Ancora una volta il Ticino, le sue banche e le sue società di comodo sono al centro di una vicenda internazionale legata alla corruzione. L’affare, questa volta, coinvolge la Techint, il colosso industriale italo-argentino controllato dalla ricchissima famiglia Rocca, produttore di acciaio e costruttore di gasdotti e oleodotti in tutto il mondo.

 

Oggi, 11 dicembre 2019, a Milano comincerà l’udienza preliminare nell’indagine che vede imputata la società e tre membri della famiglia proprietaria. L’accusa, sintetizzata nella richiesta di rinvio a giudizio firmata il 30 settembre dai pm  Donato Costa e Isidoro Palma, è quella di avere versato mazzette milionarie a dei dirigenti della società statale brasiliana Petrobras. Soldi in cambio di appalti che sono partiti da Lugano dove, secondo gli inquirenti italiani, le operazioni occulte di Techint avrebbero avuto la loro cabina di regia. 

 

A sgombrare la nebbia attorno a questa vicenda è stato Joao Antonio Bernardi Filho, un ex manager dell’italiana Saipem. Nel 2015, l’uomo spiega ai procuratori brasiliani come l’ex direttore della Petrobras Renato Duque gli avesse chiesto aiuto per ricevere i soldi della corruzione. Soldi versati dalla Techint e finiti su un conto presso la Millennium Banque Privée (BCP) di Ginevra aperto dalla sua società uruguaiana, la Hayley SA. Il denaro sarebbe stato pagato da società offshore sulla base di falsi contratti. I soldi, per un totale di 8,5 milioni di dollari, sono partiti da Lugano, da conti aperti alla Bsi da due società panamensi e una uruguayana collegate alla galassia offshore del gruppo. Questi tre conti sono alimentati da una quarta società, l’uruguayana Fundiciones del Pacifico SA, anch'essa con conto Bsi, direttamente controllata dalla casa madre, la holding lussemburghese San Faustin NV. Dalla banca luganese, vera e propria cassaforte del gruppo, sono partiti anche altri bonifichi sospetti: quelli verso due conti ginevrinicontrollati da due altri dirigenti di Petrobras, Jose Zelada (conto alla Lombard Odier) e Fernando de Barros (conto alla Société Générale).

 

Il fatto che tutto partisse da Lugano, non è un caso. È qui che, già nel 1970, si è insediata la San Faustin Lugano Sa, una discreta società dietro la quale si celava la tesoreria e la contabilità occulta del gruppo.  Dal Ticino, ad eseguire le operazioni erano tre donne, una delle quali membro del cda della San Faustin Lugano e tutte impiegate di due fiduciarie basate in Corso Elvezia. Le due fiduciarie, così come la stessa San Faustin Lugano sono state perquisite dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) che ha anche svolto diversi interrogatori.

 

Riconoscendo la sua firma in calce agli ordini di bonifico effettuati verso la Hayley, le dirigente di San Faustin Lugano ha affermato che gli ordini le venivano impartiti da Ettore Zabaleta. Quest’ultimo era uno dei dirigenti del gruppo Techint in Argentina, che spesso si recava negli uffici in Ticino. Per i pm milanesi, queste dichiarazioni, così come la documentazione bancaria inviata dalla Svizzera, «forniscono la prova che il gruppo Techint abbia detenuto cospicui fondi neri in Svizzera, attraverso cui pagare le tangenti per conto di società del gruppo».

 

Techint, nel frattempo finita nei guai anche in Brasile, nega ogni accusa. La società ha affermato alla stampa di essere «fiduciosa di poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati». In Ticino, la San Faustin Lugano, divenuta Saita Sa, è stata messa in liquidazione nell'agosto del 2018.

Pubblicato il 

11.12.19..
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