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Limbo disoccupati

di

Fabia Bottani
Perdere il proprio lavoro non è la sola disgrazia professionale cui possiamo incombere. Un'altra è esaurire il diritto all'indennità di disoccupazione: rimedi a questo problema esistono ma non è comunque affatto facile sopravvivere. Cosa succede dunque alle persone che perdono questo diritto? Uno studio realizzato da due studenti della Supsi in collaborazione con la sezione del lavoro del dipartimento delle finanze ha permesso di ottenere una fotografia della situazione per il 2005 dopo lunghi anni di silenzio sul tema.

Il "termine quadro" è il periodo in cui una persona senza lavoro può, a determinate condizioni, beneficiare delle indennità di disoccupazione. Terminata questa fase, terminano anche le entrate finanziare: per sopravvivere si può ricorrere all'assisstenza sociale o sperare nell'aiuto di amici e famigliari. La soluzione migliore resta  ovviamente quella di trovare un nuovo impiego. Ma anche in questo caso, l'El dorado è per pochi.
Ma andiamo con ordine. Dallo studio (in cui sono state coinvolte 1898 persone, ossia quelle che nel 2005 hanno esaurito il diritto alle indennità di disoccupazione; di queste 689 hanno effettivamente risposto al questionario) emerge innanzitutto che soltanto il 38 per cento (224 persone) è riuscito a trovare una nuova occupazione, il 5 per cento dei quali (38 persone) tramite l'avvio di un'attività indipendente. Il 55,7 per cento lavora a tempo pieno mentre circa la metà esercita un'attività inerente alla sua formazione e alla sua professione: per il restante 33,2 per cento non resta altro da fare che "adattarsi" a quello che offre il mercato.
E sulle 224 persone attualmente attive, più della metà ha firmato un contratto di lavoro a durata determinata. Il dato non è incoraggiante. Ma non è il solo. Tra le persone che hanno trovato un lavoro ben 2 su tre, ossia il 64,8 per cento, dichiara di percepire uno stipendio inferiore a quello che intascava precedentemente: e per il 42, 2 per cento dei casi la differenza è di oltre il venti per cento in meno. Uno squilibrio importante che porta quasi l'80 per cento degli intervistati ad essere confrontati con una situazione di profonde ristrettezze economiche che permettono loro di coprire solo parzialmente o in modo del tutto insufficiente il fabbisogno mensile del proprio nucleo famigliare. Parlando in cifre, tra chi lavora, la fetta più grande degli intervistati (23,7 per cento) guadagna al netto tra 2 e 3 mila franchi massimo (compreso salario del coniuge, rendite, assistenza sociale…). Una percentuale che sale sino al 32,8 per cento tra le persone rimaste senza lavoro. Dato da considerare: il 21, 4 per cento delle persone attive, rispettivamente il 25,7 per cento dei senza lavoro, non ha voluto rispondere a questa domanda: il salario, tanto più se basso, resta un tabù sociale.
La fetta più grande dei partecipanti al sondaggio, come anticipato, è rimasta senza lavoro: stiamo parlando del 61,4 per cento, ossia 424 persone. Tra queste vi è chi è rimasto iscritto alla disoccupazione pur non beneficiando di nessuna indennità, chi si è rimesso a studiare sperando di ottenere un lavoro grazie a una formazione più specialistica, chi ha ricorso al capitale della cassa pensione, chi ha optato per il prepensionamento o ancora chi è iscritto all'Ai (5,5 per cento) o all'assistenza sociale (27,9 per cento). Appena il 3,3 per cento ha riacquistato il diritto a un'indennità di disoccupazione. La fetta più grossa, il 35,1 per cento degli intervistati, sbarca il lunario grazie all'aiuto di amici, parenti o del partner…
Quali sogni animano le notti di tutte queste persone?
Secondo lo studio, il 71,2 per cento di loro continua a cercare un nuovo impiego. E il dato è per lo meno incoraggiante perché dimostra la volontà che continua a vivere nei disoccupati. Il problema è che i senza lavoro sono in buona compagnia: anche chi un impiego lo ha nel frattempo trovato fantastica (in più della metà dei casi) di voler un futuro professionale diverso, migliore, più ricompensato. Come a dire che l'El dorado non risiede automaticamente nel firmare un contratto di lavoro...


