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Lmee, balzo nel buio o chance

di

Silvano De Pietro
Il prossimo 22 settembre sapremo se il mercato dell’elettricità in Svizzera verrà liberalizzato oppure no. Nell’opuscolo di spiegazioni in vista della votazione popolare, il Consiglio federale afferma che «in Svizzera la liberalizzazione del mercato della corrente elettrica è già in pieno corso; mancano tuttavia regole chiare in tal senso». Tale affermazione, tecnicamente esatta, è tuttavia politicamente debole, poiché lascia supporre che la nuova legge sul mercato dell’elettricità (Lmee) rechi una regolamentazione necessaria ad un processo in atto. In realtà, già diverse votazioni popolari, in particolare nella città e nel cantone di Zurigo, hanno smentito la necessità di tale nuova regolamentazione. Evidentemente, i timori di un’apertura del mercato sono molto diffusi tra la popolazione, che non vede di buon occhio la liberalizzazione di servizi pubblici fondamentali. Proseguendo nelle sue spiegazioni, il Consiglio federale fa un’affermazione contraddittoria: «L’elettricità è troppo importante per la popolazione e l’economia per poterla semplicemente affidare al libero gioco del mercato». «Di conseguenza – si aggiunge – occorrono regole che dovrebbero garantire ai consumatori la libera scelta dei fornitori, la trasparenza e l’equità dei prezzi, la sicurezza dell’approvvigionamento di corrente, la promozione delle fonti rinnovabili d’energia, il sostegno alle piccole e medie imprese». Tutto questo viene contestato dalla sinistra e dai sindacati, che paventano invece l’aumento del prezzo della corrente elettrica, il rischio di interruzioni di corrente, una minore chiarezza delle tariffe, il “libero imbarazzo della scelta”, la scomparsa del servizio pubblico, i danni all’ambiente e la perdita di posti di lavoro. Per capire meglio il punto di vista della sinistra, e in particolare dei sindacati, relativamente a quegli aspetti sui quali si discute con più frequenza nei dibattiti che precedono la votazione, abbiamo intervistato Beda Moor, membro del Comitato direttore del sindacato Flmo, in seno al quale si occupa, oltre che d’industria metalmeccanica, dell’armamento e dello zucchero, di sicurezza sul lavoro e di formazione professionale, anche del settore dell’energia. Signor Moor, la sinistra e i sindacati sono favorevoli ad un’eventuale adesione della Svizzera all’Unione europea. E il mercato dell’elettricità viene ampiamente liberalizzato nell’Ue. Perché allora la sinistra svizzera contesta la legge sul mercato dell’energia elettrica (Lmee)? Come spiega questa contraddizione? I sindacati appoggiano un’adesione all’Ue, poiché con essa anche l’avanzata regolamentazione europea nella politica sociale e nel diritto del lavoro verrebbe adottata in Svizzera. Al contrario, i sindacati non possono avere alcun interesse ad un puramente selettivo ed esagerato adeguamento alle norme Ue: l’apertura del mercato in Svizzera va infatti sensibilmente oltre quella nell’Ue, a beneficio soprattutto delle grandi imprese dell’elettricità. Con la nostra posizione noi appoggiamo invece quelle forze che in Europa si battono localmente contro la liberalizzazione dei servizi pubblici. Anche questa è Europa: l’Europa dei lavoratori e dei consumatori. I sostenitori della liberalizzazione parlano di tariffe più basse. In effetti, la concorrenza richiede investimenti meglio mirati; e ciò significa più efficienza, la quale dovrebbe comportare prezzi più bassi. Perché allora voi temete che i piccoli consumatori finiranno per pagare tariffe più alte? Ovunque il mercato venga liberalizzato, dopo una breve fase di dumping, i prezzi per i piccoli consumatori aumentano in parte massicciamente. La liberalizzazione delle forniture di corrente conduce ad un’ondata di fusioni tra i produttori e concentra l’efficacia del mercato su alcune poche imprese. Ciò