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Lidl, il discount dei soprusi

di

Maria Pirisi
Sfruttamento selvaggio, nessun diritto rispettato, mobbing e licenziamento per i più ostinati in odor di azioni sindacali. Questo è l’humus su cui prospera una delle maggiori multinazionali del discount, la tedesca Lidl (si vedano area n. 20-21 del 14 maggio e n. 27 del 2 luglio 2004: www.area7.ch) che ha fatto la sua fortuna aprendo in tutta Europa grossolani supermercati allestiti in periferici capannoni industriali. Qui accorre a frotte una clientela povera, a cui la Lidl offre tutta una serie di articoli a prezzi stracciati che non sono nient’altro che rimanenze di magazzino di grandi distributori e produttori, acquistati in grandi stock. Dopo aver messo radici anche in Italia (dove ci sono circa 300 punti vendita) il colosso tedesco ora punta - insieme all’Aldi, altra multinazionale della distribuzione (e sua diretta concorrente) - alla conquista della Svizzera minacciando le roccaforti elvetiche della distribuzione Coop e Migros. Nei prossimi cinque anni, la Lidl ha in progetto di aprire un’ottantina di filiali (vedasi box). Qui raccontiamo la storia di Felicita Magone, addetta alla vendita alla Lidl di Albenga e delegata sindacale della Filcams Cgil, riuscita insieme alle sue colleghe ad opporsi negli anni ai continui soprusi subiti in azienda e ad ottenere giustizia presso il Tribunale di Savona, che nel giugno 2003 ha condannato la Lidl Italia per comportamento antisindacale. Una storia emblematica, un anticipo di un jurassic park lavorativo che si va incubando anche in Svizzera. Una laurea in filosofia in tasca e poche prospettive di lavoro all’orizzonte. Felicita Magone nel 1992, un figlio di tre anni da allevare, decide di bussare alle porte del grande colosso Lidl Italia S.r.l. che nel febbraio del 1993 avrebbe aperto i battenti ad Albenga, la sua città. Prima di presentarsi al colloquio di assunzione, aveva dovuto memorizzare un interminabile elenco di codici a tre cifre, conditio sine qua non per sperare di potersi assicurare un impiego presso la filiale. Viene assunta come prima come “cassiera gondoliera” e in seguito come “ausiliaria alla vendita” – ruolo che ricopre tuttora. Da allora sono passati ormai 12 anni, un lungo lasso di tempo in cui ha vissuto in prima persona cosa significhi lavorare in un posto dove le condizioni dei lavoratori sono allo stadio pre-sindacale. Un impatto traumatizzante «L’impatto è stato fin da subito traumatizzante, il clima era da – non esagero – campo di concentramento. Per il periodo di addestramento mi mandarono per sette settimane a centinaia di chilometri di distanza, a Reggio Emilia dove lavoravo per tre-quattro giorni la settimana dalle 7 del mattino alle 8-8.30 di sera, spesso senza neanche quasi avere il tempo di buttare giù un boccone tranquillamente. Le persone venivano continuamente redarguite, il ritmo di lavoro era pazzesco. Dovevamo aprire i cartoni delle confezioni strappandoli a mani nude, così che dopo pochi giorni ce le ritrovavamo gonfie come panettoni. Tutto era spartano, risparmiavano all’osso sulla nostra pelle». Le più elementari norme di sicurezza, imposte dalla legge, erano bellamente ignorate. Resistere in un tale ambiente per Felicita era davvero difficile ma lei strinse i denti. «Dovevo farlo, con un bambino piccolo da allevare e nessun altro lavoro part-time all’orizzonte. Ebbi però la fortuna di legare con altre tre impiegate, cosa che mi aiutò a tirare avanti. Quando poi aprirono la filiale Lidl ad Albenga, la prima delle trecento presenti in Italia, potei finalmente tornare a casa». Cambio di sede, stesso clima di lavoro. «Nelle assunzioni c’era stata una sorta di “selezione naturale”: solo chi aveva la capacità di immagazzinare a memoria 250 codici di tre cifre ciascuno poteva sperare in un “arruolamento”. A due settimane dall’assunzione, bisognava averne digerito ben 500 dato che i prodotti non erano né prezzati, né dotati di alcun codice a barra. Ci costringevano ad arrampicarci su gabbie metalliche alte due metri e mezzo, chiamate “roll” dove dovevamo saltare per pressare i cartoni. Col tempo queste armature di ferro si logoravano e i fili metallici sottili finivano, ogni tanto, col provocare ferite a diverse fra noi. Soltanto negli ultimi tempi, la Lidl, sollecitata dal sindacato e con l’intervento della Asl (unità sanitaria locale), ha acconsentito alla ristrutturazione dei locali. Tutto attualmente