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Lo Stato sono io

di

Loris Campetti
Un’organizzazione a delinquere con mandato popolare, un coacervo di interessi nobili e ignobili in conflitto con gli interessi generali del paese, un’accozzaglia di tutte le destre in libera uscita: razziste, separatiste, nazionaliste, padronali, liberiste, protezioniste, autarchiche, fasciste. Fino a una settimana fa, nella Banda Bassotti che governa l’Italia c’era posto per tutte le destre che rappresentano le composite basi sociali della Casa delle libertà. A un certo punto, però, è esplosa l’incompatibilità tra il circo Barnum di Silvio Berlusconi e la destra colta, educata, preparata, tecnocratica, europeista, incarnata dall’ex ministro degli esteri Renato Ruggiero. Ruggiero è stato espulso dal governo in quanto «corpo estraneo»: dovendo scegliere tra gli input del suoi sodali politici – Bossi e Tremonti in testa – e l’uomo che agli occhi dell’Europa rappresentava il volto pulito dell’Italia, il cavaliere di Arcore ha scelto i primi. Anche perché ciò che innanzitutto Berlusconi vuol difendere, anche a scapito della crescita di ruolo politico dell’Europa e dell’integrazione in essa del nostro paese, è il suo interesse personale. E in nome del suo particolare non può che stringere un patto d’acciaio con chi dell’Europa è nemico ideologicamente e strutturalmente, come il leghista Umberto Bossi, più sensibile ai cori delle piccole patrie heideriane che non all’euro-inno alla gioia. Ministro degli esteri ad interim Il risultato di questa scelta è che ora Berlusconi, oltre che presidente del consiglio, è anche ministro degli esteri ad interim. Il presidente della repubblica Ciampi, che continua a pagare un prezzo salato per essere stato eletto alla prima carica dello stato con i voti delle destre, ha dovuto digerire la cacciata di Ruggiero. Come premio di consolazione, Ciampi si è accontentato di imporre all’Unto dal Signore una dichiarazione di fede europeista ben poco credibile, essendo Washington e non Bruxelles che ha in mente Berlusconi, e ha chiesto al presidente del consiglio di mantenere l’interim agli esteri il minor tempo possibile, procedendo rapidamente alla nomina di un nuovo ministro, possibilmente presentabile nei salotti europei. Difficile disegnare l’identikit di un super-ambasciatore presentabile dell’Italia nel mondo, fatto sta che tra i tanti galli che si beccano nel pollaio di Berlusconi, quello che rischia di avere la meglio e incassare il ministero più ambito è il capo dei postfascisti e vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini. Uomo forte, certamente, evoluto da picchiatore a organizzatore dei picchiatori di stato, come ricorderà chi ha seguito il massacro operato dalle «forze dell’ordine» ai danni del movimento no-global, durante il luglio a Genova. Quanto a presentabilità del soggetto, invece… Ma l’Unione europea, in grado di digerire persino Heider, potrebbe anche far finta di niente, dopo aver archiviato qualche inevitabile protesta belga. Le colpe dell’uomo dei salotti buoni Il conflitto tra Berlusconi e Ruggiero era esploso già pochi giorni dopo l’insediamento del governo, quando l’Uomo della Provvidenza avrebbe voluto evitare di ratificare la carta europea dei diritti varata a Nizza. In quell’occasione la spuntò Ruggiero, ma in molti alla Farnesina se la legarono al dito. Berlusconi abbozzò perché di Ruggiero aveva ancora bisogno, perché era l’unico membro del governo in grado di far digerire agli alleati europei un governo altrimenti impresentabile; Ruggiero fu fondamentale per mettere una toppa sullo strappo prodotto al G8 di Genova, quando a Bruxelles furono usate parole grosse per criticare la violenza selvaggia contro centinaia di migliaia di ragazzi inermi. Altrettanto fondamentale fu il ruolo dell’ex ministro degli esteri per far dimenticare