rende possibile qualsiasi manipolazione o speculazione al fine di massimizzare i profitti, che è del resto il vero scopo di ogni orientamento di mercato. Ne è eloquente esempio la situazione determinatasi in California e in Svezia. Inoltre, i piccoli consumatori continuano a pagare con le loro imposte le perdite delle imprese pubbliche di distribuzione messe sotto pressione. A risparmiare davvero potranno essere tutt’al più i grandi clienti. La legge vuole promuovere l’elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili. Il trasporto della corrente ecologica sarà gratuito per dieci anni e le economie domestiche che ne faranno uso potranno da subito scegliere liberamente il fornitore. Non basta tutto questo, affinché la Lmee sia ecologicamente utile e le energie rinnovabili siano rese concorrenziali? È una goccia nel mare. La parte di elettricità ecologica rispetto al consumo globale è davvero minima – circa lo 0,2 per cento – e con questo provvedimento potrà aumentare soltanto in modo insensibile. Inoltre, la Lmee premia per principio coloro che consumano molta corrente e non incentiva il risparmio d’energia, e questo è altrettanto insensato ecologicamente. Nel sistema attuale di distribuzione dell’elettricità, vi sono invece già molte centrali locali che promuovono la produzione di corrente ecologica, immettendola automaticamente in rete e vendendola attivamente ai clienti. Siamo convinti che i produtttori di corrente ecologica vivranno nel libero mercato un brutto risveglio. La Lmee esige che le le linee ad alta tensione vengano integrate in una rete nazionale di trasporto gestita da una sola società, nel cui consiglio d’amministrazione Confederazione e cantoni veglieranno affinché la fornitura dell’elettricità rimanga sicura. Non basta, questo, per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento? Nel consiglio d’amministrazione della società nazionale di distribuzione, la Confederazione e i cantoni dovranno soltanto vegliare che il mercato possa funzionare e l’accesso alle linee ad alta tensione resti aperto a pari condizioni a tutti i produttori di elettricità. E questo, poiché anche nel settore del trasporto della corrente sono possibili, con la Lmee, tutte le varianti della manipolazione e della speculazione. In altri termini, questa sorveglianza non ha niente a che vedere con la sicurezza dell’approvvigionamento. Al contrario: nel suo messaggio sulla Lmee il Consiglio federale ha ammesso che un obbligo di fornitura, quale finora abbiamo conosciuto, è in contrasto con il principio del libero mercato. A parte ciò, una società statale di distribuzione sarebbe ovviamente preferibile ad una privata, come ora viene previsto. Ma ad un tale modello, a dire il vero, i baroni dell’elettricità non hanno alcun interesse. E dal punto di vista sociale, sono sufficienti, in caso di ristrutturazioni, le norme di protezione dei lavoratori fissate nella Lmee? La Lmee – al contrario di quanto vanno affermando i suoi sostenitori – non prevede alcun obbligo di approntare un piano sociale. Sono quindi messi in pericolo circa 6 mila posti di lavoro nei settori della manutenzione e dell’esercizio. Al contrario, nei settori della pubblicità e della vendita l’effettivo del personale verrà gonfiato. Sono quindi curioso di sapere se questa gente, in caso d’interruzione di linea, catastrofi naturali, ecc., sarà in grado di far sì che la corrente venga ripristinata al più presto. Ciò di cui abbiamo bisogno non sono dunque piani sociali e misure di riqualificazione, ma una garanzia affinché la manutenzione e l’esercizio della rete non vengano trascurati. Ed è proprio questo che evidentemente manca nella Lmee. In sintesi: perché i cittadini dovrebbero respingere la Lmee? Ovvero: ci sono altre ragioni per votare contro questa liberalizzazione? La Lmee mette in pericolo un approvvigionamento di elettricità sicuro, efficiente, durevole