La vita professionale di Mauro Z*. è paragonabile a quella di molti sessantenni residenti in Ticino. Cresciuto negli anni del pieno impiego a tempo indeterminato, 41 anni di lavoro e relativi contributi pagati alle spalle, un salario dignitoso e qualche sacrificio gli consentirono venticinque anni fa di realizzare il sogno di diventar proprietario di una normale casa famigliare nella periferia luganese. Mauro prova anche la soddisfazione di poter veder le due figlie proseguire gli studi fino all'università. Una storia in cui si possono rispecchiare tanti ticinesi che compongono la classe media. Nulla lasciava presagire che, in vicinanza dei sessant'anni, il suo futuro diventasse drammaticamente incerto. Il rischio di passare dalla classe media alla povertà è purtroppo concreto. Tutto questo per sei, maledetti, giorni. Il "merito" va anche alla nuova legge disoccupazione, a chi l'ha concepita, senza dimenticare chi l'ha votata positivamente.
Riepiloghiamo. Il primo aprile entra in vigore la quarta revisione della legge disoccupazione, approvata in votazione popolare lo scorso settembre dopo la bocciatura del referendum promosso dai sindacati e movimenti di sinistra. Tra le modifiche, c'è l'obbligo di aver versato i contributi nei 24 mesi precedenti all'annuncio in disoccupazione (con la vecchia legge erano 18 mesi) per aver diritto a 520 giorni di indennità. A Mauro mancano sei giorni di contributi per arrivare ai 24 mesi. Ciò significa che avrà diritto a 400 indennità invece delle 520 della vecchia legge. I sei giorni gli costeranno quel mezzo anno che gli avrebbe consentito di arrivare con relativa tranquillità economica al compimento dei sessanta anni, cioè quando potrà chiedere il pensionamento anticipato dell'Avs e del secondo pilastro.
Quale proprietario di un'abitazione, Mauro non potrà far capo all'assistenza sociale. Dovrebbe vendere la casa (dal valore affettivo inestimabile), consumare l'eventuale guadagno e poi, forse, avrebbe diritto a richiedere l'assistenza. Non è propriamente il modo con cui pensava di concludere la sua vita, dopo quaranta anni di onesto lavoro. «Alla mia generazione hanno sempre insegnato la centralità del lavoro quale gratificazione personale. Il lavoro dava senso alla vita. È psicologicamente molto dura  vivere la condizione di disoccupato».
Una vita lavorativa "normale" quella di Mauro, ma anche significativa dei cambiamenti nel mondo del lavoro. L'allora 18enne Mauro viene assunto da una banca per il mestiere che ha studiato: grafico e decoratore. Il rapporto con l'istituto bancario dura per una quindicina d'anni finché non entra in scena il nuovo trend dei rapporti di lavoro: outsourcing. La banca decide che l'attività di Mauro va esternalizzata, ossia affidata a un'azienda privata esterna all'istituto. La direzione, soddisfatta della qualità del lavoro di Mauro, gli propone di continuare il rapporto purché si metta in proprio. Mauro accetta e insieme a un collega, fonda una ditta di cui l'istituto bancario è il maggior cliente. Il rapporto funziona relativamente bene per una dozzina d'anni, anche se il margine di guadagno per i due titolari si assottiglia nel tempo. Mauro decide di ritirarsi dall'impresa e viene assunto da un'altra banca quale responsabile della gestione del palazzo di una filiale, oltre che occuparsi di grafica e decorazioni. Per quindici anni, il rapporto prosegue con soddisfazione per entrambe la parti. Nel 2009 però, complice la crisi finanziaria dell'anno precedente, la direzione centrale della banca decide di chiudere la filiale e da agosto Mauro è disoccupato. «In 41 anni di lavoro, ho dovuto far capo alla disoccupazione una sola volta: una quindicina d'anni fa e per tre mesi» precisa Mauro, quasi a giustificarsi di aver dovuto ricorrere a un diritto sacrosanto. Quel pudore tipico di chi si sente imbarazzato a far ricorso all'assicurazione disoccupazione, come se fosse colpa sua la decisione della banca di chiudere la filiale.
Alla sua età, Mauro sa che le possibilità di trovar lavoro sono molto scarse. Fa due calcoli e, nel caso non trovasse un lavoro, la sua disoccupazione scadrà tre mesi prima di compiere sessanta anni. Tre mesi senza entrate e poi potrà chiedere il pensionamento anticipato dell'Avs e del secondo pilastro. Un pensionamento anticipato che, va ricordato, rappresenta una perdita economica rispetto alla pensione piena. Con qualche sacrificio Mauro calcola che ce la può fare. E comunque non ha altre soluzioni. Nel frattempo però, il popolo approva la revisione della legge disoccupazione bocciando il referendum dei sindacati. E le regole cambiano anche per chi era già iscritto. La disoccupazione di Mauro scadrà sei mesi prima di quanto previsto al momento dell'iscrizione.
Mauro non è una persona a cui piace commiserarsi. Si capisce che non sia una persona abituata a stare con le mani in mano, senza reagire. Non nasconde però la delusione e l'arrabbiatura. Difficile dargli torto. Come la stragrande maggioranza dei senza lavoro, si trova in una situazione delicata senza colpa alcuna. Sul perché il popolo abbia approvato la revisione disoccupazione è convinto che abbiano giocato un ruolo gli abusi nell'immaginario sociale. È però altrettanto convinto che i tagli ai disoccupati con oltre 55 anni siano ingiusti e fatti passare all'acqua bassa al momento della votazione. «Con la ricchezza che c'è in Svizzera, si sarebbe potuto trovare altre vie» argomenta Mauro, che aggiunge: «con la revisione spostano soltanto i costi dalle casse federali, la disoccupazione, a quelle cantonali con l'assistenza sociale. Così si peggiora la situazione economica delle persone, le si umilia, senza dare nessuna soluzione».

