Nuovi importanti arresti di appartenenti al gruppo dei Fratelli Musulmani in Egitto sembrano riproporre lo scenario degli anni nasseriani e del periodo sadatiano nella sua seconda fase. È il confronto, sempre più serrato, fra una politica che non può rinunciare all’Occidente e una società che rispecchia se stessa soprattutto nella morale religiosa. L’Islam si trova oggi di fronte alla sfida proposta dal nuovo manicheismo internazionale, dalla nuova guerra fredda (anzi, calda) fra quanti ne esasperano l’oltranzismo offrendo da Occidente un’immagine deteriore di “democrazia” (difficile da queste parti accogliere la coincidenza fra imperialismo e giustizia) e quanti non trovano migliore risposta di un ripiegamento identitario fondato sul passato e sul salafismo (mito delle origini). A pagare il prezzo di tale dicotomia è pero’ soprattutto il nostro rapporto con il tempo, nella fattispecie con il progresso. Un fronte sempre più nutrito di non allineati – «né con Bush né contro Bush» sembra essere il nuovo motto alternativo – rigetta tanto l’idea di un impero globale fondato sull’economia planetaria, unificato ai suoi dictat, quanto la nostalgia e lo spirito di chi vorrebbe farci credere all’idillio morale delle origini e del passato, cioè nelle verità obsolete del salafismo. Un gruppo sempre più folto di scontenti vorrebbe ritrovare del tempo la sua qualità migliore, quella di produrre sviluppo: senza perciò produrre vittime. Dietro l’arresto di alcuni Fratelli Musulmani egiziani la politica gioca dunque senz’altro la sua parte: ma più ancora la gioca la morale e l’etica del nostro tempo. E più ancora l’etica del tempo. Come uscire dalle secche di un “fronte contro fronte” fra laicismo e religiosità? Come sospendere il contenzioso fra due fanatismi opposti? Come conciliare il moderatismo dell’Islam con quello del secolarismo? Come riabilitarli, anzi? Come recuperarli, entrambi? Sembrerebbe che il nostro tempo abbia abbandonato, con la morte delle ideologie e dei riferimenti filosofici sistematici del nostro secolo, ogni capacità di ritrarsi di fronte al cinismo e all’utopia che lo nutre. Oggi si studiano sistemi per contenere la rabbia, per annientare il terrorismo, per dominare gli aggrediti, divenuti aggressori. Un sistema di rapporti fondato sulla forza pare aver spiazzato del tutto il principio illuminista di una società costituita, in primo luogo, dal dialogo e dal confronto, dalle minime coincidenze fra diversi e dagli scarti compatibili fra opposti. La legge della giungla si è sovrapposta, quasi per intero e annichilendola, a quella della regolamentazione dei conflitti per mezzo del pluralismo, qualunque forma esso assuma. Il concetto stesso di “futuro” ha avuto come suprema penalità quella di non potersi più esprimere altro che in questa duplice e pazzesca ambivalenza: futuro come annientamento integrale del passato contra futuro come recupero integrale del passato. Non resta – di fronte al peso della morale estrema di un fronte e dell’altro, di fronte all’analoga e arbitraria invocazione di Dio e del Bene come riferimenti metafisici giustificativi – che un tempo sottratto per intero alla sua morale intrinseca: che è quella di procedere in armonia con la crescita umana, dei consessi che compongono la società universale. Oggi il tempo è distrutto nella sua capacità di procedere linearmente. Si va troppo in fretta, si dice spesso. Ma non è questo il problema: il vero problema è che si va troppo al di là della diacronia, della linearità del tempo. Si va in direzioni in cui il tempo è soggiogato dall’ideale e non è più in grado di esserne l’artefice, la meticolosa e prudente fucina che è sempre stato. Si insiste – da una parte e dall’altra – in una visione della realtà che degrada il presente a pura piattaforma per la sua negazione. In nome del futuro da una parte, e in nome del presente dall’altra, non c’è più crescita progressiva e progressista. C’è slancio inopinato e sconsiderato in avanti e parossistiche retromarcie verso mitici lidi delle origini che non sono mai stati. C’è insomma (per semplificare) un “Occidente” esaltato dalla velocità e un “Oriente” che vi fa fronte esaltandosi dell’immobilità. Occidente e Oriente politici, economici, naturalmente: poiché la divisione fra i due non corre certo più sulle linee stabilite dalla geografia e dalla storia. Allora si impone una domanda. Perché i Fratelli Musulmani versus un governo che teme il loro fanatismo? Perché un “Occidente” infiltrato versus un “Oriente” reietto? Perché non v’è spazio per la crescita concorde, stipulata in senso dialogico, secondo mutue prospettive e mutui accordi o compatibili aspirazioni? Probabilmente perché la nuova forma di conflitto fra civiltà che attraversa il nostro tempo ha, appunto, nel tempo la sua più importante vittima. Se fino a qualche decina di anni fa il rapporto difficile fra mondi fondati su presupposti morali e storie cosi’ diverse come il cosiddetto “mondo arabo-islamico” e il cosiddetto “mondo occidentale” poteva quantomeno far leva su qualche risorsa di quiescienza offerta dall’appartenenza a una temporalità comune, oggi stiamo assistendo a una scissione mai vissuta dai popoli e dagli Stati: quella del tempo nei suoi due assi estremi “futuro” e “passato”. Il tempo non ha più orizzonti compatibili: il tempo non conosce più un unico movimento. Il tempo ha perso la sua universalità, e si sta consegnando agli uomini in due forme incompatibili. Alcuni secoli fa si sarebbe prodotta, in merito, qualche speculazione del tipo di quelle di Guicciardini o Machiavelli. Sulla linearità della storia, o viceversa sulla sua ciclicità, o sulla successione sempre identica di stati sociali e politici destinati ad avvicendarsi in eterno. Oggi forse queste speculazioni non trovano adepti interessati a compierle. Ma è un tema quello qui accennato che merita una riflessione. Siamo sicuri che non siamo entrati – più che nella new age – nell’epoca dello shoc fra temporalità? Siamo sicuri che uno dei grandi gangli in cui ci troviamo invischiati non sia quello di sapere quali fondamentali differenze di pensiero soggiornano nel mondo, oggi, a proposito della cognizione del tempo? Cioè, siamo sicuri che uno dei nodi da sciogliere non sia – oltre a quelli politici, morali, economici e religiosi – quello filosofico dell’emersione di una forma nuova di pensiero della Zeit heideggeriana, del futuro e del passato? I conflitti fra verità estreme fondate sul superamento del passato (“Occidente”) e sul recupero del passato (“Oriente”) sono ragione di una interrogazione in merito soprattutto laddove a pagarne le spese sono quei moderati che non vorrebbero né un fanatismo né il suo opposto. Né la barbarie mitizzata di Rousseau e dei salafisti né l’Eden altrettanto mitizzato del futuro perfetto sotto l’egida della bandiera a stelle e striscie preconizzata dal redivivo Nazareno del Duemila George W. Bush.

Pubblicato il 

11.07.03..

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