e a buon prezzo per tutti. Di più: un’infrastruttura realizzata negli ultimi cento anni dalla mano pubblica viene sacrificata alla moda della liberalizzazione predicata durante gli anni Novanta. Inoltre, dall’apertura del mercato traggono profitto soltanto alcuni grandi consumatori, il settore pubblicitario e gli speculatori della finanza. Ed il sistema trasparente dell’approvvigionamento pubblico di elettricità viene cancellato da un chiassoso bazar, nel quale né i prezzi, né le condizioni possono venir messi a confronto in modo sensato. Di questo non abbiamo davvero bisogno. Le ragioni del No La votazione del prossimo 22 settembre sulla liberalizzazione del mercato elettrico (Lmee), ha creato due fronti contrapposti e ben decisi a far valere le proprie ragioni. Per il comitato contrario alla Lmee abbiamo sentito l’avvocato Sergio Salvioni. Avvocato Salvioni, che cosa intendete per “difesa del servizio pubblico” e perché questa legge, se approvata, lo metterà in pericolo? Per difesa del servizio pubblico intendiamo la garanzia per gli utenti di beneficiare di un approvvigionamento d’energia elettrica sicuro a delle condizioni tariffarie che corrispondono effettivamente al prezzo di mercato; inoltre di garantire i posti di lavoro attualmente occupati nel settore elettrico che verrebbero inevitabilmente ridotti se la Lmee dovesse essere accettata (ammesso dallo stesso Consigliere federale Leuenberger). La Lmee non garantisce nessuna di queste condizioni, perché non prevede misure intese a garantire la verità e la trasparenza dei costi, né prevede autorità competenti ad intervenire nel caso in cui i prezzi fossero eccessivi oppure fossero conclusi contratti che determinano aumenti artificiali, fuori mercato e infine che non sia rispettata la regolazione del mercato dell’energia. Se solo gli interessi dei produttori fossero determinanti, è chiaro che essi cercherebbero di vendere la maggior quantità di energia possibile, senza rispettare quelle riserve che possono garantire l’approvvigionamento. Anche se ciò è violentemente contestato da parte dei fautori della legge, situazioni alla Enron e alla California potrebbero verificarsi anche da noi, soprattutto per il fatto che gli elettrodotti interregionali sarebbero gestiti da una società privata senza un controllo efficace. Quali sono i pericoli per le economie domestiche e i grandi consumatori di energia elettrica se la Lmee entrerà in vigore? Per le economie domestiche il pericolo reale è che i prezzi saliranno con l’entrata in vigore della Lmee. Basti pensare che il costo dell’energia elettrica per l’utente è determinato all’incirca per 1/3 dal costo di produzione e per 2/3 dal costo di trasporto e di distribuzione. La creazione della Società anonima (Sa) che dovrebbe diventare proprietaria della rete intercantonale o interregionale di trasporto determina un aumento del costo di trasporto, perché il valore di acquisto delle linee non sarà quello iscritto a bilancio degli attuali proprietari, ma sarà un valore da determinare in base ad una formula complicata che determinerà comunque un aumento del valore di riscatto e, di conseguenza, un aumento del valore del costo del trasporto. D’altronde in tutte le nazioni che hanno la liberalizzazione si è assistito ad un aumento delle tariffe. I grandi consumatori di energia elettrica ne trarranno beneficio a scapito dei piccoli consumatori, nella misura in cui i produttori e distributori saranno disposti a far loro degli sconti. Già oggi, d’altronde, in Ticino l’Aet ha provveduto a concludere contratti con i grandi consumatori (due) e con i medi consumatori per ridurre le loro tariffe. L’entrata in vigore della Lmee non modificherà per loro questa situazione. Perché la liberalizzazione del mercato dell’energia dovrebbe portare alla privatizzazione “tout court” delle aziende elettriche pubbliche? La liberalizzazione del mercato