è stipato in un unico spazio: magazzino, servizi igienici, armadietti, nessuno spogliatoio». Lo stipendio è nella media, sui 1’200 euro al mese ma bisogna dividerlo per due visto che la stragrande maggioranza delle lavoratrici è assunta a tempo parziale. «Considerato che da noi è praticamente impossibile avere un aumento di orario nel corso degli anni e che con gli orari non fissi è quali impossibile trovare un secondo lavoro, a noi lavoratrici Lidl vengono praticamente tarpate le ali». Numeri da incubo Con l’entrata in servizio ad Albenga l’incubo continua, con tonalità ancora più fosche di prima. «Stare in cassa era una specie di tortura. Dovevamo servire – e dobbiamo ancora – i clienti a ritmi vertiginosi, con una media di 240 clienti in 4 ore e sempre ricordando per ogni prodotto un codice a tre cifre. Se qualcuno riusciva ad adeguarsi, alzavano l’asticella chiedendo di servirne circa 270. Quei numeri popolavano tetramente anche le nostre notti. Un’ex collega che ha lasciato quel lavoro da tempo mi dice che se li sogna ancora quei codici. Senza contare poi che per un certo periodo ci avevano anche tolto le sedie. Volevano aumentare il nostro rendimento ma alle nostre proteste, ci hanno risposto che le avevano tolte per darcene delle altre. Ora qualcosa è cambiato, dopo le nostre battaglie. Possiamo finalmente contare su una programmazione almeno quindicinale dell’orario di lavoro (prima potevamo anche essere chiamate la mattina o mandate a casa perché non c’era, a loro dire, abbastanza lavoro), possiamo avere diritto alle ferie d’estate ed è scomparso il mobbing». E quando le cassiere facevano notare che quei ritmi da emergenza, vertiginosi, penalizzavano anche gli stessi clienti, soprattutto anziani, i responsabili avevano pronta la soluzione, a dir poco cinica. «Ci dicevano “se non ce la fanno ad imbustare in fretta, buttate la loro spesa per terra”.» Facendosi forte della propria concorrenzialità, la Lidl scavalca a pié pari anche i minimi diritti delle lavoratrici costrette a fare di tutto: dalla pulizia delle toilette ai lavori di facchinaggio. «Quando siamo passati dalla direzione di Milano a quella di Bologna, la pressione si è fatta più forte. Constatato che la produttività non raggiungeva i livelli che si erano prefissi, hanno cominciato a vessarci col mobbing, hanno tentato di dividerci facendo concessioni ad alcuni e negandole ad altri. Oppure tentavano di disorientarci dandoci indicazioni contraddittorie su come fare un lavoro. Per nostra fortuna nel gruppo di impiegate c’era un buon rapporto e il vedere dei colleghi subire dei soprusi non lasciava indifferenti». Le impiegate alzano la testa Anche se la filiale conta appena tredici impiegate, poco alla volta queste si coalizzano e nel giugno del 1999 Felicita Magone compie il passo decisivo: s’iscrive alla Camera del lavoro e firma la sua delega alla Cgil. «Sapevo di rischiare grosso ma ero ormai stufa di continuare a subire e di vedere subire anche le mie colleghe. Così è cominciato un lavoro di “fine tessitura”, di pazienza, per cercare di cambiare condizioni lavorative inaccettabili». Al Albenga, col tempo, molte colleghe si uniscono a Felicita. «Alla Lidl la gerarchia è ferrea e i vari gradini sono blindati, il tuo direttore è una sorta d’imperatore oltre il quale non puoi andare. È un modo efficace per far sì che qualsiasi voce dissenziente venga zittita al suo insorgere. Per evitare questo blocco, noi abbiamo spedito lettere raccomandate e fax alla direzione dell’azienda perché venissero a conoscenza di quanto stava accadendo al suo interno. Intendiamoci, non perché non lo sapessero ma perché almeno non potessero nascondersi dietro il paravento di una loro presunta ignoranza». Ma i colossi non sopportano i morsi delle formiche. E nella primavera del 2003, durante una riunione di lavoro, Felicita Magone viene attaccata duramente dal caposettore che la accusa di non attenersi alle direttive aziendali in materia di sicurezza e di diffondere informazioni non corrette. Non solo, lo stesso pretende in quel momento di essere informato sull’adesione delle lavoratrici ad un’azione del sindacato e in modo, più o meno diretto, invita i presenti ad isolare la delegata sindacale. «Mi sono trovata spiazzata. Di solito, anche se sono io quella che interviene spesso, c’è sempre qualcun'altra che aggiunge qualche parola: quella volta invece nessuna fiatò. Ero amareggiata di fronte a tanto accanimento del direttore e al