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Lugano, la cultura non ha testa

di

Gianfranco Helbling
La politica culturale della città di Lugano? Mal coordinata, in mano a poche persone e assai poco trasparente. In questi termini può essere riassunto il capitolo dedicato alle politiche culturali dello studio “Gouvernance métropolitaine et légitimité – Rapport sur les études de cas” elaborato dai ricercatori Daniel Kübler e Brigitte Schwab del Laboratorio di sociologia urbana del Politecnico federale di Losanna. Si tratta di un documento di lavoro stilato nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica nel quadro del programma prioritario di ricerca “Demain la Suisse”. In esso sono riportate nel dettaglio le informazioni raccolte sul rapporto fra gestione di uno spazio urbano e democrazia in alcuni settori chiave dell’attività di un ente pubblico a livello locale in cinque città svizzere (Zurigo, Berna, Losanna, Lucerna e Lugano). E, sul fronte della cultura, la “perla del Ceresio” non ci fa una bellissima figura. Il rapporto è datato dicembre 2003. Esso è pertanto precedente sia all’aggregazione dei comuni che alla ridistribuzione dei dicasteri a seguito delle elezioni dell’aprile 2004, per cui fa riferimento alle informazioni raccolte in particolare presso l’allora capodicastero Erasmo Pelli (oggi sostituito da Giovanna Masoni). Alcune osservazioni che contiene possono tuttavia spiegare certe difficoltà che incontra oggi la città nel definire una sua politica culturale coerente e rigorosa (come nei casi dei contenuti del museo al Palace e della collezione Brignoni). Daniel Kübler e Brigitte Schwab così riassumono le loro osservazioni: «a Lugano non c’è un concetto globale di politica culturale che sia stato formulato ed approvato dal Consiglio comunale. Non c’è neppure una legge sulla promozione della cultura. I dibattiti di politica culturale sono rari e le persone che hanno un reale influsso sulla politica culturale si contano sulle dita di una mano». In particolare alla domanda se vi sia un concetto globale che guidi la promozione della cultura a Lugano l’allora capodicastero Erasmo Pelli ha dato ai ricercatori una risposta che nella sua ingenuità è comunque sconcertante: «No, non c’è nessun concetto. C’è semplicemente un’attività che si svolge di anno in anno». E questo per gestire un budget che è di circa 5,5 milioni di franchi all’anno (più un milione circa di attività culturali gestite dall’Ufficio attività giovanili). I ricercatori rilevano che almeno un regolamento comunale che disciplini la promozione della attività culturali darebbe un minimo di orientamenti e fornirebbe gli strumenti e i criteri per stabilire l’assegnazione di sovvenzioni. Invece tutto si limita al budget del Dicastero cultura con le relative voci di spesa, approvato con i preventivi e i consuntivi del Comune. In altri termini, rilevano Kübler e Schwab, l’unica possibilità d’intervento sull’attività culturale della città è data ai membri del Consiglio comunale, sotto forma di proposte di taglio ai contributi o d’inserimento di nuove poste nell’ambito dell’approvazione dei conti comunali. Anche per questo nel 2002 è stata creata la Commissione culturale. Un organismo tuttavia che, stando a quanto raccolto dai ricercatori, ha criteri di nomina per nulla chiari e che fa fatica a funzionare, come osserva uno dei suoi membri, Elio Bollag, citato nello studio: «il Dicastero cultura ha difficoltà a delegare e a consultare esponenti della cultura». L’immagine che ne risulta, secondo Kübler e Schwab, è quella di un addetto culturale (Rudy Chiappini, direttore dei musei della città) e del suo capo (nel 2003 era il municipale Erasmo Pelli) che «determinano in maniera decisiva (ed esclusiva) la politica culturale della città». Anzi, il rapporto non perde l’occasione per stigmatizzare l’atteggiamento di Chiappini che, malgrado numerose sollecitazioni, non avrebbe mai voluto rispondere alle domande dei ricercatori. Tutto ciò dà l’impressione di una politica culturale decisamente troppo poco trasparente. Inoltre mancherebbero, secondo Kübler e Schwab, sia una sufficiente coordinazione fra i diversi attori in ambito culturale attivi sul territorio, sia un’integrazione delle attività di Lugano in ambito regionale e sovraregionale. Né vi sono canali istituzionali privilegiati per i cittadini e per chi promuove attività sul territorio per potersi rivolgere alle autorità comunali che hanno competenze in ambito culturale. Un problema che secondo Pelli non si pone affatto: «io vado al caffè, giro per le strade, mi fermo a parlare con gli amici e c’è sempre qualcuno che mi ferma e mi dice qualcosa». La conclusione dello studio è chiara: «evidentemente nella politica culturale di Lugano manca quella trasparenza che renderebbe possibile un clima di discussione aperto». I ricercatori rilevano tuttavia che la costituzione della Commissione culturale indicherebbe una disponibilità a cambiare direzione. Resta il fatto però che i diversi attori culturali presenti in città «sono troppo poco coordinati e non sanno ciò che fanno gli altri».

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Venerdì 21 Gennaio 2005

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