*il cognome è noto alla redazione


La nuova crisi senza paracadute

Roberto Ghisletta conosce bene il "fronte caldo" della disoccupazione, dove dietro alle semplici cifre ci sono i casi umani. Da diversi anni è responsabile della Cassa disoccupazione del sindacato Unia.

Roberto Ghisletta, i sindacati hanno chiesto invano delle misure per attenuare le conseguenze dei tagli alla disoccupazione. Perché il governo federale ha così urgenza nell'introdurre i tagli anche ai vecchi disoccupati?
Lo giustificano con l'aspetto finanziario. Ma è una motivazione debole. Il piano di rientro economico è stato calcolato a medio - lungo termine. Si parla di un riequilibrio della cassa disoccupazione tra una decina d'anni. Un posticipo di alcuni mesi dell'entrata in vigore sarebbe stato ininfluente sull'eventuale raggiungimento dell'obiettivo finanziario a lungo termine. Il secondo motivo adotto è invece d'ordine giuridico: evitare la coesistenza di due leggi parallele, la vecchia legge disoccupazione e la nuova.
Il Cantone Ticino sta utilizzando tutte le sue risorse per sopperire alle conseguenze negative del primo aprile?
 Il Canton Ticino dispone di uno strumento, la legge Rilocc, studiata appositamente per rinforzare  la legge federale sull'assicurazione contro la disoccupazione (Ladi) con misure finanziate interamente dal Cantone. È uno strumento che altri cantoni non hanno. Purtroppo, già nell'era Masoni, la Rilocc è stata indebolita con la soppressione delle ulteriori 120 indennità previste per disoccupati che avevano esaurito il diritto. Una misura migliore dell'assistenza sociale, non fosse altro che a livello psicologico. Malgrado l'indebolimento, la Rilocc rimane uno strumento importante in questo periodo, anche se purtroppo ancora sottoutilizzato. Il datore di lavoro che assume un disoccupato a fine indennità pagherà per 12 mesi solo il 40 per cento dello stipendio. Il resto sarà sopportato dal cantone attraverso la Rilocc. Una misura conveniente per datore di lavoro e disoccupato. Eppure, nel secondo semestre dello scorso anno, solo il 7 per cento delle uscite sono state destinate a queste misure. Il margine di miglioramento è dunque ampio. L'ufficio di collocamento deve promuovere con maggior forza questa misura tra i datori di lavoro.
Con la quarta revisione, l'assicurazione disoccupazione sarà in grado di rispondere alle necessità per le quali dovrebbe esistere?
Assolutamente no. Se finora è riuscita a far fronte in maniera dignitosa alla crisi del 2008, nel caso di una nuova probabile crisi, soprattutto a causa della riduzione del numero d'indennità, l'assicurazione disoccupazione non riuscirà a contenere i danni senza scatenare tensioni sociali.

Pubblicato il 

01.04.11

Edizione cartacea

 
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