dell’energia significa sottoporre l’energia alle leggi di mercato ed è quindi logico pensare che il passo successivo debba essere quello della privatizzazione delle aziende elettriche pubbliche. Purtroppo si tratta di una moda non fondata su argomenti validi e che nei paesi che ne hanno subito le conseguenze sta tramontando. Da noi i baroni dell’elettricità (le cosiddette sette sorelle) hanno approfittato di questa moda proveniente dall’estero per cercare di maggiorare e assicurare i loro profitti. Abbiamo assistito negli ultimi anni ad una serie di concentrazioni nel settore della produzione e si è costituito un vero e proprio oligopolio: anche in Svizzera l’Atel è stata comperata per il 20 per cento dalla Edf (Energie de France) e per un altro 20 per cento dalla Rwe e la Egl Laufenburg è stata recentemente comperata in toto dalla tedesca Enbw. La prossima “vittima” sarà la Bkw che dovrebbe essere acquistata anche da una società tedesca. Finora la fornitura di energia elettrica è stata assicurata dal sistema in vigore: per contro, nel sistema attuale mancano la trasparenza e la verità dei costi e la nuova legge non colma questa lacuna. Se la Lmee verrà approvata, l’ipotesi di trasformare in Sa l’Aet dovrà essere accantonata per sempre? Al contrario, se la Lmee fosse approvata, il prossimo passo che farebbe il Cantone con le attuali maggioranze sarebbe quello di porre in votazione in Gran consiglio il messaggio relativo alla trasformazione dell’Aet in Sa. È un ulteriore passo nello smantellamento del controllo pubblico di un bene primario come l’elettricità. (gene) Le ragioni del Sì L’ing. Paolo Rossi direttore dell’Azienda elettrica ticinese (Aet), ci ha spiegato le difficoltà della sua azienda nel quadro attuale e le opportunità legate all’applicazione della Lmee Che cosa è il servizio pubblico e perché la Lmee secondo lei, se approvata, lo rafforzerebbe? Partiamo dalla definizione di servizio pubblico. Esso si compone di due elementi: primo la garanzia ad ogni utente di venire allacciato alla rete di trasporto dell’energia e di avervi libero accesso ad una tariffa pubblica; secondo un controllo sulla sicurezza dell’approvvigionamento. La situazione attuale non garantisce questi due elementi. La rete di trasporto ad alta tensione (quella tra i Cantoni e con l’estero) è in mano a 7 società private, per quanto riguarda il Ticino Atel e Egl. Queste due società hanno un monopolio di fatto sul trasporto e non garantiscono un libero accesso ai produttori. L’Aet è stata dunque obbligata, per anni, a consegnare l’energia prodotta in eccesso (ad es. in estate quando si produce di più del consumo locale) a questi intermediari, i quali hanno goduto per anni del valore aggiunto generato dalle acque ticinesi! Solo dal 2000 Aet ha potuto negoziare un accordo bilaterale con l’Egl, migliorando la sua posizione, ma si tratta di una situazione di compromesso non tutelata dalla legge. La rete invece di assicurare il servizio pubblico è dunque uno strumento di commercio per pochi oligopolisti. Anche dal profilo della sicurezza dell’approvvigionamento non esistono garanzie. Negli ultimi 10 anni il potenziale di produzione in Svizzera è cresciuto molto poco confrontato ai consumi e non vi è alcun organismo statale con il compito di sorvegliare l’evoluzione e imporre, se del caso, nuovi investimenti. La Lmee contiene invece gli strumenti, sia per garantire l’accesso alla rete a tutti gli utenti a una tariffa pubblica e controllata, sia per sorvegliare l’evoluzione dell’offerta e intervenire se del caso. Cosa succederà se la Lmee non entrerà in vigore? Se la Lmee passa o non passa, il giorno dopo non cambierebbe nulla per l’utente, gli effetti si vedrebbero solamente a lungo termine. La legge esplicherebbe invece effetti immediati per i produttori indipendenti come l’Aet, in modo da rendere loro possibile l’accesso ai punti di scambio