< Ritorna

Stampa

 

Litigare

di

Mauro Marconi
C'è quello che quando gli fai un'osservazione si imporpora. C'è quello che lui no, lui sbianca. C'è quello che quando si incazza si incazza e con un colpo di mano ti spazza la scrivania. C'è quello che con te non ti parla che sei uno stronzo. C'è quello che non capisce un cazzo ma è il capo. C'è quello che il capo lo manda a dare-in-da-via-il-culo, che così poi il capo chiama il sindacato a lamentarsi belle-cose-gli-insegnate-agli-operai.
A volte, il mondo del lavoro sa dimostrarsi particolarmente violento: in tutte le forme che la violenza può assumere. I conflitti sul posto di lavoro sono stati ampiamente studiati e la letteratura, scientifica e meno, prospera sul tema. Del resto, saper prevenire e gestire i conflitti, permette alle aziende di aumentare la produttività ed ai lavoratori di superare situazioni sgradevoli e/o pericolose.
Se una volta, non tanto tempo fa, parlare di conflitti nel mondo del lavoro equivaleva a parlare del rapporto tra padronato e lavoratori, oggi l'accento è messo soprattutto sul rapporto tra collaboratori: seguendo sia la linea verticale della gerarchia, sia quella orizzontale della collegialità. Superato il tempo dell'antagonismo capitale-lavoro? Nella percezione e nella comprensione di molte persone, o meglio sarebbe dire individui, sì.
Che cosa sarà, che ci fa litigare sul posto di lavoro? Anche i più vaccinati (quelli per cui il lavoro è un modo come un altro, e neanche il più piacevole, di guadagnarsi il pane) investono le loro risorse personali nel lavoro. Si litiga allora perché in disaccordo con gli obiettivi, i modi di lavorare, di stabilire le priorità, di risolvere i problemi, … Non è solo questione di capacità, di energie, di tempo ma anche di affetti, sentimenti, identità. Il proprio impiego rappresenta un luogo in cui si vive, nel bene e nel male, per lungo o breve tempo: ci si scontra quindi per antipatia e/o per simpatia, per farsi riconoscere, per difendere il proprio spazio, i propri valori, …
Volenti o nolenti ognuno di noi si è trovato a dover affrontare un conflitto, più o meno importante, sul posto di lavoro. Qualche volta ne siamo stati protagonisti, qualche altra ne siamo stati partecipi, qualche altra ancora lo abbiamo subito. Di solito, in queste situazioni, c'è chi preferisce entrare in competizione rilanciando il gioco; c'è chi preferisce evitare lo scontro, magari fino a negarne l'esistenza; c'è chi cerca il compromesso, tentando la via del famoso accordo win-win tanto in voga nei manuali di management; c'è chi cerca di trasformare la contesa in collaborazione, facendo leva più sui punti in comune che sulle divergenze; e c'è, per finire, chi si adatta, vivendo il conflitto con rassegnazione e cedendo di fronte alle posizioni altrui.
Ed io? Come vivo i conflitti in cui mi trovo coinvolto? Ultimamente, un'amica mi ha detto che me lo si legge in faccia quando non condivido un'azione o un'opinione altrui. Che posso farci, da piccolo avevo due appuntamenti fissi alla tv: i film di Stanlio e Ollio e le partite della nazionale sovietica di hockey su ghiaccio, allenata da Viktor Tikhonov. Stanlio e Ollio mi piacevano più di Tikhonov.

Pubblicato

Venerdì 25 Maggio 2007

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 65.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 18 Novembre 2022