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Licenziamenti annunciati: intervista a Christian Marazzi

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Generoso Chiaradonna
Per rimanere alle notizie dal fronte delle imprese multinazionali svizzere, l’inizio estate è stato contrassegnato da eventi, alcuni eclatanti, di mega tagli occupazionali da effettuarsi da qui alla fine dell’anno. In luglio v’è stato l’annuncio da parte del gruppo multinazionale svizzero-svedese Asea Brown Boveri (Abb), della soppressione di 12’000 posti di lavoro nel mondo. Nulla si sa della sorte degli otre 8’000 lavoratori impiegati in Svizzera o a chi di questi toccherà di lasciare il posto di lavoro nei prossimi 18 mesi. La filiale svizzera di Cortaillod (Ne) dell’americana Silicon Graphics, ha annunciato la chiusura dello stabilimento e il relativo licenziamento di 300 persone. Il gruppo chimico basilese Clariant, in agosto, ha dichiarato di voler sopprimere ulteriori 1’000 posti di lavoro in aggiunta agli 8’000 annunciati in marzo di quest’anno riguardanti gli stabilimenti tedeschi. Tutto ciò è il segnale che l’economia mondiale, e quindi anche quella svizzera, stanno entrando se non in un periodo conclamato di recessione, cioè la diminuzione del reddito prodotto, in un periodo sicuramente di crisi. Per inquadrare la situazione e avere chiarimenti su quanto sta avvenendo, abbiamo rivolto qualche domanda al riguardo a Christian Marazzi, economista e ricercatore presso la Supsi. Prof. Marazzi, da dove trae origine la crisi economica che si sta profilando all’orizzonte? L’economia svizzera non è ancora entrata in una fase recessiva. Si trova, tuttavia, in una fase pre crisi che ha sicuramente tratto origine dal declino della new economy (settore tecnologico e delle telecomunicazioni) americana. Che iniziata nel marzo dello scorso anno con il crollo graduale dei mercati finanziari ad essa legati (Nasdaq), si sta catapultando sul piano globale colpendo dapprima la Germania e poi tutte le altre economie europee. Se oltre alle economie europee si aggiungono i paesi latino americani e quelli asiatici, si ha la visione globale di questa crisi. Tutti in pratica stanno subendo i contraccolpi negativi della new economy. In futuro tali contraccolpi colpiranno quindi anche la Svizzera? Molto probabilmente sì. D’altro canto se si tiene presente che la Germania, locomotiva della crescita europea, contribuisce per circa il 30 per cento al prodotto europeo è facile prevedere le ripercussioni negative che potranno avere le esportazioni svizzere verso i paesi dell’area Euro, se tale locomotiva frena. Finora, in Europa, la crisi è stata covata, senza che uscisse allo scoperto in maniera virulenta, grazie al dollaro forte che ha attirato oltre i capitali anche beni e servizi dal resto del mondo. Ciò è stato di beneficio e ha contribuito alla crescita delle esportazioni dei paesi europei, Svizzera compresa. Venendo a mancare questo volano, anche l’economia svizzera, inevitabilmente, frenerà. Quali sono le ricette per curare questa crisi? In un primo momento si pensava che la crisi americana dovesse durare pochi mesi, ora si incomincia a parlare di anni. Ciò potrebbe portare da una situazione di dollaro forte a una di Euro rivalutato. Questo potrebbe attenuare gli effetti della crisi americana sull’economia europea. La Banca centrale europea (Bce) sarebbe portata ad abbassare i tassi d’interesse che in una situazione di Euro rivalutato, eviterebbe il pericolo d’inflazione. La Banca nazionale svizzera (Bns) non ha molto margine in quanto vi sono tassi già molto bassi. Non solo ricette monetariste Praticamente, per risolvere questa crisi, bastano politiche monetarie espansive? Non proprio. Il problema non è solo di una regolazione della massa monetaria o dei tassi di cambio, ma di una crisi di quello che è stato finora l’equilibrio globale che ha permesso alla new economy di svilupparsi negli ultimi 7 anni. Tale equilibrio si basava sul decollo, anche in Europa, dei mercati finanziari legati alle imprese operanti nel