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Ma allora...

di

Giuseppe Dunghi

Un ritornello sinistro ricorre spesso in questi giorni in Italia: occorre un governo che goda di un’ampia maggioranza per condurre in porto le necessarie riforme. Ridurre l’eccessiva pressione fiscale, diminuire il costo del lavoro, liberalizzare gli orari di apertura dei negozi, dimezzare il numero degli impiegati statali, mettere sul mercato i beni pubblici per rientrare dai debiti con le banche, privatizzare l’acqua, l’energia, le poste, i treni, le spiagge, facilitare i licenziamenti, aumentare l’età di pensionamento. Se queste sono le riforme progettate, c’è da augurarsi che non ci sia mai un governo con una maggioranza sufficiente per farle.

Di questo riformismo da strapazzo che ormai da vent’anni imperversa in Europa come un vento malefico ha parlato Paolo Favilli in un illuminante intervento sul manifesto dello scorso 16 febbraio. Il neoriformismo di oggi – scrive Favilli – è il rovescio del riformismo socialista. Una specie di caricatura. Ma poiché la comprensione perfetta di un fenomeno si dà attraverso la sua parodia, ci offre l’occasione di capire nella sua portata storica la pratica riformistica del movimento operaio studiata da Eric Hobsbawm, lo storico inglese recentemente scomparso. Siccome i sindacati e i partiti di sinistra si sono trovati di fronte per due secoli un capitalismo per nulla disposto a cedere sul piano del potere, hanno dovuto agire “come se il capitalismo fosse permanente”, organizzandosi per ottenere piccoli miglioramenti immediati tesi a mutare a poco a poco l’equilibrio dei rapporti sociali a proprio favore. Cioè “civilizzare” il capitalismo: contratti di lavoro, fiscalità progressiva, pensioni, assicurazione contro le malattie, diritti dei lavoratori.

 

Hobsbawm come storico doveva attenersi ai fatti, ma certamente l’avrà pensato: bisogna invece agire come se il capitalismo non fosse permanente, come se l’ordine sociale esistente fosse provvisorio. Pensavano in questo modo i grandi movimenti culturali che hanno cambiato la storia, come il liberalismo e il cristianesimo. Il monachesimo per esempio: «Che l’ideale monastico, nato come fuga individuale e solitaria dal mondo, abbia dato origine a un modello di vita comunitaria integrale può apparire sorprendente» (Giorgio Agamben, Altissima povertà, p. 19). Sorprendente come le meravigliose cattedrali gotiche costruite in un momento in cui la spiritualità medievale sembrava portare al disprezzo dell’architettura. Poiché il cristianesimo, «mirando a tutt’altra cosa che a riforme sociali, mirando precisamente ad attendere nella preghiera e nel desiderio la instaurazione del Regno di Dio, aveva effettivamente e praticamente scompaginato e sconvolto tutta la struttura dell’organismo sociale» (Ernesto Buonaiuti, Storia del Cristianesimo, II, p. 91).

 

Paradossalmente, le riforme si ottengono proprio quando vengono rifiutate in nome di un ideale rivoluzionario. È la stessa pratica sindacale a confermarlo: nelle trattative per il rinnovo dei contratti di lavoro, quando la controparte si accorge che oltre alle rivendicazioni poste sul tavolo non c’è altro, non c’è quel non detto «tieni presente che sono in grado di delegittimare tutto il tuo ordine sociale», in quel momento pensa: «Ma allora posso anche non concedere niente!»

Pubblicato

Giovedì 14 Marzo 2013

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