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Lotta di classe per la vita

di

Claudio Carrer
In una regione delle Ande peruviane, a 2'700 metri di quota, c'è un'intera comunità in rivolta contro il progetto di costruzione di una miniera d'oro e rame a cielo aperto, che danneggerebbe le forniture d'acqua a decine di migliaia di persone e arrecherebbe un enorme danno all'agricoltura locale, già provata da quasi vent'anni di attività estrattiva da parte della società statunitense Newmont Mining Corporation, proprietaria della quota di maggioranza della miniera. Una società che fa grandi affari anche con la Svizzera: il prezioso metallo peruviano viene infatti in gran parte raffinato dalla Valcambi Sa di Chiasso.

Da noi interpellata, l'impresa "ticinese" preferisce trincerarsi dietro il silenzio (vedi articolo in basso), anche se i fatti che si stanno consumando a diecimila chilometri di distanza meriterebbero perlomeno qualche riflessione di carattere etico: in gioco vi è pur sempre la vita di 180 mila persone, che per l'attività mineraria hanno già pagato un prezzo elevato.
La presenza sul territorio dal 1992 della più grande miniera d'oro dell'America latina, nella località di Yanacocha, è causa di carenza d'acqua e inquinamento: intere strisce di terra sono state deturpate e la popolazione locale, contrariamente a quanto era stato promesso, si è ulteriormente impoverita. Negli ultimi anni la produzione annuale della miniera ha superato le cento tonnellate d'oro con cui la Newmont Mining Corporation ha incassato utili per più di quattro miliardi di dollari pagando solo l'uno per cento d'imposte.
Ora, nell'imminenza dell'esaurimento delle riserve d'oro, lo stesso colosso americano ha ottenuto dal Ministero peruviano delle miniere una concessione per l'ampliamento dell'attività a partire dal 2015. Denominato "Conga" (dal nome della località dove dovrebbe sorgere), il progetto da 4,8 miliardi di dollari comporterebbe la trasformazione di quattro incantevoli lagune in siti d'estrazione e depositi di scarti, il prosciugamento di paludi e il danneggiamento di cinque importanti sorgenti di fiumi. In cambio l'impresa statunitense ha promesso una somma tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari ai governi locali, sostenendo che il progetto non avrà ripercussioni sulle risorse idriche della zona. Ma i contadini non ci credono e sono preoccupati di perdere l'acqua che consente loro agricoltura e allevamento, che sono fonte di vita per il 98 per cento della popolazione. E poi hanno paura dell'inquinamento, perché per estrarre l'oro dal minerale che lo racchiude vengono impiegati cianuro e altre sostanze tossiche.
Il neo presidente peruviano Ollanta Humala (eletto lo scorso giugno) durante la campagna elettorale aveva denunciato carenze nello studio sull'impatto ambientale del progetto, suscitando speranze tra la popolazione. Aveva inoltre promesso di vincolare l'attività dell'industria mineraria a regole ambientali più severe. Ma subito dopo l'entrata in carica ha cancellato per decreto l'obbligo di consultazione delle popolazioni e delle autorità locali per la realizzazione di miniere e il 21 novembre scorso ha dato la sua "benedizione" al progetto Conga poiché «negli interessi dell'economia peruviana».
Di qui la reazione dei cittadini della regione di Cajamarca che, sentitisi traditi, hanno iniziato una pacifica azione di resistenza: con sbarramenti stradali e scioperi di massa hanno paralizzato le attività della città capoluogo e di diverse altre località della provincia fino a ottenere, sette giorni più tardi, la decisione della Newmont Mining di sospendere i lavori di realizzazione della nuova miniera per favorire il dialogo tra il governo centrale da una parte e la popolazione e le autorità locali dall'altra.  
Un dialogo tenutosi però solo in apparenza. Cinque ministri recatisi a Cajamarca il 4 dicembre scorso (accompagnati dai capi di polizia ed esercito e scortati da centinaia di poliziotti armati fino ai denti) hanno concordato con le autorità locali (ma senza coinvolgere la popolazione) di ritirare le macchine della miniera dai terreni interessati, di rifare una valutazione indipendente dello studio sull'impatto ambientale, di cercare il dialogo con i cittadini sullo sviluppo di Cajamarca e di porre fine alle manifestazioni. I rappresentanti delle autorità locali hanno però preteso di sottoscrivere questa intesa solo dopo aver consultato la popolazione, cosa che i ministri non hanno consentito.
Immediata, la sera stessa, è giunta la risposta autoritaria del presidente Humala: sessanta giorni di stato di emergenza in quattro province dello stato di Cajamarca. In un breve messaggio televisivo il presidente peruviano ha affermato che i leader della protesta non mostrano alcun interesse a raggiungere «un minimo accordo per permettere un ritorno alla pace sociale». Il governo, dunque, «ha esaurito tutte le strade per stabilire un dialogo come punto di partenza per risolvere il conflitto in modo democratico».
La regione è stata interamente militarizzata e le molte libertà civili sono state sospese. Riunioni e manifestazioni sono severamente vietate, mentre le forze di sicurezza hanno l'ordine di intervenire duramente in caso di proteste: sono liberi di sparare contro manifestanti e sospetti tali e di arrestarli anche senza mandato.
Lo stato di emergenza ha già permesso l'arresto di uno dei leader della protesta, l'ambientalista Walter Savedra del Frente de Defensa Ambiental di Cajamarca, incredibilmente accusato di far parte del movimento rivoluzionario Tupac Amaru, un gruppo armato che era stato attivo tra gli anni Ottanta e il Duemila. Ma non solo: sono stati bloccati tutti i fondi del governo nazionale a quello provinciale di Cajamarca guidato da un governatore (Gregorio Santos) colpevole di appoggiare la lotta contro il progetto della miniera d'oro.
Avendo ottenuto "risultati", il presidente Humala, complici anche le difficoltà politiche interne che gli sta causando il suo atteggiamento sempre più duro contro ogni forma di protesta, ha nel frattempo parzialmente revocato lo stato di emergenza nella regione di Cajamarca. «L'ordine è stato ristabilito», ha affermato.
Ma la lotta di classe tra le comunità indigene e gli industriali a stelle e strisce non si è certo esaurita. 

Pubblicato

Venerdì 23 Dicembre 2011

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