settore tecnologico. Cosa che non è successa. Sul piano europeo (e svizzero) si rendono irripetibili le condizioni che si sono create in ambito americano. In pratica stanno andando in fumo le ipotesi liberiste di questo sviluppo. Basta ricordare le ipotesi di revisione del patto di stabilità per l’Euro avanzate in questi giorni dalla Germania. La stessa che è stata all’origine delle politiche di rigore di bilancio che hanno caratterizzato i paesi dell’Unione europea in questi ultimi 10 anni, chiede ora di poter attuare politiche di spesa sociale per far fronte alla nuova ondata di disoccupazione, in contraddizione al rigore di bilancio finora perseguito. Cosa era successo una decina d’anni fa? Le autorità monetarie e politiche tedesche, nel 1993, avevano fatto questo tipo di ragionamento: vi impongo, a voi paesi aderenti al progetto di moneta unica europea, politiche di riduzione dei deficit delle pubbliche amministrazioni europee per ripagarmi, in un certo senso, della perdita del Marco tedesco quale moneta pivot dell’area europea a favore della nuova moneta. Oggi, paradossalmente, è la principale vittima che più sta subendo gli effetti negativi di quella sorta di contratto sul piano globale. In Svizzera come si reagisce alla crisi? Dal punto di vista delle imprese, si fa quello che si fa dappertutto: si licenzia. Anche se questi annunci di ristrutturazioni vengono attenuati da rassicuranti comunicati, come nel caso della Abb, Clariant e Ciba, che tali tagli toccheranno solo marginalmente posti di lavoro in Svizzera. La verità è che le imprese multinazionali tagliano ovunque e in modo lineare. Magari incominciano in un paese piuttosto che in un altro, ma alla fine ci saranno ripercussioni anche nel paese della casa madre. Le multinazionale sono molto reattive dal punto di vista meccanicistico. Reagiscono in modo immediato ad un qualsiasi accenno di peggioramento della situazione economica, licenziando. Io, personalmente, credo che questo sia solo l’inizio di licenziamenti di più vaste dimensioni. Purtroppo. Nonostante questi segnali, evidenti, di un’inversione di tendenza del tasso di crescita dell’economia svizzera, la Bns per bocca del suo presidente Jean-Pierre Roth, ha confermato il trend di crescita, previsti dagli analisti, nella misura del 2-2,5 per cento. Non le sembra in contraddizione con quanto sta succedendo? Credo che verranno rivisti, entro breve, al ribasso per le stesse ragioni che esponevo prima. Basta tener presente l’ampiezza e l’importanza del mercato tedesco per l’economia svizzera, soprattutto in termini di esportazioni. Ed è questo che ha effetti immediati sull’occupazione. In vista delle rivendicazioni sindacali di questo autunno in vari settori e alla luce delle nuove prospettive economiche cosa si sente di consigliare? Penso che in una fase, che per quanto mi riguarda, segnala una crisi irreversibile delle politiche liberiste in Europa, nei prossimi mesi bisogna rilanciare il discorso sulla spesa sociale e dire basta ai tagli alle imposte. Si deve ripensare lo stato sociale. Uno stato sociale che regga dal punto di vista delle uscite e non ceda dal punto di vista delle entrate. Bloccare questa ondata di tagli scellerati alle imposte che favoriscono solo i redditi elevati. Su questo bisogna condurre una battaglia e in questo siamo aiutati dal ripensamento di uno dei principali paesi europei che è la Germania. Noi, in questo momento siamo ancora frastornati da anni di euforia e bombardamento massmediatico dei primati della finanza e perduto l’attenzione di quello che poi sono gli effetti negativi. Bisogna sempre tenere presente quello che è successo negli Usa e cercare di evitarlo. Nel giro di un anno, in America, si è passati da un periodo di super crescita e di successi in ambito tecnologico che si fa fatica a credere che la Sylicon Valley somiglia sempre più a quartieri degradati delle periferie delle grandi città. Cerchiamo di non ripetere l’errore.

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2001

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