le frasi odiose e razziste di Berlusconi a proposito della «superiorità» della cultura e della religione occidentali, rispetto a quei «selvaggi» dei musulmani. Ruggiero era l’uomo stimato nei salotti buoni che governano l’economia mondiale: il Wto di cui è stato direttore, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale; era il solo politico italiano che poteva permettersi di dare del tu a Colin Powell e di bere il tè con il suo sponsor Henry Kissinger; era il garante del grande capitale, che per mano dell’avvocato Agnelli l’aveva imposto a un Berlusconi riluttante; era una delle carte su cui puntava il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi per far digerire all’Europa l’Italietta di Arcore. Feeling, tra Ruggiero e Berlusconi, non c’è mai stato. Quando Berlusconi ha pensato di potersela cavare da solo, ha licenziato Ruggiero. Dopo una serie di incidenti di percorso, la decisione di licenziare l’uomo che cominciava a fargli ombra è stata presa da Berlusconi prima dell’euro vertice di Laeken, quando esplose il conflitto tra Italia e Ue sul mandato di cattura europeo: Berlusconi era pronto a firmare solo in relazione ai reati che nulla avessero a che fare con finanza, affari, interessi. Per una ragione molto semplice, i noti magistrati nemici, spinti dai “comunisti” che come fantasmi seguitano ad agitarsi solo nel cielo sopra Berlusconi, non aspettano altro che aver mano libera per mettergli le manette ai polsi, a Milano come a Madrid. Ruggiero ha usato tutte le carte del suo mazzo per ricondurre a ragione Berlusconi e il suo emissario Castelli, il ministro leghista della giustizia. Ormai la rottura era diventata insanabile, ed è bastato che Ruggiero, a inizio anno e a inizio euro, tornasse a criticare il suo governo, reo di «euroscetticismo», perché la bomba a orologeria esplodesse. Un’Italia a misura di Cavaliere Agli occhi di un osservatore esterno può risultare incomprensibile il comportamento di Silvio Berlusconi e l’arroganza con cui il premier italiano ha gettato dalla torre il suo uomo più prestigioso e apprezzato fuori dai confini, per assumere ad interim il ministero degli esteri, operazione che chiama alla memoria una delle prime mosse di Benito Mussolini. In realtà, visto dall’Italia Berlusconi appare meno misterioso. In pochi mesi di governo è riuscito a smantellare un pezzo importante della nostra costituzione materiale per pagare i debiti contratti con i poteri forti e le varie anime della Banda Bassotti. Ma soprattutto, Berlusconi ha imposto modifiche legislative a suo uso e consumo: l’incredibile legge sulle rogatorie; l’abolizione della tassa d’eredità, che ha fatto inorridire persino il fior fiore degli economisti americani e liberisti d’ogni paese; la depenalizzazione del falso in bilancio. Si potrebbero fare molti altri esempi, ne facciamo solo uno per dire al contrario quel che il cavaliere non ha fatto: risolvere l’annosa e odiosa questione del conflitto di interessi. Per salvare se stesso, dunque, Berlusconi è disposto a rompere con l’Europa o, più verosimilmente, a rallentarne il corso dell’unificazione politica. Forse l’Italia sta diventando meno europea, certamente è diventata più americana. Se il ministro leghista Castelli travolge la corte milanese che giudica l’affare Sme-Ariosto, dove compaiono in veste di imputati Berlusconi e il suo compare Previti – quello che aveva promesso di non fare prigionieri in caso di vittoria elettorale – perché non difendere a Bruxelles la linea padana antieuropea di Castelli, sacrificando Ruggiero? Un po’ provocatoriamente e un po’ no, dopo la legge sulle rogatorie che blocca le magistrature di mezza Europa (per salvare i suoi conflitti di interesse dal giudice spagnolo Garcon, Berlusconi mette a rischio processi contro la criminalità comune e il terrorismo), qualcuno ha proposto «l’impunità