"Eclissi della democrazia", edito da Feltrinelli, scritto dal giornalista Lorenzo Gaudagnucci e Vittorio Agnoletto (ex portavoce del Genoa Social forum) ripercorre a più livelli i dieci anni trascorsi dal 2001. Lo fa da un punto di vista storico, ricostruendo nel dettaglio le giornate di Genova e i vari procedimenti giudiziari successivi in cui è emersa una verità giudiziaria inconfutabile. Ma il libro va oltre la semplice documentazione giudiziaria, rispolverando quella carica propositiva contenuta nelle domande politiche poste dal movimento alter-mondialista dieci anni orsono. Domande rimaste insolute perché espulse dalla politica tradizionale sebbene si siano rivelate premonitrici della crisi che vive la società globale di oggi. Ne abbiamo discusso con Lorenzo Guadagnucci.

Lorenzo Guadagnucci, perché un libro a dieci anni di distanza dai fatti?
Il tempo passato è sufficiente per ricostruire storicamente quanto accaduto. Le inchieste della magistratura hanno portato a dei giudizi di secondo grado. Ci sarà ancora la Cassazione, ma la valutazione di merito è conclusa. Sulla ricostruzione dei fatti abbiamo quindi delle certezze. Alla verità emersa nei tribunali, ci sembrava opportuno esprimere un giudizio politico e culturale di quanto successe. Ci siamo quindi concentrati sia sugli abusi di potere delle forze dell'ordine, ma anche su cosa abbia rappresentato (e rappresenti ancora oggi) quel movimento, sulla sua eredità culturale e politica trasmessa.
Parliamo del primo aspetto, la giustizia. Da un lato, c'è il lavoro della magistratura e dei tribunali sfociato in condanne ai massimi vertici delle forze di polizia. Dall'altro, gli stessi funzionari sono stati promossi negli anni successivi dalla classe politica. Non c'è contraddizione?
C'è un fatto straordinario che non ha precedenti. Alti dirigenti di polizia non solo sono stati imputati (fatto di per sé eccezionale nella storia giudiziaria italiana), ma addirittura condannati in secondo grado. Nel libro ripercorriamo i numerosi tentativi di ostacolare il lavoro della magistratura per impedirle di arrivare alla verità. Questo è un dato. L'altro è che l'aver stabilito una giustizia processuale non è stato sufficiente nell'ottenere una giustizia complessiva. L'Italia ha negato giustizia su quei fatti, storicamente provati e inequivocabili. Ancora nella fase d'inchiesta, le istituzioni hanno reagito promuovendo gli indagati, per poi confermarli nei loro incarichi anche a condanna avvenuta. L'abuso di potere del 2001 è continuato lungo tutti questi anni. Un'arroganza del potere che minaccia l'integrità democratica delle nostre istituzioni.
È corretto affermare che sia mancata la verità politica?
È corretto, anche sul piano storico. La decisione di opporre alle inchieste della magistratura le promozioni dei funzionari, è una scelta la cui responsabilità cade sia sul centro destra che sul centro sinistra. Dopo essere stato condannato per induzione alla falsa testimonianza, l'ex capo della polizia De Gennaro è stato promosso a coordinatore dei servizi segreti. Una nomina avvallata dal governo ma anche dall'opposizione. È stata garantita una copertura politica bipartisan ai responsabili materiali di quegli abusi. Se questi dirigenti continuano a governare le forze dell'ordine di questo paese, è perché la classe politica glielo ha permesso. D'altronde non si è mai indagato a fondo sulla copertura politica "a caldo", durante le giornate di Genova. Su questo aspetto ci sono ancora molti lati oscuri. Commissioni parlamentari o internazionali come chiesto da Amnesty International furono negate.
Dopo Genova, il movimento dei movimenti ha iniziato una parabola discendente. La repressione messa in atto quei giorni ha raggiunto il suo scopo?
La forza di quel movimento è stata di saper aggregare varie culture politiche e moltissime persone che per la prima volta partecipavano alle manifestazioni. Proprio su quest'ultimi, la repressione violenta è stato uno shock tale da allontanarli dall'impegno politico. Il movimento però si è affievolito soprattutto dalla criminalizzazione mediatica di cui è stato vittima. Alla figura del no global si associava il violento. Questo è stato un enorme ostacolo al radicamento del movimento. Quando si abbina la criminalizzazione a un movimento, automaticamente la si estende alle sue ragioni, ai suoi ideali. Tant'è che le domande politiche espresse dal movimento sono state escluse dalla discussione pubblica.
Domande che voi ritenete ancora valide nella società odierna?
A Genova nel 2001 ci fu certamente l'aspetto della contestazione, ma l'80 per cento del lavoro svolto dagli attivisti era di dibattito, di seminari dai quali emergevano proposte concrete. Rileggendo gli atti di quelle discussioni, è sorprendente vedere quanto fossero premonitrici. Ad esempio, la finanziarizzazione dell'economia e della sua inevitabile crisi, era ampiamente prevista. O le critiche alla privatizzazione in voga in quegli anni, all'indomani del referendum di oggi sull'acqua, si rivelarono azzeccate. A quelle domande pertinenti si sarebbe dovuto dare delle risposte, mentre invece furono escluse dal dibattito politico. Si son persi dieci anni, eppure queste domande si ripresentano. Il concetto di bene pubblico, oltre la divisione classica di privato e stato, nasce proprio dai movimenti. La partecipazione diretta degli attori coinvolti è un altro esempio di rivendicazione portata con forza dal movimento.
Insomma, alcune di quelle idee hanno trovato degli sbocchi...
Se alziamo lo sguardo oltre l'Europa, ci accorgiamo che le idee del movimento hanno avuto delle influenze concrete. Se guardiamo l'America latina, ci accorgiamo che il pensiero unico neoliberale del 2001, così unico non lo è più. Dai governi più o meno moderati dell'America latina, ci sono dei segnali impensabili dieci anni fa. La scelta del governo ecuadoriano di rinunciare a estrarre petrolio nel sottosuolo dell'Amazzonia perché danneggerebbe un bene comune dell'umanità, è la dimostrazione di scenari divenuti possibili quando solo 10 anni fa erano impensabili.
È quindi sbagliato dare per morto lo spirito di Genova?
Le idee nate dal movimento, proprio perché di costante attualità, si ripresenteranno in forme diverse, arrivando ad affermarsi. Ciò implica un rinnovamento della cultura politica molto profondo. Ho poca fiducia nella capacità della classe politica attuale di rivoluzionare se stessa, staccandosi dalla modalità di passiva accettazione all'interesse economico. Se si osserva quanto accade nel Mediteranno, sarà indispensabile un po' di ribellione affinché le cose evolvino. Mi aspetto dei cambiamenti profondi, la cui chiave principale sarà la partecipazione diretta dei cittadini, gli unici in grado di ribaltare le cose. 

Pubblicato il 

08.07.11

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