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Lo sfruttamento corre sul filo

di

Gianfranco Helbling
Non avevano ancora ricevuto gli stipendi di aprile e maggio, 3 mila lordi al mese. E da gennaio non erano state versate né le indennità per straordinari, né le quote parte di tredicesima. Esasperati, i dipendenti del call center della Wsc Communications di Manno hanno scioperato per una settimana. La loro azione ha portato alla luce un modo spietato e per certi versi nuovo di intendere l'imprenditoria. Li abbiamo incontrati in pieno sciopero.

Gli impiegati della Wsc Communications ci accolgono alla rampa del magazzino di una ditta di spedizioni, nel complesso Galleria di Manno, presunto fiore all'occhiello dell'economia ticinese. È da qui che loro devono passare per andare a lavorare, non dall'entrata principale con le belle porte vetrate: «è una direttiva della direzione, dicono che le maestranze non passano dall'entrata principale». L'accesso è buio, in una stanza gli operai della ditta di spedizioni fanno pausa, un ascensore industriale sale lento al secondo piano, e su c'è una porta bianca, anonima, senza indicazioni. È qui che si entra alla Wsc. Ma i giornalisti devono restare fuori.
Giù hanno voglia di parlare, gli impiegati del call center. Sono in sciopero da quasi una settimana, ma è la prima volta che si espongono. Hanno deciso così in assemblea, dopo «l'ennesima presa in giro», cioè un'ulteriore promessa disattesa di pagamento parziale. Prima erano rimasti discreti, per non turbare le trattative. Ora sono esasperati: da giorni si sussegue un assurdo tira e molla con la proprietà, che dice di poter versare una parte degli arretrati se i dipendenti garantiscono almeno un picchetto minimo. Ma i lavoratori non ci stanno: quei soldi sono i loro, se li sono guadagnati, li devono ricevere senza altri ricatti. Adesso hanno bisogno di condividere la loro esperienza. Quando furono assunti per il call center, nemmeno un anno fa, erano un centinaio, ora sono rimasti in 45. Più 18 che lavorano all'atelier di assemblaggio e riparazione dei cellulari. Ma questi non hanno voluto scioperare. Anche se, si dice, «del nostro sciopero approfittano pure loro».
Ivan ricorda i primi giorni di lavoro alla Wsc alla fine della scorsa estate, la formazione di un mese ricevuta dal cliente (la ditta italiana di telefonia Tre), le promesse mai mantenute di aumenti salariali: «parlavano di 4 mila lordi, mi avevano detto che sarei diventato team leader, promettevano adeguamenti salariali non appena si fosse raggiunta la velocità di crociera. Niente. Ora non fanno che dirci che i rumeni guadagnano 400 euro al mese, e che da tre mesi non ricevono lo stipendio ma che quelli di storie non ne fanno». Alla Wsc è bastato deviare le telefonate in Romania per ovviare agli inconvenienti dello sciopero: per dire delle difficoltà di organizzare uno sciopero in un call center.
Giovane, un berretto da baseball in testa e una formazione superiore alle spalle, Ivan vive da solo a Lugano, con 3 mila franchi di stipendio lordo al mese fa fatica. «Ci hanno detto di mangiare una volta in meno al giorno», dice.  Invece per Elena, giovane, bionda, una maglietta vivace ed allegra, lo stipendio è buono. Vive in provincia di Como, è stata una sua amica a dirle di venire alla Wsc, ogni giorno fanno quasi due ore d'automobile. Ora che è da due mesi senza stipendio anche Elena, come Ivan, non riesce più a pagare le bollette. La aiutano i famigliari. Accanto c'è Giacomo, 52 anni, tutto vestito di nero. Lui ha un problema in più: deve pagare gli alimenti per i due figli alla ex moglie. Sono 800 franchi al mese. Vive in Ticino, ha trovato un appartamentino per 600 franchi. Per lui 3 mila franchi lordi al mese, anche quando arrivavano, non bastano. «Ma i frontalieri qui ci verrebbero anche per 2 mila franchi al mese», dice. In effetti aprire un call center in Ticino conviene ad un imprenditore italiano: se gli stipendi sono più alti che in Italia (ma gravati da meno oneri sociali), il diritto del lavoro svizzero è più flessibile, in particolare da quando il governo Prodi intervenne per meglio regolare i rapporti d'impiego nei call center.
Quello alla Wsc è un lavoro a turni, sulle 24 ore, 7 giorni alla settimana. Ora che c'è lo sciopero sono tutti presenti durante il turno del giorno, dalle 9 alle 18. Ad Elena il suo lavoro piace, ha anche un buon ricordo della formazione, «era interessante anche se è stata dura, hanno fatto una selezione rigorosa. Non siamo dilettanti allo sbaraglio». Anche Giacomo è d'accordo, qui il lavoro lo si fa bene: «in Italia invece tanti che lavorano nei call center lo considerano un passatempo». Ma, dicono, ai padroni la qualità del lavoro sembra non interessare. «A loro interessa solo la quantità», dice Elena, «se un colloquio dura troppo vogliono che appendi per prendere la chiamata successiva: fatturano il numero di chiamate prese».
Da tempo i rapporti con la direzione sono tesi. E non solo per i ritardi degli stipendi. I dipendenti della Wsc parlano di uno spogliatoio senza finestre usato come mensa, problema risolto soltanto dopo che ne aveva parlato il Caffè. Mentre il vero spogliatoio, quello, è unico per donne e uomini. Ma parlano anche di un clima intimidatorio: «qui abbiamo la stessa direzione che in Romania e al carcere di Bollate, hanno un atteggiamento "rumeno"», dice Ivan. E ricorda una delle frasi più antipatiche che s'è sentito dire: «se siete qua è perché non trovate nient'altro».
E adesso? «Siamo gente disposta a farci valere», dice sicura Elena. Poi aggiunge: «anche se è chiaro, prima o poi a noi che abbiamo scioperato ci licenziano tutti. Perché questo è un processo di selezione naturale».