penale per reati fin qui commessi da Silvio Berlusconi e da dieci persone scelte a suo insindacabile giudizio. La ragione? È spiegata nel testo di legge – scrive Nando Dalla Chiesa – firmato da una ventina di senatori: impedire che, per salvare se stesso e i suoi amici, il capo del governo faccia leggi che aiutano migliaia di criminali, distrugga l’ordinamento giudiziario, faccia carne da macello dei fondamentali principi dello Stati di diritto, devasti il senso delle istituzioni del paese». Verso il regime Si sente puzza di regime in Italia. In molti si chiedono come mai Berlusconi abbia deciso di rompere con tutte le regole, i vizi e le virtù della tradizione italiana, il confronto democratico e persino il consociativismo. Evidentemente si sente molto forte. I padroni non se l’avranno a male per la defenestrazione dell’uomo di Gianni Agnelli, colpevole di far ombra all’imperatore e di teorizzare una politica estera bipartisan. Non se ne avranno a male perché comunque il governo dell’imperatore si è impegnato nel più scatenato attacco contro i sindacati, i diritti dei lavoratori e le leggi che li tutelano. Codeterminazione addio, ora tutto passerà per delega al ministro (anche lui leghista) del lavoro e welfare, Roberto Maroni. Dalla privatizzazione delle pensioni, al diritto di licenziamento senza giusta causa, all’affossamento dei contratti per alcuni milioni di dipendenti del pubblico impiego. I padroni non se ne avranno a male per la defenestrazione di Ruggiero, se Berlusconi continuerà a garantire lo smantellamento della scuola pubblica e la privatizzazione della salute. Se il governo, poi, sbaraccherà definitivamente il contratto nazionale di lavoro, pace all’anima di Ruggiero e viva Berlusconi. Pazienza per Agnelli, inferocito per lo sgarbo ricevuto: “Questa non è neppure la repubblica delle banane ma quella dei fichi secchi”, ha brontolato l’Avvocato della Fiat. Berlusconi è arrogante perché è fortissimo in parlamento, dove potrebbe persino fare a meno dei voti leghisti, anche se il problema, come dicevamo, non si pone. Bossi non è più l’ondivago traditore del ’94, bensì una colonna portante del sistema di potere berlusconiano. La forza di Berlusconi sta anche nella debolezza dello schieramento avversario: l’Ulivo non ha ancora elaborato il lutto per una sconfitta cercata con ostinazione; l’Ulivo che aveva tagliato le sue radici – la base sociale – puntando tutto sul governo, con i Ds che avevano trasformato il partito in un comitato elettorale, ora è orfano del governo, incapace di costruire uno schieramento e un progetto alternativi a quelli della destre. Incapace di fare opposizione. Così, il centrosinistra italiano scende in piazza (al Campidoglio, a Roma, luogo simbolico nella storia dell’Ue) in difesa della collocazione europea del nostro paese, in realtà a sostegno dell’ex direttore del Wto Renato Ruggiero. E c’è già chi sogna di ripetere la storia del ‘94-’95, ai tempi del ribaltone che liquidò il primo governo Berlusconi. Allora c’era Lamberto Dini nel ruolo del rospo da ingoiare, oggi potrebbe esserci proprio Ruggiero. Ma sette anni non sono passati invano, e oggi Berlusconi è decisamente più forte e l’opposizione politica introvabile e incapace di entrare in comunicazione con un'opposizione sociale che c’è, nelle fabbriche e nelle scuole, negli uffici e tra i giovani che continuano a riempire le piazze italiane contro la globalizzazione neoliberista e contro Berlusconi. L’idea del lavoro, della cultura, dell’economia, dell’Europa (sociale) che hanno questi movimenti, è un’idea ben diversa da quella non solo di Bossi e Berlusconi, ma anche di Ruggiero. Questo la sinistra italiana dovrebbe sforzarsi di capire, e battere un colpo.

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Venerdì 11 Gennaio 2002

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