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Il film

Lo scandalo delle schedature in chiave ironica

di

Mattia Lento

Il 23 marzo sono stati resi noti i premi del cinema svizzero. Nell’elenco dei film vincitori c’è anche Moskau einfach: Miriam Stein, per la parte di Odile, è stata premiata come migliore attrice protagonista. Il film è piaciuto al pubblico e a parte della critica ma ha suscitato anche qualche polemica di carattere politico.

Il film Moskau Einfach (acquistabile qui) del regista Micha Lewinsky, che racconta le vicende del poliziotto Viktor Schuler (Philippe Graber), il cui compito è quello di portare alla luce presunti complotti ai danni dello Stato da parte degli attivisti di sinistra presenti nella città di Zurigo, ha aperto i Solothurner Filmtage di quest’anno. Siamo nel 1989, alla vigilia dello scoppio dello scandalo delle schedature, e la paranoia anticomunista non sembra essere cessata in Svizzera. Il commissario Maroog (Mike Müller) invita Viktor, suo sottoposto, a tenere d’occhio la compagnia teatrale dello Schauspielhaus di Zurigo. Per riuscire al meglio nel suo intento, l’impacciato protagonista è costretto a cambiare identità – mettendosi nei panni di un giovane attivista progressista, impegnato nel movimento per l’abolizione dell’esercito e per l’abbandono del nucleare – e a farsi assumere come figurante dal teatro stesso. Gli attori della compagnia stanno preparando La dodicesima notte di Shakespeare, commedia in cui abbondano travestimenti e inganni e, durante le prove dello spettacolo, Viktor s’innamora inaspettatamente della giovane attrice Odile Jola (Miriam Stein) – vincitrice con questo ruolo del Swiss Film Award 2020 – e manda a monte i suoi piani di protezione dello Stato.


I toni leggeri del film e la sua ironia sono stati apprezzati da una parte della critica e dal pubblico, ma hanno anche attirato voci critiche. Per alcuni commentatori, Moskau einfach appare troppo conciliante e corre il rischio di edulcorare o addirittura di negare il dramma dello scandalo delle schedature. Trattando vicende storiche drammatiche con il filtro dell’ironia, in effetti, si corre sempre il rischio di veicolare un’immagine falsata del passato o comunque di ferire chi quei drammi li ha vissuti in prima persona. È anche vero che il cinema di finzione non dovrebbe essere caricato di troppe responsabilità storiografiche. Inoltre, se preso come spunto, questo film può anche fornire il pretesto per una discussione approfondita relativa allo scandalo delle schedature. Questo è quello che in effetti è avvenuto: Moskau einfach è riuscito ad avvicinare le nuove generazioni, che conoscono poco questo episodio recente della storia svizzera, al tema ancora attuale della sorveglianza dello stato sui suoi cittadini.


Quando si valuta il valore politico di un film, nei limiti del possibile, occorre considerarlo non come testo astratto, ma come prodotto vivo che entra a contatto con determinati contesti culturali e gruppi sociali che ne ampliano o ne modificano il senso.
È quello che è successo anche a Die Schweizermacher (Rolf Lyssy, 1978), un film leggero, comico, molto simile al film di Micha Lewinsky, che è diventato il simbolo delle politiche xenofobe svizzere degli anni passati. Un film che è un cult non solo tra i cittadini svizzeri ma anche tra chi ha vissuto in prima persona il dramma della discriminazione nei confronti degli stranieri.

Pubblicato

Giovedì 23 Aprile 2020

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