Lavoro: non solo flessibilità

I dati emersi dalla ricerca fanno riflettere. Tra questi il basso livello dei salari percepiti. Il mercato del lavoro è così selettivo nei confronti dei disoccupati di lunga data? Lo abbiamo chiesto a Spartaco Greppi docente e ricercatore alla Supsi.
Per prima cosa occorre dire che si tratta di una ricerca limitata nel tempo senza altri dati di riferimento che permettano di realizzare un'analisi trasversale dei dati ottenuti. Fatta questa premessa si può affermare che sulle persone osservate dallo studio gravano diversi fattori di carattere congiunturale, di natura politica-economica ed internazionale: elementi che giocano a sfavore di tutte le persone che si affacciano sul mercato del lavoro. I disoccupati di lunga data, purtroppo, agli elementi congiunturali vedono aggiungersi il peso di possedere per lo più una formazione medio-bassa e questo già di per sé contribuisce a comprimere i salari. Rispetto al passato ora non esistono più quei margini che permettevano di riassorbire le persone con bassa formazione, con caratteristiche di "potenziali esclusi".
Altro dato interessante. Gli uffici di collocamento hanno contribuito a trovare un lavoro solo il 5 per cento degli intervistati. Gli altri ce l'hanno fatta da soli o con l'aiuto di amici e conoscenti. L'operato degli uffici di collocamento è da rivedere?
L'attuale stato sociale sta rivelando tutti i suoi limiti perché è stato ritagliato per un contesto socioeconomico di stabilità, in cui avere un lavoro stabile era la norma. Oggi non è più così. Gli uffici regionali di collocamento sono inseriti in questa sistema di sicurezza sociale attualmente in difficoltà. Il loro difetto, come qualsiasi di servizio sociale, è di ragionare per grandi categorie socio demografiche – questo per motivi di funzionamento – mentre la realtà della disoccupazione è composita. E così è difficile per ora trovare soluzioni ai senza lavoro, soluzioni che dovrebbero essere tagliate si misura. Ecco dunque che le persone interessate si muovono più facilmente autonomamente o, i più fortunati, beneficiando di reti famigliari e sociali che permettono loro di trovare soluzioni. Paradossalmente questo è un aspetto positivo: le persone si sanno attivare da sole. Per il futuro bisognerà comunque chiedere di più, chiedere una ristrutturazione dello stato sociale arrivando a non più ragionare per compartimenti stagni.
A fronte dei problemi emersi, il dipartimento di Marina Masoni ha avanzato soluzioni sottoforma di incentivi al lavoro. Una scelta giusta? Vi sarebbero altre vie?
Al di là delle soluzioni proposte, che possono essere benissimo percorribili, quello che dobbiamo tenere presente come premessa è il fatto che non si può tornare verso forme di lavoro che abbiamo alle spalle: non possiamo eliminare la flessibilità del lavoro, la globalizzazione. Giusto o sbagliato che sia. Una soluzione globale di riforma dello stato sociale deve dunque partire da questo vincolo cercando di assecondarlo ma, nel contempo, introducendo le dovute tutele e garanzie. Questo oggi manca: da qui lo scollamento: c'è molta flessibilità però nell'insicurezza. Dobbiamo invece raggiungere quella che nei paesi scandinavi si chiama "Flexycurity": massima flessibilità combinata a un massimo livello di tutela.


Pure gli altri arrancano...

Essere disoccupato non è un mestiere facile: accusato da molti di essere un buontempone, di essere la causa del proprio male e di non fare sufficienti o sufficientemente bene le proprie ricerche di lavoro è quasi nella norma. Due anni, sì, "senza capo ufficio" ma due anni in cui si incappa con la burocrazia degli uffici di collocamento, delle casse disoccupazioni, degli ipotetici datori di lavoro e delle leggi del mercato. Due anni in cui è meglio imparare in fretta la giurisprudenza e le regole dell'economia se non si vogliono perdere indennità o opportunità. E dopo due anni, se ancora non si è trovato un impiego ecco la fine delle indennità E allora che fare? Dalle statistiche c'è poco da sorridere. Chi, scaduto il termine quadro, non trova lavoro è una buona fetta di persone. E chi lo trova, non trova sempre un tesoro: mantenere se stessi e la propria famiglia diventa una corsa ad ostacoli. E forse anche peggio se si potesse avere i dati di tutti i disoccupati di lunga data. A rispondere al sondaggio sono infatti stati per lo più ticinesi «probabilmente perché gli stranieri hanno riscontrato difficoltà linguistiche nel rispondere al questionario» afferma Sergio Montorfani, capo della Sezione lavoro. È facile ipotizzare che se già il quadro presentato non è roseo per i cittadini ticinesi, meno roseo lo è per i cittadini stranieri che non hanno risposto al sondaggio per lacune linguistiche, lacune che hanno certamente la loro influenza nella ricerca di un posto di lavoro...
E nel resto della Svizzera come si vive la fine delle indennità di disoccupazione? Uno studio di Daniel Aeppli finanziato dal Fondo nazionale presenta una fotografia simile al Ticino, solo un poco più incoraggiante. Chi trova lavoro dopo aver esaurito le indennità, tra i confederati sale al 48 per cento (in Ticino: 38 per cento). E tra chi non ce la fa ad arrivare a fine mese un buon 45 per cento può contare sull'auto del proprio compagno (35 per cento in Ticino). Il 27.9 per cento si affida all'assistenza. Anche in Svizzera, dunque, si arranca, ma un po' meno...

Pubblicato

Venerdì 22 Dicembre 2006

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