Il lavoro è ripreso, 15 se ne sono andati

È durato poco più di una settimana lo sciopero alla Wsc Communications di Manno. Iniziato venerdì 5 giugno, si è concluso lunedì 12. Con il versamento da parte della Wsc delle quote parte di tredicesima di gennaio e febbraio, e con l'impegno a pagare entro oggi, venerdì 19 giugno, le rimanenze salariali di aprile ed entro il 30 giugno gli arretrati di maggio. Ma dei 45 scioperanti, ne sono rimasti 30. 15 dipendenti del call center hanno preferito disdire il rapporto di lavoro, esasperati dalle troppe promesse disattese, e hanno avviato la procedura esecutiva. Diversi di loro non hanno diritto alla disoccupazione. Degli altri, alcuni sono in malattia e decideranno del loro futuro al rientro, mentre molti attendono di poter maturare il diritto alla disoccupazione per lasciare la Wsc Communications. Per Nicola Fontana, il sindacalista di Unia che con Angelo Zanetti del Sindacato della Comunicazione ha appoggiato gli scioperanti, il bilancio è ambivalente: «sul piano umano è stata una settimana straordinaria, ma non mi era mai capitato di confrontarmi con dei datori di lavoro così spietati».


Il carcere, l'ultima frontiera della delocalizzazione

La Wsc Communications è la ditta dei coniugi Daniela Pasut e Augusto Appezzato. Cittadini italiani, i due risiedono a Lugano. Importano in Svizzera un modo di "fare impresa" molto italiano. Il loro motto è: non versare gli stipendi se prima i clienti non ti hanno pagato. E siccome i clienti del call center di Manno sono tutti italiani e saldano le fatture in 90 giorni, ecco che il ritardo nel versamento dei salari era programmato fin dal primo giorno.
La Wsc Communications Sa, la società svizzera che gestisce il call center di Manno, è stata costituita nel luglio 2008 sulle ceneri della A&D Distribution Sa, una società con scopi simili a quelli della Wsc di cui era amministratore unico Mauro Pea, noto imprenditore di Lugano. Avviata l'attività sul finire dell'estate, la Wsc ha subito avuto ritardi nel versamento dei salari. Pea che fino ad allora ne era presidente, l'ha lasciata alla fine di novembre.
Wsc si occupa sia di servizi di call center che di manutenzione e riparazione di apparecchi telefonici. È attiva oltre che a Manno anche in Italia (sede principale), in Romania e in Bulgaria. È presente pure nel carcere milanese di Bollate con un call center e un atelier di manutenzione che occupano complessivamente 120 detenuti. Impegno sociale? Macché. Nel suo sito internet Wsc non si vergogna a scrivere che «i vantaggi derivanti da questa iniziativa possono essere condivisi con i clienti di Wsc, sia in termini di ricaduta sul sociale e quindi di immagine, che di competitività economica». In altri termini, l'attività in carcere serve all'immagine dell'azienda e rende: gli spazi sono gratuiti e si beneficia di esenzioni fiscali e riduzioni sugli oneri sociali. Insomma, il carcere come ultima frontiera della delocalizzazione.

Pubblicato

Venerdì 19 Giugno 2009

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