silenzio delle mie colleghe che però dopo capirono e mi diedero la loro solidarietà». Ad Albenga, la Filcams Cigl impugna l’arma della denuncia e porta la Lidl in tribunale per il tentativo d’intimidazione ai danni di Felicita Magone e di tutto il personale. Durante la vertenza vengono a galla i soprusi perpetrati dall’azienda e la Lidl Italia viene condannata, nel giugno del 2003, dal Tribunale di Savona che, tra l’altro, «dichiara l’antisindacalità del denunziato comportamento della società resistente». «La sentenza è stata un segnale forte – commenta Felicita Magone – e ha spaventato non poco la direzione della Lidl, cosicché il clima è tornato ad essere vivibile. Ma il loro malumore continua a manifestarsi per vie traverse. Da noi, ad esempio, sfoderano l’arma degli inventari: vanno male se non c’è sintonia fra direzione e dipendenti e vanno bene nei momenti di “tranquillità”». Albenga, una mosca bianca Albenga, con la sentenza a favore del personale della Lidl e della Filcams Cgil, appare comunque come una mosca bianca nella fitta costellazione delle filiali dell’azienda. «Di situazioni critiche la storia della Lidl è piena ma è difficile farle venire a galla. So che a Biella sono addirittura venuti alle mani. Il problema è che anche a livello di mezzi di comunicazione nessuno si schiera apertamente, fatte le dovute eccezioni. Se qualcuno osa criticare, loro chiudono i rubinetti delle inserzioni pubblicitarie. La punizione inferta dalla Aldi, la scorsa primavera, alla “Süddeutsche Zeitung” (giornale di Monaco di Baviera) che ne ha denunciato le vergognose condizioni di lavoro, è un monito implicito a chi tenta di rompere il giogo ferreo di questi colossi della vendita al dettaglio. Un giogo che noi ad Albenga stiamo cercando di incrinare. Foss’anche a colpi di piuma». I giganti del discount tedesco Aldi e Lidl non vogliono perdere tempo nella loro marcia sulla Svizzera. Aldi per i primi 60 supermercati nel nostro paese ha stanziato 150 milioni di franchi, Lidl vuole aprirne fra i 60 e gli 80 entro 5 anni. Aldi sta già costruendo il suo centro amministrativo (sul cantiere si è appena avuto un caso di dumping salariale, cfr. area n. 38 del 17 settembre 2004) e ha ottenuto la prima licenza edilizia per un negozio a Weinfelden, nel canton Turgovia. Nello stesso cantone sono a buon punto la procedure per un negozio ad Amriswil e per un altro a Romanshorn, così come quelle ad Altenrhein (San Gallo) e a Gebenstorf (Argovia). Qualche problema in più c’è invece a Pfäffikon (Zurigo). Non è un caso che Aldi tenda ad insediarsi soprattutto nella Svizzera nord-orientale: qui può già contare su una clientela affezionata perché la popolazione spesso varca la frontiera per fare acquisti al ribasso in Germania. Più difficili sembrano i primi passi di Lidl in Svizzera, anche se la catena discount non dà informazioni al riguardo. Lidl tende a imporre il suo modello senza volerlo adattare alle specificità svizzere, ciò che rende più difficili le trattative con le autorità locali e con la popolazione: ad Arbon (Turgovia) si sta costituendo un’ampia opposizione, mentre ad Emmen (Lucerna) sono state le stesse autorità comunali a non volerne sapere da principio di un negozio Lidl. A complicare le cose ad Aldi e Lidl sono le norme pianificatorie. I due giganti tedeschi del discount cercano in primo luogo dei capannoni industriali fra i 700 e i 900 metri quadrati il cui costo al metro cubo sia ridottissimo: ed è il cambiamento di destinazione da magazzino a supermercato che spesso crea problemi. Un altro problema è il traffico. Le filiali di questi discount dovrebbero disporre di 130 a 150 posteggi: calcolando che un posteggio di un supermercato viene occupato circa 9 volte al giorno, ecco che nel quartiere interessato si genera un traffico supplementare di circa 2 mila 700 veicoli, su strade spesso inadeguate. Gli ambientalisti sono preoccupati perché, dato che i posteggi sono meno di 300, non è necessario che la licenza edilizia sia accompagnata da un esame d’impatto ambientale. I Verdi argoviesi per primi, di fronte all’ipotesi di una ventina di nuovi supermercati Aldi, Lidl e Denner nel loro cantone, chiedono quindi al governo di elaborare delle regole per impianti ad alta frequenza di pubblico che non raggiungono il valore-limite di 300 posteggi. (Gianfranco Helbling)

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Venerdì 24 Settembre 2004

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