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Liberté, égalité

di

Giuseppe Dunghi
Frontaliero, 63 anni. Dopo essere stato per vent'anni gerente di un negozio di prodotti per l'agricoltura, ha ricevuto la lettera di licenziamento. Si permette di far presente all'amministratore che contava proprio sullo stipendio degli ultimi due anni di lavoro per ristrutturare l'appartamento del figlio. Secca la risposta: «Non è un problema nostro».
Vista la sua età, ha vissuto in pieno l'epoca della caduta del muro di Berlino. In quel 1989, alla notizia della fiumana di persone che si riversavano a ovest in cerca del benessere lungamente sospirato, si sarà detto: «È giusto avere la libertà di spostarsi in cerca di un salario più alto. Anch'io entrando ogni giorno in Ticino ricevo uno stipendio doppio rispetto a quello che percepirei in Italia». Ma equivalente alla metà di quello medio svizzero, perché l'impiego di personale frontaliero permette di mantenere bassi i salari in Ticino. «Non è un problema mio», avrà pensato.
Ora purtroppo avrà tempo di riflettere che la libertà del 1989 non era quella che lui immaginava, ma la libertà dei padroni di abbassare gli stipendi spostandosi nei luoghi in cui la manodopera costa meno o mettendo in concorrenza i lavoratori fra di loro. Infatti al suo posto è stato assunto un giovane che alla ditta costa 2 mila franchi in meno.
Accade talvolta, per sbadataggine, di buttare via il bambino insieme con l'acqua del bagno. Altre volte invece, intenzionalmente, si getta via il bambino con il pretesto di eliminare l'acqua sporca. Eliminare il contenitore per disfarsi del contenuto. Nei paesi dell'est era stata realizzata, più o meno, l'uguaglianza. All'ovest si godeva, più o meno, della libertà. Si sarebbe potuta realizzare l'utopia della Rivoluzione francese di unire l'uguaglianza alla libertà. Ma l'obiettivo di chi comanda il mondo non era questo: bisognava al contrario scindere quel fastidioso binomio. Perciò chiudere in fretta l'esperienza del socialismo "reale" per poter escludere una volta per tutte dal discorso il concetto di uguaglianza.
Rimaneva la libertà. Lì il lavoro è stato più raffinato. Dapprima si sono presentati come sinonimi il liberalismo e il liberismo, che in realtà sono due ordinamenti sociali opposti, poiché il primo si fonda sulla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, e invece l'ideologia neoliberista, cioè il darwinismo applicato alla società, afferma che l'economia non può essere sottoposta a vincoli di tipo morale. Successivamente sono stati definiti "problematici" i movimenti che stanno all'origine del liberalismo, il giacobinismo e il radicalismo, e li si è proclamati inconciliabili con la democrazia, mentre storicamente ne sono il fondamento. La libertà non sarebbe più quella di poter realizzare un ordine sociale diverso, ma di scegliere ogni quattro o cinque anni coloro che amministrano l'ordine esistente. Via dunque il pensiero liberale, per rendere inconsistente anche il primo termine del binomio.
Dobbiamo aspettarci allora, di fronte a delocalizzazioni selvagge, chiusure di aziende e licenziamenti in massa, di sentirci dire: «Se siete stati così ingenui da credere che la libertà di impresa coincidesse con la libertà, beh, questo è un problema vostro».

Pubblicato

Venerdì 27 Agosto 2010

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