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La mano invisibile

Logiche illogiche

di

Silvano Toppi

Peregrinando tra fatti e misfatti d’attualità della politica e dell’economia, si è presi un poco dallo sgomento. Non solo perché si è spesso perdenti per quel che si pensa e si sceglie (vedi votazioni federali), ma perché si è presi entro un vortice di contraddizioni e paradossi che fanno chiedere se qualcosa non si sia rotto nella ragione e nella logica.


Si fanno mille diavoli per affermare sovranità, indipendenza, “Sonderfall” (Svizzera caso unico, non trattabile), difesa prioritaria dei propri interessi economici, e poi ci si accoda, come piccoli impotenti vassalli, con tanto di ordinanze entrate in vigore alla fine di novembre, prima ancora che il nuovo presidente americano sia insediato, alle sanzioni contro l’Iran, il Venezuela, Cuba (vedi congelamento degli averi e dei beni economici, proibizione di metterli a disposizione, anche per fini medici-umanitari). Niente del genere, tuttavia, con paesi altrettanto o più implicati, sia in termini di nucleare (Israele) sia in termini di diritti umani (Arabia Saudita) perché non rientranti nella “logica” politico-economica americana o bruxellese.


Si argomenta per opporsi a proposte o iniziative che interrogano il sistema o creano qualche regola di condotta o restrizione o imposizione (dai diritti umani, alla protezione dell’ambiente, al mercato finanziario) che siamo “piccoli”, insignificanti. Quale presa possiamo avere sugli altri e sull’universo, su un’etica comune, con noi che ci comporteremmo bene mentre gli altri se ne strafottono e ne approfittano? È però una logica che non funziona più quando bisogna spendere, ad esempio, decine di miliardi per comprarci e mantenere un buon numero di caccia supersonici che dureranno fatica a rimanere nei ristretti spazi aerei nazionali oppure quando legittimiamo la vendita di armi solo a paesi che non le usano o quando accettiamo devastazioni ambientali in altri paesi perché lontani, perché ci giovano economicamente, evitandoci perdipiù anche i costi ambientali.


Si sta affollando, politicamente, il Centro. È come negare corso legale all’ideologia. Con una logica, cui sono approdati in questi giorni anche il Pdc nazionale (già cristiano) o il Plr cantonale (già anche radicale): dato che c’è un solo sistema possibile politico ed economico e dato che non ci può essere alternativa, tutto converge in un punto: il Centro. Che appare come una sorta di luogo ideale anche per pronunciare la dissoluzione della politica. Se non c’è niente da dire, rimarrà solo da amministrare.

 

Emerge però contemporaneamente un paradosso. Di fronte al contraccolpo provocato dalla pandemia sono i rimedi socialdemocratici (a sinistra) cui si fa capo per evitare il... Centro: rafforzamento del governo nella vita economica, rinuncia dei limiti ai disavanzi di bilancio e ricorso sistematico all’indebitamento, importanza del servizio pubblico e dei necessari investimenti, maggiore attenzione dedicata all’ambiente (anche perché rende elettoralmente, ormai più del  problema migratorio per l’Udc), estensione dei campi detti strategici come la salute pubblica o il settore agroalimentare, importanza vitale dei mestieri detti “piccoli” (come nel campo della salute) e “oscenità” (questo l’ha però detto una lavoratrice) per il loro livello rimunerativo.

 

Il problema sta ora nel capire se il Centro sia una lapide o se quanto è successo con la pandemia sia solo una risposta congiunturale a un contraccolpo economico oppure almeno il rendersi conto che qualcosa deve cambiare nel sistema.

Pubblicato

Giovedì 3 Dicembre 2020

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