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Luigi Grecchi, un raccontastorie

di

Antonio Carboni
Mi è sempre piaciuto pensare che un grande creatore di sogni dovesse vivere per sempre nel regno della fantasia insieme ai propri personaggi, senza mai invecchiare né tanto meno morire, proprio come quegli eroi di carta ai quali egli ha dato vita. Invece Luigi Grecchi se ne è andato alcuni mesi fa all‘età di 72 anni, nella sua casa di Ventimiglia. Lo ha fatto in punta di piedi, com‘era nel suo stile, in modo silenzioso e compunto, quasi volesse non disturbare nessuno. Forse il nome di questo autore dice poco o nulla alle generazioni attuali ma Grecchi fu davvero un «grande» nel mondo del racconto disegnato e la sua stessa vita, ricca di viaggi e avventure, seppe rispecchiare quel mondo a fumetti creato e immaginato per i suoi personaggi. Iniziò a scrivere storie già a 14 anni per la «Edital» che aveva sede a Milano, sua città natale, continuando a proporre soggetti e sceneggiature a destra e manca fino ad entrare, nel 1948, alla Universo, casa che pubblicava L‘Intrepido e Il Monello. Per questi due settimanali creò alcune serie che restano tuttora dei classici nella storia del fumetto di lingua italiana. Intendiamo alludere a Forza John!, Rocky Rider, Fiordistella, Chiomadoro principe del sogno, Buffalo Bill, Roland Eagle, una squadra che avrebbe portato avanti per anni, senza disdegnare però nuove creazioni come fu il caso de Il Cavaliere Sconosciuto, realizzato nel 1957 per le edizioni francesi della Sagéditions. Invece di godersi il successo, il suo carattere avventuroso lo portò, nel 1963, ad abbandonare i suoi personaggi per trasferirsi in Messico, dove si fermò 4 anni. Di nuovo in Europa si stabilì in Francia, pubblicando presso la Sagéditions due nuovi eroi, Kid Roy e Lone Wolf, seguiti dalle serie di Baby Bang e I Due dell‘Apocalisse. Nei primi anni ottanta ci fu il ritorno ad un suo antico amore, a quel settimanale Il Monello che vide l‘inizio della sua fantastica carriera di scrittore di fumetti, tornandovi alla grande con la bella serie di Yury Thunderbolt. Agli inizi degli anni novanta confidò agli amici che il fumetto gli andava ormai stretto, lasciandolo di conseguenza per dedicarsi ad un‘altra sua grande passione, la stesura di articoli di divulgazione scientifica, attività che portò avanti fino al momento della sua morte con quel rigore formale che già lo contraddistinse nei lunghi e fecondi anni dei suoi capolavori a quadretti.

Pubblicato

Venerdì 19 Aprile 2002

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