Abbattere i muri delle reciproche diffidenze ed indifferenze per costruire un nuovo percorso di integrazione. Creare un luogo in cui dare voce direttamente alle immigrate, in cui poter parlare di loro, dei propri paesi, delle proprie culture in qualità di portatrici di valori e tradizioni e non di «semplici» testimoni. È da questo atto di volontà che è partita l’esperienza, tutta al femminile, del Centro interculturale delle donne «Alma Mater». Un centro ideato da un gruppo di donne immigrate che sentivano il bisogno di ritrovarsi, di stare insieme per rompere una pesante situazione di emarginazione e di socializzare con le donne italiane. Nato nel 1993 a Torino, ha saputo subito ritagliarsi uno spazio importantissimo diventando una vera e propria casa in cui accogliere, come in un caloroso abbraccio, le donne e diventando un luogo dove le risorse e le competenze del mondo dell’immigrazione, spesso misconosciute, vengono messe in valore. Attraverso la valorizzazione delle diversità e delle specificità delle donne, il centro ha trasformato lo scambio delle esperienze in una risorsa collettiva molto preziosa. Per le sue caratteristiche e dinamiche, «Alma Mater» è diventato un esempio per altri progetti di integrazione. Un esempio che ha travalicato i confini nazionali. Il centro, gestito dall’Associazione «AlmaTerra» – che si batte per inventare una nuova cultura, al di là delle razze – è concepito come spazio per essere, e citiamo: • un punto di incontro delle donne italiane e straniere e un punto di accoglienza e di riferimento per donne che si trovano ad affrontare problemi collegati al processo di immigrazione • un luogo di riferimento fra donne di qualsiasi provenienza in uno spirito di conoscenza reciproca e diretto alla costruzione di una società aperta ad una convivenza multietnica e interetnica • un’opportunità di sperimentazione delle professionalità delle donne al di fuori di una logica assistenzialistica. Dalla sua nascita ad oggi, il Centro interculturale delle donne ha sviluppato tutta una serie di attività che vanno dalla mediazione culturale, al laboratorio di sartoria, dalla cucina etnica all’ «atelier» teatrale «Almateatro». Particolarmente apprezzato l’hammam, o bagno turco, (vedi articolo accanto), luogo del benessere femminile, storicamente un punto di incontro (dove scambiarsi complicità e confidenze) per tutte le donne mediorientali e oggi sempre più frequentato anche da donne di altre culture. Tre, al momento, i gruppi di lavoro: Almaplanta (dedicata alla riscoperta delle medicine tradizionali portate dalle immigrate), lavoro di cura e lavoro. Il centro dispone inoltre di un consultorio giuridico. Ma che impatto ha avuto «Alma mater» sul discorso dell’integrazione e dell’immigrazione? E quale sulle donne? Abbiamo rivolto questa, e altre domande, alla presidente dell’associazione «AlmaTerra», Flor Vidaurre. Come è cambiata l’immigrazione in questi anni? «Dieci anni fa, quando cioè stava maturando l’idea di creare un centro per le immigrate, si parlava molto poco del problema perché non ci si era resi conto della sua importanza. Eppure la presenza migratoria era già molto forte. Si è cominciato ad aprire gli occhi su questa realtà quando le immigrate sono uscite di casa affacciandosi sul mondo del lavoro. Improvvisamente anche loro hanno cominciato ad esistere e quindi ad essere percepite come presenza. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un ulteriore aumento dei flussi migratori che hanno determinato una «nuova» e diversificata presenza di immigrati, nella misura in cui le migrazioni dipendono dalla situazione politica, sociale ed economica del paese di origine. Come associazione ci rendiamo conto che la maggior parte dei migranti provengono dai cosiddetti paesi in via di sviluppo. Che impatto ha avuto la vostra esperienza sul discorso dell’integrazione? Onestamente credo che l’impatto sia positivo. Specialmente negli ultimi anni, da quando cioè stiamo lavorando per favorire l’inserimento lavorativo delle donne straniere che hanno delle qualifiche particolari. Rivalorizzando il percorso formativo di queste donne è stato possibile rafforzare il discorso dell’integrazione. Un discorso, quello dell’integrazione, che però va comunque inteso in un contesto più ampio. Lo spirito di «Alma Mater» è sempre stato quello di favorire l’accoglienza e