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Lo scontrino di un giorno

di

Maria Pirisi
Sono quasi le 18 di giovedì 3 novembre, un fiume di persone si riversa a Grancia, periferia di Lugano. Il centro commerciale accelera il ritmo, fuori un lungo serpentone di auto spinge per entrare nei parcheggi dei negozi ed i clienti muovono il passo veloce verso i santuari delle merci come ad un appuntamento inderogabile. È un rituale quasi quotidiano ma il giovedì, con l’apertura serale fino alle 21, il centro sembra acquisire un ritmo frenetico. Come in tutti i negozi, le cassiere della Coop di Grancia siedono al loro posto pronte a sdoganare il flusso di merci che, a ondate irregolari, passa loro davanti. Tra loro, Marzia Bartolotta accoglie con un sorriso discreto cliente dopo cliente. Il suo turno è cominciato alle 13 e finirà alle 21. Sono ormai tre anni che fa questo lavoro e che per cinque giorni la settimana dall’Italia attraversa avanti e indietro la frontiera. Marzia è una donna italiana di 31 anni, colta e sensibile, che per la pagnotta quotidiana ha dovuto mettere da parte le sue aspirazioni – come studiare filosofia – e fare la commessa. Di formazione è analista-contabile e ha alle spalle qualche anno di studi universitari in Giurisprudenza. Ha lavorato in uno studio notarile, in fabbrica e dal 2003 fino alla scorsa primavera è stata assunta dalla Coop con un contratto ad ore, ora vi lavora all’80 per cento. «Per me che vivo in Italia – spiega –, dove la vita è meno cara che in Svizzera, la paga è buona. Guadagno, compresi gli assegni per i miei due figli, 2’600 franchi netti al mese». Dietro i prodotti che scorrono sul nastro trasportatore della cassa, volti di tutte le età le passano davanti. Mentre registra le merci, Marzia capta umori e atteggiamenti. Ma sono molti gli sguardi che la trapassano senza vederla, come se la sua figura fosse trasparente, come se il suo posto fosse occupato solo da due mani atte ad afferrare le merci e sottoporle al raggio laser per la lettura del prezzo. Dal giorno precedente, mercoledì 2 novembre, ci ha permesso di seguirla in un sua giornata casa-lavoro dandoci la possibilità di intravedere il suo mondo di lavoratrice di una cittadella-mercato che vive al ritmo del consumo. L’appuntamento è per le 19 fuori dal supermercato. Lei non sa che noi eravamo già presenti sul posto dalle 17.30 ad osservare le ultime battute del suo lavoro quotidiano. Partiamo da Grancia qualche minuto dopo, direzione Jerago Con Orago (provincia di Varese, a 10 minuti dall’aeroporto di Malpensa), un agglomerato di circa 4’600 abitanti formato da due paesi: qui abita con la sua famiglia composta dal marito Gianni e dai figli Daniele di 4 anni e Giada di 6. «Quando faccio un turno come quello di oggi [di mercoledì 2 novembre, ndr] – ci dice mentre siamo in autostrada -, cioè dalle 10 alle 18.30, riesco ancora a vedere i miei figli svegli. Se invece il giovedì finisco alle 21, arrivo che stanno già dormendo. Non lo dico per lamentarmi, sono molto contenta di questo lavoro e devo riconoscere che sia il gerente precedente che quella attuale si sono sempre dimostrati rispettosi e attenti ai problemi di noi dipendenti. Anche quando mi sono stati cambiati i turni per un imprevisto, mi è sempre stato chiesto prima se potevo accettarli». Il suo paese, in Italia, dal posto di lavoro dista 50 chilometri ma impiega di solito un’ora e mezza di tempo per raggiungere Grancia e un’oretta al ritorno. In media, per fare le sue 7 ore e mezza di lavoro resta in ballo 12 ore al giorno circa, quando non di più. «Il traffico – spiega – è una costante di cui bisogna tenere conto. E poi c’è il fattore climatico, vale a dire la nebbia, il gelo e le intemperie dei periodi invernali che allungano i tempi. Confesso che passo tutto l’inverno a pregare che non nevichi. Quando hai i figli è normale che diventi più ansiosa, e tanto più se passi quasi tutto il tuo tempo lontano da loro. Se solo si ammalano, non li puoi raggiungere in un attimo ed è proprio la distanza fisica a pesarmi maggiormente». Lei dice di sentirsi comunque fortunata ad avere un lavoro in un ambiente sereno e con una paga che è il doppio di quanto guadagnerebbe in Italia, anche se le ansie quando arriva la fine del mese non mancano. Racconta dei due mutui (ipoteche) per la casa, delle auto delle quali né lei né suo marito possono fare a meno in quanto mezzi che permettono loro di andare a lavorare. Eppoi ci sono le ansie quotidiane. «La mattina di solito – continua – dovevo