dell’energia e permettergli di siglare contratti d’approvvigionamento e commerciare le sovrapproduzioni senza dover sottostare all’oligopolista di zona. Per le economie domestiche il cambiamento sarebbe più graduale, come è accaduto per la telefonia e permetterebbe loro di scegliere liberamente il proprio fornitore senza perdere le sicurezze attuali. In questo modo il consumatore determina il prodotto che predilige (idraulico, solare, eolico), mandando dei segnali ai produttori per pianificare gli investimenti ed eliminare le inefficienze. L’esempio della British energy è emblematico. Puntando sull’energia prodotta dall’atomo ad alti costi è stata penalizzata dai consumatori e non è necessariamente un segnale negativo! Con la liberalizzazione non c’è il rischio che l’Aet vengano fagocitate dalle grandi imprese? Come detto tra produttori esiste già un libero mercato, anche se distorto dalle difficoltà d’accesso alla rete. In inverno circa il 70 per cento dell’energia gestita in rete in Ticino viene da questo mercato. Ci vogliono regole per impedire che la predominanza degli oligopolisti inibisca ogni iniziativa dei piccoli, costringendoli a capitolare. È quanto avviene oggi, perché se andiamo a vedere dietro le 1200 aziende svizzere ci accorgiamo che in realtà sono controllate da poche decine di gruppi. D’altronde se l’Aet è obbligata (per mancanza di accessi alla rete) a vendere una parte delle sue sovrapproduzioni e comprare i deficit dall’oligopolista di zona, ha un margine d’indipendenza reale o è solo un intermediario? Con una legge sul mercato sia come azienda, sia come cantone conquisteremmo un margine di autonomia maggiore. Senza Lmee l’ipotesi di trasformare in Sa l’Aet sarà ancora valida? A mio modo di vedere sì perché bisogna preservare l’autonomia e la crescita di quest’azienda. Lo scopo della trasformazione in Sa non è quello di fare della speculazione (già oggi su 200 milioni di fatturato realizziamo circa 50 milioni di utile, difficile fare di più!). In Ticino, abbiamo invece bisogno di raggrupparci (aziende di produzione e di distribuzione al dettaglio) tramite scambi azionari per diventare il gruppo delle aziende elettriche ticinesi e difendere meglio la nostra autonomia verso l’esterno. Sa non significa in ogni caso minore controllo. Il Parlamento che deterrebbe le nostre azioni, nominerà i revisori, ai quali potrebbe dare compiti di verifica più dettagliati degli attuali, una soluzione d’altronde già auspicata ora dal management di Aet. E il servizio pubblico in Ticino? L’Aet, spesso accusata di occuparsi solo di commercio fuori Cantone, intende sviluppare nei prossimi 5 anni investimenti per ca. 150 mio di franchi per adeguare la rete alle esigenze del 21° secolo garantendo così qualità e sicurezza nell'approvvigionamento ai ticinesi. (gene) Bellinzona, c’è chi dice Niet Trasformare le Aziende municipalizzate di Bellinzona (Amb) in Società anonima (Sa) significa intraprendere la strada verso la privatizzazione. Una strada più lunga e tortuosa di altre ma avente sempre la stessa meta. Ne è convinto il neocostituito «Comitato contro la privatizzazione delle aziende municipalizzate di Bellinzona» che sta raccogliendo le firme (fino a qualche giorno fa ne avevano raccolto un terzo di quelle necessarie) per il lancio del referendum. Approvato la scorsa settimana dal Consiglio comunale di Bellinzona, il processo di trasformazione delle Amb in Sa sta creando due fronti all’interno del Ps: da una parte coloro che l’appoggiano e dall’altra i contrari. Una situazione di spaccatura che verrà chiarita il 19 settembre prossimo quando l’Assemblea socialista si riunirà per decidere quali indicazioni di voto dare all’operazione. «E non è detto – ha dichiarato Stefano Testa (Ps), del Vpod nonché membro del neocostituito Comitato – che il Ps non sostenga il referendum. Ma questa è un’opinione del tutto personale». Compatti