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Libero, flessibile e debole

di

Mauro Marconi
Tra due settimane a Lugano si terrà una conferenza, a mio modesto parere, interessante. Diversi relatori interverranno sul tema “Forme del lavoro e qualità della vita in Ticino”. Nella presentazione della conferenza viene proposta un’analisi della situazione attuale del mercato del lavoro in Ticino, caratterizzata da, leggiamo, «flessibilità, ma anche insicurezza. (…) la società [è] caratterizzata da crescente rischio e da individualizzazione del lavoro, frammentazione temporanea e contrattuale della condizione lavorativa e moltiplicazione dei progetti di vita e dei percorsi formativi». Si tratta di concetti chiari che si inseriscono in un percorso di riflessione già avviato da altri studiosi in Europa: vi vengono evocate le idee di generalizzazione del precariato, e/o di destabilizzazione dei posti sicuri. Si tratta di processi trasversali che possono colpire in modo imprevedibile chiunque, indipendentemente dalla sua posizione sociale. La presentazione della conferenza accenna pure al ruolo dello stato sociale in questo nuovo contesto: «tradurre in positivo – in autonomia e libertà individuale – la flessibilizzazione del mercato del lavoro implicita nella società del rischio». Questo dovrebbe avvenire sostenendo «coloro che sono esclusi dalle prestazioni sociali a causa del loro statuto lavorativo» e promuovendo «una politica sociale attenta e focalizzata sulle fasce più deboli della popolazione con l’obiettivo di investire risorse umane e finanziarie in progetti di cooperazione locale e nella costruzione di una maggiore coesione sociale». È inopportuno esprimersi su un’idea, un orientamento, partendo dalla semplice presentazione di una conferenza. Non solo è inopportuno ma forse anche avventato e quindi sconsigliabile. Ma la stridente contraddizione dei termini mi spinge a fare qualche qualche riflessione. Già, perché di contraddizioni ce ne sono almeno due, se accettiamo l’analisi del mercato del lavoro proposta. Prima incompatibilità, l’illusione di tradurre in autonomia e libertà la flessibilizzazione del mercato del lavoro: si può essere liberi ed autonomi quando si è costretti ad essere flessibili? Al di là delle controversie (la flessibilità è necessaria, la flessibilità favorisce l’individuo, dicono i datori di lavoro; la flessibilità è precariato, è l’anticamera della povertà, replicano i sindacati) resta un fatto: la flessibilità è un’imposizione. E questa suona così: se vuoi lavorare, le condizioni sono queste. Ammesso e non concesso che si possa essere liberi ed autonomi in un contesto di flessibilizzazione del mercato del lavoro, si tratta pur sempre di una libertà condizionata. Seconda incompatibilità, parlare di società del rischio ed invocare una politica sociale focalizzata sulle fasce più deboli della popolazione: si può ancora parlare di fasce deboli in una situazione di rischio generalizzato? È vero, per quanto generalizzato, il rischio non colpisce tutti gli individui allo stesso modo. Usiamo un esempio per intenderci: vivere nella nostra società è un po’ come circolare in automobile. Tutti possono avere un incidente, ma non tutti i veicoli hanno gli stessi dispositivi di sicurezza e non tutti gli automobilisti hanno la stessa copertura assicurativa. Allora il problema diventa: dobbiamo fare in modo che ognuno possa rafforzare la propria automobile e la propria assicurazione, o piuttosto regolare diversamente la circolazione stradale? Lungi da me l’idea di sparare gratuitamente sulla conferenza di Lugano. Per quanto critiche possano sembrare le mie riflessioni, esse racchiudono un invito: partecipare, chi ne ha la possibilità, alla giornata (per maggiori informazioni: www.ti.ch/salute).

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Venerdì 4 Ottobre 2002

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