fare delle “belle corse”. Portavo mia figlia Giada a scuola verso le 8.20 e alle 8.45 mio figlio Daniele all’asilo. E poi via in auto al lavoro. Ma dopo essere arrivata qualche volta in ritardo, seppur di pochi minuti, ho preferito rinunciare a portare il piccolino all’asilo che spesso affido a mia suocera. Nessuno mi ha mai rimproverata, ma non mi sembrava il caso di tirare la corda. Una volta il piccolo mi ha chiesto: “perché accompagni Giada e me no?” Ho cercato di spiegargli che mentre lui viene sgridato se fa i capricci, io vengo sgridata se arrivo tardi. Domani [giovedì, ndr] potrò accompagnarli con tutta calma visto che inizierò alle 13». Le chiedo se ci sono rivalità fra svizzeri e italiani sul posto di lavoro. «Si scaldano gli animi quando a volte – mi spiega – si parla di buste-paga. È normale, inizialmente io ero la prima a pensare che in Svizzera si stesse solo bene fino a quando i nostri colleghi non ci hanno spiegato quali difficoltà devono affrontare, per la cassa malati, l’affitto e le tasse. Ma nei miei confronti ho sempre sentito un atteggiamento positivo. Anzi, una collega mi ha chiesto se la mia paga valga tutti i sacrifici che devo affrontare. Le ho risposto che non ho molte alternative». Ci sono stati momenti di stanchezza, Marzia però non ama drammatizzare. «Ho messo in conto – prosegue – che ce ne saranno anche in futuro. Pensando positivo mi sono detta che lavorerò per altri dieci anni, fino a quando non avrò finito di pagare il mutuo, ma so che non sarà così. Perché poi ci saranno i figli da mandare alle superiori e magari anche all’Università. Mio marito è magazziniere, lavora nel punto franco di Busto Arsizio e la sua paga da sola non sarebbe sufficiente a sbarcare il lunario. Prima lavorava in Svizzera e guadagnava di più ma doveva sopportare una condizione che lo stava logorando, aveva smesso di ridere, era sempre teso. Allora gli ho detto che nessuna buona paga poteva valere una serenità compromessa. Ora la sua paga si è dimezzata, in compenso però ha riacquistato tutta la vitalità di un tempo». Sono ormai quasi le 20 e siamo giunti davanti al cancello di casa. Il paese è deserto. Nel quartiere tutte le abitazioni sono circondate da cancelli e le finestre ai primi piani sono protette da inferriate. Il nostro ingresso è accolto dalle grida di gioia dei suoi bimbi: Giada si precipita giù per le scale e le butta le braccia al collo, Daniele subito dopo fa lo stesso. Sono curiosi ed eccitati per la presenza di una nuova ospite e le saltellano intorno. Il marito ha già preparato la tavola e Marzia si affretta a buttare la pasta. Non c’è tempo per tirare il fiato, i bambini reclamano subito la sua attenzione e la inondano con le loro grida, le nuove scoperte e i resoconti di quanto hanno fatto e imparato. «Purtroppo – spiega Marzia – il più delle volte arrivo che i miei figli hanno già mangiato con la nonna e il piccolo ne soffre, spesso piange perché per lui è importante cenare con la mamma e il papà». Dopo cena, Marzia li prepara per la notte e da avvio al rituale della lettura di un libro. Giada e Daniele adorano sentire le storie che la mamma legge. «Io stessa amo tantissimo leggere – ci dice -. È una passione sbocciata verso 13 anni e da allora non si è mai affievolita». Solo quando i bambini ormai dormono, ci si può fermare a parlare un po’ in cucina. Sono ormai le 22.30. Gianni, il marito, spiega che non è facile organizzarsi quando ambedue i genitori lavorano fuori casa ma sono tempi in cui sei costretto ad adattarti. «Qui in Italia – dice – ormai ti devi accontentare di ciò che passa il convento e più si va avanti più la situazione diventa problematica. Noi ci riteniamo fortunati perché abbiamo un lavoro e perché ci sono i miei genitori vicini che ci aiutano con i bambini quando noi siamo fuori casa». Ogni pomeriggio Gianni va a riprendere i suoi figli dalla madre e condivide con Marzia il disbrigo delle faccende domestiche. «Gianni – interviene Marzia – mi viene incontro in tutto e per tutto». Con due figli piccoli, gli impegni si moltiplicano e l’unico giorno in cui la famiglia può ritrovarsi resta la domenica. «Ogni sabato sera per i bambini è una festa – racconta Marzia -. Mi dicono: “che bello, allora domani stiamo in casa!” Mentre negli altri giorni la domanda rituale è: “domani tocca a te o tocca a papà accompagnarci?”». Ci sono stati tempi passati molto duri per Marzia. «Quando lavoravo in fabbrica in Svizzera – ricorda – mi alzavo alle 4.30 e facevo un turno dalle 6 alle 14.45, arrivavo