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Lo Tsunami sulla piazza finanziaria

di

Francesco Bonsaver
«20mila posti di lavoro in meno nei prossimi anni». La previsione non è delle più rassicuranti, soprattutto se arriva da Sergio Ermotti, ceo di Ubs. Lo tsunami sull'impiego bancario sembra dunque imminente. Lugano, terza piazza finanziaria ne sarà inevitabilmente colpita. I 1'750 posti di lavoro persi negli ultimi dieci anni in Ticino, il 20 per cento in meno, rischiano di essere solo un amaro assaggio dell'immediato futuro. La cronaca di questi giorni lo confermerebbe.
È facile profeta dunque Ermotti. Vuoi per la grave crisi che attanaglia il sistema finanziario ed economico (i cui colpevoli sono le stesse banche per i loro comportamenti venuti a galla nella cosiddetta crisi del subprime americano del 2008), vuoi il lento ma costante sgretolamento del segreto bancario e il conseguente abbandono della strategia dei soldi sporchi che aveva fatto la ricchezza del sistema elvetico, una forte riduzione degli impieghi bancari è data per scontata. Nelle loro casseforti, le banche elvetiche controllano quasi un terzo dei capitali mondiali detti Offshore, ossia quei patrimoni collocati per convenienza fiscale in una nazione diversa dalla cittadinanza del proprietario. La Svizzera occupa, per ora, il primo posto al mondo per gestione di questi patrimoni. Essendo capitali "clandestini", le stime variano. Si va dalla versione ufficiale di 2'700 miliardi di franchi alle stime ufficiose ma attendibili di 6mila miliardi depositati negli istituti elvetici. Un mercato che fa gola a molti. Da una parte i paesi concorrenti, quei paradisi fiscali che continuano a offrire la certezza dell'evasione fiscale. Dall'altra, quelle nazioni soffocate dai debiti desiderose di far rientrare almeno una parte dei capitali evasi dai loro concittadini.
Per tentare di salvare capra e cavoli, gli gnomi elvetici hanno estratto dal  cappello l'accordo Rubik, la cui paternità è attribuita al ticinese Alfredo Gysi, presidente del Cda della Bsi.
In sintesi, è la possibilità di garantire l'anonimato ai proprietari dei capitali esteri depositati in Svizzera, con la contropartita di versare una quota importante di tasse ai paesi di provenienza. L'accordo Rubik è stato finora sottoscritto da Gran Bretagna, Austria e Germania, anche se regna tutt'ora l'incertezza sulla ratifica del parlamento inglese e soprattutto tedesco. Alla piazza finanziaria ticinese interessa soprattutto un eventuale accordo con l'Italia. Le trattative tra i due paesi sono agli albori e dagli esiti incerti. Quel che è sicuro, Rubik o non Rubik, la terza piazza finanziaria subirà un ridimensionamento.

«Bisogna risparmiare ai piani alti per avere alternative»
L'avvocato Paolo Bernasconi lancia l'allarme per prevenire quello che tutti sanno: la decimazione degli impieghi nella piazza finanziaria luganese


Il segreto bancario per lui non ha segreti. Avvocato, giurista e accademico, Paolo Bernasconi è coautore del più importante manuale sul segreto bancario svizzero. Dopo gli studi di giurisprudenza, dal 1969 al 1985 è stato procuratore pubblico di Lugano conducendo diverse inchieste sui reati finanziari. Lasciata la magistratura, torna a esercitare l'avvocatura, affiancandola all'in-
segnamento in numerosi atenei svizzeri. Lo abbiamo incontrato per raccogliere i suoi avvertimenti sulle imminenti quanto pesanti ricadute sull'impiego bancario della terza piazza finanziaria del paese.

