Il Parco delle gole della Breggia documenta trecento milioni di anni di storia della terra. Vi si vedono rocce antichissime, tracce di fondi marini, quando le Alpi non si erano ancora sollevate, e poi fossili, e depositi del ghiacciaio dell’Adda che risaliva l’attuale Valle di Muggio levigando le pietre e ostruendo lo sbocco delle acque. Sulla sottile cotica che copre a malapena il terreno crescono teneri fiori come anemoni, pervinche, violette, e poi arboscelli resistenti come frassini, carpini, ornielli e qualche albero più robusto come il castagno. Tra le crepe, nelle cavità, in punti per noi irraggiungibili vivono (e qualche volta solo sopravvivono) quaranta specie di vertebrati. Non mancano nemmeno pregevoli opere dell’uomo, come l’altissimo ponte in pietra di Canaa, del 1820, quando l’ingegneria corrente era ancora un’arte nobile. Insomma una sorta di scrigno di gioielli geologici, biologici e culturali. Solo che nel bel mezzo dello scrigno si è insediato anni fa un mostro: l’immenso capannone di cemento armato della Saceba, la società che negli anni del boom autostradale ed edilizio scavava in quei luoghi un calcare quasi puro denominato biancone o maiolica, molto adatto per fare il cemento. Lo scavo a cielo aperto ha lasciato un’enorme parete bianca che ora la natura sta a poco a poco riconquistando. Ma se tutto fosse andato come previsto, l’avanzamento in galleria sarebbe passato sotto la minacciata Chiesa rossa di Castel San Pietro, inseguendo un immane banco di biancone che, si dice, giungerebbe nelle viscere della terra fino a Campione d’Italia. Intanto il mostro è rimasto e anche se vi si lavora ormai soltanto materiale proveniente dall’Italia, il Parco naturale della Breggia dovrà convivere a lungo con lui e con i soliti banali graffiti che ignoti visitatori notturni tracciano sui suoi muri di cinta. Una delle caratteristiche della cosiddetta crescita territoriale moderna è che il decollo avviene sempre nel nome del progresso, dei benefici per tutti, dello sviluppo del paese. Poi quando i profitti sono maturati e sono stati intascati da pochi, al paese e al territorio restano i residuati da digerire e da eliminare: come il mostro di cemento che quasi ostruisce il fondovalle vicino all’antico guado del Murnee. Sapete cosa vuol dire ogni tanto sentirsi vecchio? Vuol dire per esempio ricordarsi delle dure battaglie televisive e parlamentari dell’inizio degli anni ’70, quando rischiando magari il lavoro e l’impiego, si denunciavano pubblicamente i profitti dell’irrompente industria del cemento, i danni al territorio, l’assalto alla natura, e constatare ora, a trent’anni di distanza che quasi più nessuno se ne ricorda, che i danni ci sono stati davvero e sono tutti lì da vedere. Consolazioni? Nel caso specifico ce n’è una. Che gli amici del Parco della Breggia stanno facendo un eccellente lavoro e che la natura, coi suoi tempi lunghissimi, se aiutata, sa riprendersi a poco a poco quanto le è stato ingiustamente e brutalmente sottratto.

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16.05.03

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