a casa verso le 15.30 e non avevo neanche la forza di aprire la porta d’ingresso. Dopo qualche ora volevo già andarmene al letto pensando alla levataccia dell’indomani». E Gianni aggiunge: «C’era meno dialogo tra di noi, e bastava un nonnulla per scatenare incomprensioni. Da quando invece è andata a lavorare alla Coop è ritornata a vivere, alla sera riusciamo ancora a chiacchierare, a leggere, a godere del nostro rincontrarci quotidiano». Da qui il nostro discorso scivola sull’apertura domenicale dei negozi delle stazioni in Svizzera, oggetto in votazione del 27 novembre. «Ne va di mezzo la vita sociale – dice Marzia. – La domenica è l’unico giorno che ci resta per stare in famiglia. Lo vedo da me: io ho libero anche il lunedì ma è un giorno feriale e mio marito e i bimbi hanno i loro impegni. Temo veramente che con questa deroga si apra un varco attraverso cui poi, in futuro, verranno liberalizzati tutti gli orari dei negozi. Sa, io ho notato che ogni qualvolta, per prova, tengono aperto in un giorno festivo la gente accorre. Una cliente una volta mi ha detto: “sono contro le aperture festive”, però intanto era lì, in un giorno di festa… La presenza della gente è comunque un incentivo indiretto a liberalizzare gli orari d’apertura». Cosa significa, le chiedo, stare tutto il giorno dietro la cassa? «Fondamentalmente amo questo lavoro, mi permette di stare a contatto con la gente. Certo si tratta di un contatto fugace, eppure anche in quei brevi momenti puoi scoprire piccoli sprazzi di un’umanità che ti sorprende. Mi fanno tenerezza certe persone anziane che vengono a fare la spesa più per scambiare due parole con qualcuno che per un reale bisogno di un prodotto». E qui racconta di un incontro nato in modo davvero inusuale: «Un giorno un signore anziano – ricorda – ha acquistato un pollo il cui prezzo non veniva rilevato dal lettore ottico della cassa. Ha cominciato ad alzare la voce facendo una scenata di fronte a tutti i clienti, si è arrabbiato dandomi dell’incompetente. Mi sentivo mortificata e col groppo alla gola. Poi è arrivato il gerente e ha fatto capire al signore che non avevo alcuna responsabilità. Da allora è successa una cosa strana: il cliente non solo ha capito ma viene spesso alla mia cassa, è diventato gentilissimo, mi chiede come sto, si preoccupa se mi vede stanca, e non manca occasione per portarmi un pensiero». Marzia ama osservare la gente. «Molti – riflette – ti guardano e non ti vedono. Altri ti trattano come una troglodita. È interessante osservare cosa passa o non passa da un semplice saluto o un “grazie” detto o negato». Ci sono momenti in cui poi il cuore di Marzia batte a martello per l’apprensione: «Succede quando vedo arrivare da lontano dei ragazzi con dell’alcool. Per legge devo chiedere loro la carta d’identità e verificare se sono minorenni. Una volta, cogliendone uno in castagna, sono stata insultata, è stato terribile, mi sentivo sprofondare senza poter reagire. Ma ci sono anche delle belle persone, quelle che ti aprono il cuore sorridendoti ancor prima che arrivi il loro turno». Sono le 23.30 passate quando si va a dormire. Gianni l’indomani ha la sveglia per le 6. La mattina Marzia prepara la colazione per i figli, controlla lo zainetto di Giada e li sveglia alle 7.15 circa. Accompagniamo i bimbi a scuola e all’asilo, poi Marzia va in banca, in posta e fa qualche piccola compera. Alle 11.20 si riparte, direzione Grancia. Siamo fortunate, mi dice, perché non c’è traffico in autostrada (solo un po’ di colonna all’altezza dell’uscita per Gazzada). Arriviamo per le 12.20 circa, Marzia è in anticipo e con calma si appresta a cominciare. Alla Coop nel pomeriggio non ci sono molti clienti, la maggior parte si riversano negli altri negozi del centro. I tempi morti si ripetono a singhiozzo e ci viene in mente quanto Marzia ci ha detto: «Quando c’è poca gente il tempo non passa mai ed è ancora più dura, puoi fare piccole cose ma niente di più». Dalle 16 alle 17 Marzia va in pausa, un panino, una bibita, caffè e sigaretta. «Di solito – dice – la faccio alla mensa e mi rilasso leggendo un libro. Un’ora per me va bene, non potendo andare a casa, non saprei cosa farmene di tanto tempo libero». C’è una lunga serata che l’aspetta dietro il banco della cassa e fra un po’ i clienti cominceranno ad aumentare: quando uscirà sarà molto tardi, arriverà a casa che i suoi bimbi dormiranno sognando già la prossima domenica.

Pubblicato

Venerdì 11 Novembre 2005

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