Alcuni segnali insistenti mi portano a credere che il problema della libertà individuale tornerà ad essere centrale nel confronto politico di questo inizio di millennio al punto da poter sostituire, come spartiacque, la lotta di classe. Da una parte infatti sta aumentando l'aggressività di chi concepisce la libertà come un valore da contrapporre al valore di uguaglianza, dall'altra sta crescendo la consapevolezza di chi ritiene che la libertà sia un concetto vuoto se è disgiunta dalla ricerca dell'uguaglianza intesa come equilibrata ripartizione delle opportunità.
A livello planetario hanno già evidenziato profonde divisioni politiche le polemiche relative all'uso illegale della forza per combattere il terrorismo (il terrorismo di Stato contro il terrorismo clandestino), oppure concetti come quello di "guerra di civiltà" per sdoganare una prima divisione planetaria tra chi, per la nostra "civiltà", ha diritto alla libertà e chi non ce l'ha. Una prima divisione cui fatalmente ne seguirebbero altre, interne.
A livello locale voglio segnalare alcuni piccoli esempi, ma a mio parere significativi, del fossato che si sta delineando tra le due tendenze indicate sopra.
Il Comitato che in Ticino si opponeva al divieto di fumare nei ristoranti e nei bar si era autodefinito "Comitato basta divieti e più libertà".
In occasione del recente convegno sui problemi di dipendenza dalla droga che si è svolto al Monte Verità la professoressa di filosofia e storia della cultura Ursula Pia Jauch ha scioccato il pubblico presente attaccando l'interventismo dello Stato nei problemi di salute pubblica accusandolo di limitare la libertà individuale. La filosofa ha comunque tenuto a precisare di non essere una "neo-con".
Sul Corriere della Sera di sabato scorso Piero Ostellino in un articolo dal titolo significativo "Poveri e ricchi in auto tutti a 130 all'ora come nell'Antico Regime" si scagliava contro l'intenzione del nuovo ministro dei trasporti Alessandro Bianchi di ridurre i limiti di velocità massima in autostrada mentre il «liberale Lunardi, rispettoso dell'autonomia individuale», pensava di elevarla a 150 chilometri all'ora. «Il mondo è cambiato, ma la cultura di chi ci governa – concludeva Ostellino – è ferma al fasullo egualitarismo».
Colpito dall'esplosione di una tendenza che porterebbe a contraddire la maggior parte dei progressi degli ultimi decenni in tema di estensione delle occasioni di libertà a tutti grazie alla promozione di istruzione, salute pubblica, qualità dell'ambiente, socialità, occupazione, ecc. da parte dello Stato, ho pensato di scrivere un articolo copiando il titolo dal famoso verso dantesco. Con mia sorpresa il giorno successivo, navigando su Internet, ho trovato lo stesso titolo in un articolo apparso sulla Stampa di Torino del 21 giugno scorso a firma Massimo Granellini, dove tra l'altro si afferma: «A furia di condannare come intrusivo ogni intervento dello Stato sui comportamenti individuali, abbiamo costruito una società in cui nessuno crede più a niente, tanto meno allo Stato, e dove tutti sono liberi di essere infelici». Lunedì scorso poi avevo il piacere di leggere su Repubblica un bellissimo (a mio parere) articolo di Giuliano Amato su libertà e uguaglianza dove espone con passione e raziocinio le ragioni di perché «l'aspirazione all'uguaglianza era geneticamente collegata alla libertà, esprimeva il sacrosanto desiderio dei tanti di avere quel bene – la libertà – di cui soltanto i pochi avevano goduto in precedenza».
Perché è questo sotto sotto il desiderio di molti neoliberali o neoconservatori: che a poter andare a 150 all'ora (come auspicava il ministro Lunardi) siano solo i ricchi e i potenti. Gli altri vadano piano, perdio, possibilmente a piedi, così non intralciano il traffico degli uomini liberi.

Pubblicato il 

01.09.06

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