invece intorno al No si ritrovano il Sei di Bellinzona, il Movimento per il socialismo (Mps), la Vpod (che, seppur ufficiosamente, si sta mobilitando per la raccolta delle firme), la Uss Ticino e Moesa e, come detto, alcuni rappresentanti del Ps. La loro campagna pro referendum si è espressa anche nella distribuzione a tutti i fuochi di Bellinzona di un volantino esplicativo sulle ragioni del No alla trasformazione delle Amb in Sa. «Non ci meraviglia – ha detto Giuseppe Sergi, dell’Mps, nel corso della presentazione del Comitato di cui è membro – ritrovarci un anno dopo a raccogliere le firme: quel che sta succedendo all’Amb è una fotocopia (brutta) di ciò che rischiamo di subire a livello cantonale, ossia la vendita dell’Aet (Azienda elettrica ticinese). D’altronde le vere intenzioni traspaiono anche dalle parole del sindaco Agustoni che ha affermato che l’idea – seppur respinta – del Ppd di dare accesso ad una parte delle azioni ai privati non era di per sé malsana… » Insomma le Sa, per i referendisti, hanno per loro stessa natura i geni della privatizzazione. E poi , ribadiscono, è una questione di coerenza. «Non si possono avere due posizioni diverse – è intervenuto Werner Carobbio, in qualità di presidente dell’Uss Ticino e Moesa – riguardo l’Aet e l’Amb: la trasformazione in Sa adottata dal Municipio di Bellinzona riflette lo stesso processo per l’Azienda cantonale. Ai sostenitori dell’operazione noi obiettiamo che la garanzia che la Sa sarà completamente in mano pubblica (gli stessi argomenti utilizzati anche per l’Aet) non regge; si sa infatti che da un punto di vista giuridico la Sa non può avere altra logica prioritaria se non quella degli interessi privati. Inoltre, non è affatto rassicurante immettere negli statuti che qualsiasi vendita di azione deve essere prima ratificata dal Municipio… Altri esempi più importanti confermano i timori: la stessa Swisscom, che è pubblica per due terzi ha adottato una politica che mira più al profitto che al mantenimento del servizio pubblico: licenziamenti e concorrenza sfrenata. Infine, viene a cadere anche l’argomentazione secondo cui con l’operazione ci sarebbe un coinvolgimento dei comuni vicini. Sapendo di avere a disposizione un massimo del 40 per cento delle azioni, qual è quel comune che ha interesse ad appoggiare la trasformazione?». Nessuna battaglia ideologica, dunque, per i membri del Comitato. «Ci tacciano di ideologia – ribadisce Luca Buzzi dell’Associazione ticinese per il servizio civile – ma ideologi sono coloro che giustificano con argomentazioni mascherate la vera natura dell’operazione. Che insistono nel proporla nonostante la popolazione l’abbia già bocciata una volta e che si ostinano contro l’evidenza dei fatti. Insomma, la trasformazione in Sa delle Amb è un tentativo di far entrare dalla finestra ciò che non è entrato dalla porta». Per Matteo Pronzini del Sei di Bellinzona, il processo che investe l’Amb è uno dei tanti risvolti di un disegno sorretto dal profitto e che ha contemplato negli ultimi anni la chiusura di uffici postali. Anche le Officine Ffs di Bellinzona, ha ricordato, sono un esempio di Sa in mani pubbliche dove però si adottano le logiche della privatizzazione. «Siamo di fronte ad una delegittimazione – ha detto Pronzini – del voto popolare dello scorso anno. Ci chiedono fiducia ma non possiamo avere fiducia in queste istituzioni che si rivelano essere burattini nelle mani di chi meglio tira le fila: i sostenitori della privatizzazione». E fin qui alcune delle argomentazioni dei referendisti. Ora la parola passa ai cittadini che decideranno se promuovere o meno il referendum. «Ostentiamo un certo ottimismo – ha detto Sergi a nome del Comitato – ma invitiamo le cittadine e i cittadini ad essere presenti appoggiando il referendum». (Maria Pirisi)

Pubblicato

Venerdì 13 Settembre 2002

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