Sgretolamento segreto bancario, Rubik, crisi finanziaria ed economica. Avvocato Paolo Bernasconi, cosa sta veramente incidendo sulla piazza finanziaria svizzera, e ticinese in particolare, pensando al mercato italiano?
L'inevitabile globalizzazione, alla quale non si può opporsi ma solo navigare insieme. Globalizzazione significa anche protezionismo, vedi Italia, Germania e Francia che vogliono impedire l'allargamento del loro mercato a banche e operatori svizzeri. La crisi economica riveste poi un peso importante nella riduzione dei volumi dei depositi della clientela. E poi c'è il caso particolare svizzero, con il segreto bancario sotto attacco da parte di diversi paesi. A partire dall'aprile 2009 durante il vertice dei G20 è stato dichiarata guerra ai rifugi fiscali. E questa volta era una minaccia realistica e non di facciata. Pensi che il Liechtenstein ha dimezzato le sue società di sede da 100mila a 50mila. Si è dimezzato quindi anche l'indotto, il mercato del lavoro e il gettito fiscale. La Svizzera sta vivendo lo stesso processo. Rubik invece non c'entra nulla, per il semplice fatto che non esiste ancora. È dunque della bassa propaganda di destra fare campagna su questo tema.
Non era prevedibile l'attacco al  segreto bancario? Le banche non hanno perso tempo nell'affrontare la problematica?
Il grande slogan attuale è: "Berna ha calato le braghe". È una falsità totale. Da anni la diplomazia elvetica sta conducendo una ritirata strategica eccezionale. Le hanno inventate tutte pur di salvare il segreto bancario. Era nell'interesse della piazza? Di sicuro era nell'interesse di chi portava a casa ogni giorno, fino all'ultimo, i redditi di un oceano di depositi non dichiarati fiscalmente. È stata una politica lungimirante? No, perché oggi si paga. E, come al solito, a pagarne non saranno i vertici bancari ma i dipendenti licenziati.
Veniamo agli impiegati bancari. In dieci anni in Ticino, oltre 1'700 posti persi. Dallo scoppio della crisi del 2008, oltre 750. Diverse fonti autorevoli danno per imminente la grande ondata di licenziamenti. Ci si sta preparando ad affrontarlo?
No, non si prepara nessuno. Sul tappeto c'è solo la proposta della municipale luganese Giovanna Masoni di un tavolo sulla crisi a cui dovrebbero sedere le parti in causa: aziende, rappresentanti dei lavoratori, associazioni economiche e ricercatori. Visto il debole entusiasmo suscitato dalla proposta, essa rischia di rimanere solo teorica. Gli unici a prepararsi nei fatti sono le banche, che hanno già allestito dei piani di tagli in base alla riduzione già in atto dei loro affari. Poiché le banche sanno già chi licenzieranno, sarebbe corretto informare sia gli interessati che l'ente pubblico.
Sta dicendo che i piani di licenziamenti sono già stati allestiti dalle banche…
Certo. E poiché nel settore bancario non esiste una convenzione collettiva, sarebbe necessario immaginare un piano per ammortizzare i danni sociali.
Dai dati dell'associazione bancaria ticinese si rileva una forte contrazione del personale, accompagnata però da un aumento importante della massa salariale erogata (il 50 per cento in più in dieci anni). Insomma, meno personale ma pagato di più. Non comprende una parte del rischio disoccupazione?
La media non rende giustizia alla disparità retributiva. Suddividerei in cinque le classi salariali bancarie. Le banche devono rendere pubblico dove risparmieranno e dove no. Da conoscenza diretta, so benissimo che non si fanno i risparmi nella fascia alta. Se fosse così, si potrebbero impedire i licenziamenti. Un fondo di compensazione o solidarietà consentirebbe di trovare delle alternative.
Ad esempio la riqualifica professionale. Ma quali sbocchi in un settore che uscirà fortemente ridimensionato?
Davanti al cambiamento della gestione del patrimonio dichiarato fiscalmente, vi è un enorme potenziale per la riqualifica professionale.
La strategia dei soldi puliti sembra musica del futuro. Ancora oggi si ha l'impressione che al bancario siano imposti degli obiettivi ottenibili solo con mezzi ai limiti della legalità. Se non raggiunge gli obiettivi, niente bonus. E se viene colto in fallo, la banca, lo scarica. È vero o falso?
Verissimo. Stiamo vivendo un periodo di criminalizzazione interna del personale, in particolare quello addetto alla clientela. Le centrali bancarie risolvono il problema emanando delle norme interne, mentre dall'altra parte impongono degli obiettivi che si possono raggiungere, diciamo così, più facilmente violando le norme interne o addirittura la legge. Le racconto un aneddoto. All'interno di una banca luganese, vi è un ufficio chiamato Guantanamo dai dipendenti. In quell'ufficio non ci sono telefoni (strumento essenziale per l'operatore finanziario, ndr.). Alla fine, il dipendente messo in quell'ufficio lascia l'istituto con certificato medico per esaurimento nervoso.
Cosa resterà in piedi della terza piazza finanziaria dei piccoli istituti bancari privati, alle società fiduciarie, ai gerenti patrimoniali indipendenti?
Questo settore pagherà caro quanto succederà. Sui gestori patrimoniali sono in corso delle modifiche che comporteranno un notevole aumento dei costi e quindi, ristrutturazioni. Mentre per i fiduciari, in particolare coloro che hanno lavorato con le società di sede portando a casa decine di migliaia di franchi con pochi sforzi, questo business finirà. Perché altri paesi mettono in galera per questo tipo di attività.

Pubblicato

Venerdì 12 Ottobre 2012

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