una spinta ideologica, in particolare da parte della sinistra sindacale che chiedeva un salto di qualità della stampa sindacale ritenendo che questo potesse dinamizzare il sindacalismo svizzero.
Aver concesso questa indipendenza alle redazioni dei tre giornali di Unia (area, L'événement syndical e Work) è stato pagante?
Certamente, i giornali sono più interessanti e vivaci. All'organizzazione fa anche bene avere uno specchio che non metta in evidenza solo i pregi.
L'apparato sindacale però a volte fatica ancora ad accettare l'idea di redazioni indipendenti.
Mi sembra ci sia stata comunque un'evoluzione positiva. Se penso alla generazione che mi ha preceduto e ai miei primi anni nel sindacato, era quasi inconcepibile che si pagasse il grosso di un giornale e non se ne avesse il totale controllo. Le esperienze poi fatte con i tre giornali hanno portato una presa di coscienza generalizzata sul fatto che è positivo se le redazioni svolgono anche una funzione critica. Naturalmente ogni volta che la critica si fa un po' forte chi è toccato reagisce negativamente. È compito allora del consiglio d'amministrazione stare attento di non ricadere nelle regole del passato. Anche ad area ci sono stati dei conflitti, con dei compagni che erano intervenuti con decisione per far rivedere le regole del gioco, ma si è sempre riusciti a mantenere l'indipendenza.
È stato difficile garantire alla redazione di area questa indipendenza?
Ci sono stati momenti più difficili di altri, ma siccome Renzo Ambrosetti ed io avevamo una posizione forte nelle rispettive federazioni, siamo riusciti a far rispettare le regole senza grossi drammi. Le fasi più difficili corrispondevano di fatto con i momenti in cui ci sono stati scontri interni fra correnti sindacali (penso ad esempio al congresso del Sei del 2000).
Il primo anno di vita di area, risoltosi con la partenza del direttore Orazio Martinetti, fu particolarmente tormentato. Come lo ricorda?
Il problema è che il giornale non era riuscito a sfondare in termini di abbonamenti. La maggioranza del consiglio d'amministrazione vedeva nell'impostazione data al giornale dal direttore dell'epoca, che pure svolgeva un lavoro egregio, l'origine del problema. Il suo successore, Daniele Fontana, ha puntato su un giornalismo più di notizia ottenendo una certa dinamizzazione. Ma nemmeno con Fontana si è riusciti a sfondare, e questo è stato il problema fondamentale che area s'è trascinata per tutti i suoi dieci anni. Con Fontana però area ha acquisito un profilo più marcato nel panorama mediatico ticinese, cosa che poi ha mantenuto anche con le direzioni successive.
Il primo anno travagliato di area non è stato anche conseguenza di idee un po' confuse al momento dell'impostazione di tutto il progetto?
La mancanza di chiarezza del concetto ha certamente avuto ripercussioni sul lavoro quotidiano. E c'era anche la necessità di soddisfare pubblici molto diversi. Non credo siano molti i giornali che devono farsi carico di così grandi sfide.
Ha l'impressione che in dieci anni area sia riuscita a farsi amare dal pubblico di estrazione sindacale?
Penso che il bilancio sia più positivo rispetto a quanto non si possa dire della reazione dei lettori vicini al Ps. Il problema fondamentale però è che la nostra base non legge abbastanza, soprattutto in certi ceti sociali, e che le nuove generazioni sembrano leggere ancora meno o privilegiare altri mezzi (ad esempio Internet).
Allora si fa un giornale per romanticismo?
Credo che uno dei compiti della direzione sindacale oggi sia di far riscoprire il piacere e l'interesse per la lettura. C'è meno di un tempo l'abitudine a leggere, oppure le abitudini di lettura sono cambiate, ed è anche per questo che siamo obbligati a riflettere su nuove forme di comunicazione. Ma credo che un interesse per la lettura potrebbe anche ritornare. In momenti di crisi come questo in cui si torna a porsi domande di fondo, il bisogno di capire e quindi di leggere cresce di nuovo. Inoltre per i rappresentanti sindacali nelle aziende il giornale è un punto di riferimento intellettuale ed emozionale importante. Essi sono il motore dell'organizzazione, il giornale è il loro carburante.
Unia nello statuto ha scritto fra i suoi compiti ha anche la promozione culturale dei suoi associati. Un compito forse secondario, che però il sindacato sembra trascurare molto.
È vero. Da una parte abbiamo sempre avuto dei nuclei impegnati su questo fronte. D'altro canto ora che riflettiamo al rilancio della rete dei rappresentanti sindacali ci rendiamo conto che esso è possibile solo se si riesce a nutrirli intellettualmente, a dar loro l'orizzonte di una società più giusta per la quale valga la pena battersi. Per questo è necessaria anche una buona offerta culturale.
Dopo dieci anni area cambia rotta. È un fallimento o è già un successo aver resistito per dieci anni?
Penso sia già un successo aver resistito dieci anni. Non era affatto scontato. Entriamo in una fase nuova, dove c'è bisogno che i sindacati sviluppino un contropotere sociale forte e molto identitario. È quindi utile avere un giornale più mirato ai bisogni della nostra organizzazione. Questo vale per noi ma probabilmente vale anche per il Ps.
Ma dieci anni or sono ci credevate al progetto?
A partire dagli anni '80 abbiamo provato a cambiare il movimento sindacale. Il nostro progetto strategico era di penetrare nel settore dei servizi e di creare un contropotere che conti nella società in una fase in cui i partiti di sinistra non articolavano più i bisogni dei lavoratori ed entravano in crisi. In questo quadro abbiamo cercato di sviluppare diversi progetti, fra cui i giornali, senza avere nessuna garanzia che avessero successo. Eravamo quindi pronti semmai a fermare i giornali anche dopo pochi anni. Quando stavamo concependo area pensavo che forse già dopo cinque anni avremmo cambiato rotta. Oggi non ci verrebbe più in mente, come era accaduto dieci anni or sono, di andare dal Ps a discutere se fare un giornale assieme. E il Ps deve pur chiedersi come mai, pur avendo a disposizione uno strumento di qualità come area, non sia riuscito a far decollare la sua partecipazione al giornale. Se la quota di abbonati fosse stata superiore, forse oggi si discuterebbe anche in termini un po' diversi.
E creare dei giornali in comune fra tutte le organizzazioni dell'Unione sindacale svizzera (Uss) rimane un'utopia?
Per il momento sì. Dobbiamo vedere che cosa succederà con i sindacati dei servizi pubblici. Ma penso che a medio termine la questione si riporrà, e a quel momento saranno i giornali di Unia la piattaforma sulla quale si potrà costruire un progetto comune. Perché si arrivi a questo ci vuole però o uno scossone nelle strutture sindacali, oppure delle importanti costrizioni finanziarie esterne.

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2008

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