l’incontro tra donne. Il Centro, aperto a tutte le donne del mondo, crea una dinamica dello «stare insieme» molto importante. Dà alle donne la possibilità di condividere il proprio essere, la propria cultura. Del resto uno degli obiettivi del centro è quello di stare insieme nella diversità. Il femminismo e il discorso di genere come vengono integrati nella dinamica di integrazione? Vengono integrati in un processo di emancipazione personale, di rafforzamento dell’identità delle donne come soggetti.Va comunque subito precisato che il Centro ha deciso di declinarsi al femminile per rispondere ad un bisogno di rispetto culturale. Noi sappiamo che per le donne di certe culture risulta molto difficile frequentare dei luoghi pubblici o determinati enti o spazi. Si è così creata la consapevolezza di dare vita ad un «luogo» tutto al femminile dove le donne potessero confrontarsi liberamente, senza paura. Da questo territorio al femminile e su questo terreno al femminile molte donne hanno potuto sviluppare una loro autonomia basata sull’ importante discorso della rivalorizzazione di se stesse. Il centro Alma Mater in che cosa si differenzia rispetto ad altre esperienze interculturali? Intanto l’idea del centro è partita proprio da un gruppo di donne migranti di diversi paesi. Credo inoltre che nel nostro centro l’interculturalità non sia una semplice parola, né un concetto teorico. È un agire quotidiano nel quale le diversità dialogano tra loro. Al centro l’approccio è molto meno faticoso rispetto ad una struttura sociale classica. Il tipo di accoglienza l’accompagnamento che offriamo unitamente alla forte presenza multietnica fa sentire le donne migranti – e sono loro che ce lo dicono – come «a casa». Ad «Alma Mater» i rapporti, che possono anche essere conflittuali, sono veri, autentici. È una casa dove c’è vita, dove c’è gioia e dolore, dove si ride e si piange, dove si balla e si riflette. Per l’Otto marzo quale augurio vuole rivolgere alle migranti? Oddio, la lista degli auguri sarebbe davvero molto lunga...Voglio augurare alle donne migranti di vivere e di provare a convivere esperienze nuove nella società di accoglienza. Auguro loro di essere pronte ad accettare la diversità e di provare a capire ed incontrare una cultura altra. E mi auguro soprattutto che anche loro possano essere capite. Dentro l'«hammam» Tra le attività avviate con successo dal Centro culturale delle donne «Alma Mater», spicca il bagno turco o «hammam» costruito rispettando una serie di parametri architettonici tipici della cultura di origine. L’«hammam» è stato inaugurato l’Otto marzo del 1995; una data scelta per celebrare in maniera multietnica la giornata internazionale delle donne. Fino a poco tempo fa era l’unico bagno turco interamente femminile in Italia. Così nella fredda Torino c’è un angolo di mondo dove le donne possono raccontarsi e prendersi cura di sé senza preoccuparsi del tempo che scivola tra le dita come la sabbia di una clessidra. Dentro nell’hammam, infatti, il caldo e l’umidità fermano il tempo, rallentano gesti e pensieri. Mentre l’acqua continua a scorrere raccontando la sua storia, le chiacchiere delle donne si confondono e riecheggiano ritmicamente. E sembra quasi che le storie si rincorrano all’infinito. Il vapore avvolge i corpi e la mente parte altrove. Fuori dal tempo e dallo spazio. L’«hammam» è il luogo al femminile dove le differenze si annullano, dove non esistono nazionalità, dove il colore della pelle è lo stesso per tutti. Dove antichi gesti di cura tornano in superficie. E conquistano, sempre di più, anche le donne occidentali che ritrovano nel bagno turco il tempo per se stesse e uno spazio di socializzazione interetnico dove si impara a conoscere l’altra. In questo senso il bagno turco diventa luogo di integrazione per eccellenza. L’«hammam» dell’«Alma Mater» è costituito da alcune stanze in cui le donne si rilassano, si sottopongono a massaggi (ne vengono proposti di diversi tipi), impacchi di argilla o di henné, prendono il the marocchino, si rilassano sui lettini. Un trattamento completo (peeling, bagno, massaggio, ceretta) dura circa due ore e costa attorno ai 40 Euro. A gestirlo sono le donne immigrate che si avvalgono di massaggiatrici qualificate. frg

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08.03.02

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