I lavoratori svizzeri sono sempre più stressati sul lavoro, eppure questa circostanza non viene quasi mai riconosciuta dal punto di vista assicurativo. Al momento non si intravedono possibili cambiamenti: lo dimostra la bocciatura, mercoledì in Consiglio nazionale, di un’iniziativa parlamentare che chiedeva di facilitare il riconoscimento dello stress come malattia professionale. Per il sindacato Unia, si tratta di “un’occasione mancata”.

 

La decisione cade a pochi giorni dalla pubblicazione dell’ultima Indagine sulla salute in Svizzera (ISS) dell’Ufficio di Statistica (UST), che attesta un aumento del 5% dei lavoratori sottoposti a stress, passati dal 18% del 2012 al 23% del 2022. La metà di questi lavoratori si dichiara inoltre esausta e a rischio burnout.

 

A determinare la percezione di stress sul lavoro non sono solo i ritmi elevati e la mancanza di tempo, ma anche turni troppo lunghi, insufficiente tempo di riposo e necessità di lavorare nel tempo libero per far fronte al sovraccarico di consegne. Elementi stressori, questi, che contribuiscono ad aumentare rischi psicosociali e anche il rischio di infortuni e che vengono maggiormente riscontrati nei rami professionali dell’edilizia, della sanità e della ristorazione.

 

Consacrato alla riduzione degli effettivi, all’efficientamento delle risorse e alla flessibilizzazione del lavoro, questo modello economico pesa sempre più non solamente sulla salute della popolazione, ma anche su sé stesso: lo studio Job Stress Index del 2022, di Promozione Salute Svizzera, ha infatti stimato in 6,5 miliardi di franchi la perdita di produttività causata annualmente dallo stress sul lavoro. Per quanto riguarda invece le pressioni sul sistema sanitario, nel 2000 la SECO – in uno studio mai più ripetuto nell’ultimo quarto di secolo – stimava le spese mediche causate dallo stress in 2 miliardi di franchi.

 

Spese che non vengono quasi mai pagate dall’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali – pagata anche dai datori di lavoro –, vista la difficoltà per i medici di provare l’alto grado di correlazione che impone la legge tra attività lavorativa e patologie da stress come depressione, burnout e patologie cardiovascolari. I costi generati quindi – come denuncia anche Unia – “non essendo coperti dall’assicurazione contro gli infortuni a carico del datore di lavoro finiscono per contribuire al generalizzato aumento dei premi di cassa malati”.

 

Un’iniziativa per responsabilizzare i datori di lavoro

L’iniziativa parlamentare “Per un migliore riconoscimento delle malattie legate allo stress come malattie professionali” (presentata dall’ex consigliere nazionale socialista ora consigliere agli Stati Baptiste Hurni e poi ripresa dal deputato Christian Dandrès) chiedeva di modificare la legge per renderla più moderna e al passo con le nuove sindromi legate all’attività lavorativa. Con la modifica della LAINF sarebbe stato sufficiente dimostrare che le malattie non incluse nell'elenco delle malattie professionali sono “in modo preponderante” causate dall'attività lavorativa (e non più “in modo affatto preponderante”). Stralciando un avverbio, si sarebbe così introdotta una moderata e ragionevole modifica, che per il sindacato Unia avrebbe avuto il merito di “obbligare finalmente i datori di lavoro a migliorare l'organizzazione del lavoro e investire nella prevenzione dello stress”Un passo definito da Unia “assolutamente necessario, poiché i problemi di salute legati al lavoro sono in continuo aumento a causa della crescente pressione sulle scadenze e di confini sempre più labili tra lavoro e vita privata”.

 

Cronaca di un rifiuto annunciato

Due terzi dei deputati al Consiglio nazionale si sono schierati contro l’iniziativa. La modifica di legge è stata sostenuta in aula dal socialista Christian Dandrès, per il quale esiste un legame tra cattive condizioni di lavoro e sottofinanziamento dei settori più esposti allo stress, in cui lavorano peraltro anche numerosi frontalieri, distaccati e sans-papiers esclusi dalle statistiche sull’esaurimento da lavoro. Il fronte borghese ha tuttavia sostenuto la maggioranza commissionale, che ritiene l’attuale legge sufficiente e che ha espresso preoccupazione per l’aumento dei premi assicurativi a carico dei datori di lavoro nel caso le malattie da stress venissero riconosciute come malattie professionali. Questo timore denota tuttavia che la consapevolezza di un dilagante problema di salute dei lavoratori c’è, salute di cui – per legge – sarebbero proprio i datori a essere responsabili. Dato quindi il rifiuto della politica di migliorare le condizioni assicurative per i lavoratori, per Unia l’unica soluzione resta ora votare sì, il 9 giugno, all’iniziativa per un tetto ai premi di cassa malati al 10% del reddito, un voto definito dal sindacato “di legittima difesa”.

Pubblicato il 

31.05.24
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