Politica

Lo spauracchio dell’ecologia punitiva

Il pericoloso gioco della destra contro gli interventi in favore del clima che sarebbero dannosi per l’economia e con l’obiettivo corrodere i diritti sociali

Ci siamo sentiti dire spesso, negli ultimi tempi, in occasione di discussioni parlamentari o di votazioni popolari, che senza crescita economica continua e certa non ci può essere sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale.

 

Quando il rallentamento della crescita e del suo motore a lunga scadenza, la produttività, sono già fatti osservabili, ci si deve allora anche interrogare sull’impatto che la cosiddetta “trasformazione verde” (per dirla in altre parole: tutto quanto si adotta o verrà adottato per far fronte agli ormai innegabili problemi ed effetti dei cambiamenti climatici) avrà sulla crescita economica. E infatti c’è già chi, a livello partitico, sul lato della destra, dopo la dannata immigrazione causa di ogni male, si è trovata un’altra bandiera di facile propaganda: l’“ecologia punitiva” o il “terrorismo ecologico” che starebbero tagliando le gambe della crescita economica e quindi del benessere di tutti. O, con un subdolo interrogativo che vuol colpire e colpevolizzare la sinistra: il nostro modello di protezione sociale sopravviverà alla pretesa vostra transizione ecologica? Transizione che implica nuovi modi di produrre e consumare, moderazione degli usi e dei consumi energetici, riorientamento del progresso tecnico e anche degli investimenti.

 

Il riadeguamento del nostro modello di protezione sociale a un regime di post-crescita o perlomeno di crescita diversa sembra quindi ineluttabile. Ed è infatti qui che sorgono problemi e interrogativi dati appunto dal rapporto intrinseco e stretto tra crescita economica e sicurezza sociale, bilanci pubblici (federale, cantonali, comunali) indebitamento e rigore finanziario. E dunque tentazione e azione sempre crescenti nello smorzare o corrodere i diritti sociali per imporre una traiettoria definita di “responsabilità individuale e collettiva”, ovviamente finanziaria.

 

Mai o quasi mai si pensa, innanzitutto, anche se ne è il punto più costitutivo, che la protezione sociale (dall’essere semplicemente e dignitosamente “persone” che vivono in una società, alla salute, al lavoro) è indissociabile dal modello economico che l’ha creata. La sicurezza sociale è, nella sua forma attuale, un prodotto della società, creata da un modello generatore dei suoi rischi (ad esempio: la disoccupazione, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la salute collettivamente efficiente), che è determinante per la vitalità e la sopravvivenza stesse sia dell’economia sia della società democratica. Demolitela e crollerà tutto, anche la “vostra” economia.

Mai o quasi mai ci si sofferma sul fatto che la crisi ecologica è sì una crisi “strutturale”, su cui si riesce ormai a rendersi conto e a non negare (basta tener conto dei disastri territoriali cui stiamo assistendo, che ne sono conseguenza), ma si dimentica che è soprattutto crisi sanitaria, segnata da forti ineguaglianze sociali e ambientali, generatrice di costi finanziari enormi. Le conseguenze politiche che si deducono da questa constatazione non sono neutrali e i responsabili politici non possono sottrarvisi. Potremmo aggiungere che rovesciare il tutto e farne un pretesto, in nome della crescita economica o della “salute finanziaria”, per accalappiare voti, non è solo da irresponsabili politici; è tra i peggiori delitti che si possano compiere.

Pubblicato il

28.06.2024 15:38
Silvano Toppi
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