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Liberista e gentiluomo

di

Claudio Carrer
Siede in Consiglio nazionale dal 1999, ma nel paese, più che per l'attività politica, è conosciuto per essere «un imprenditore di successo», «un datore di lavoro responsabile e leale nei confronti dei suoi dipendenti e dei partner sociali», oltre che «una persona affabile e cortese». Per tutti questi motivi piace a destra e a sinistra, come si evince dalle numerose attestazioni di stima che ha ricevuto nelle ultime settimane, dopo aver avanzato la sua candidatura alla successione di Hans-Rudolf Merz in Consiglio federale.  Johann Schneider-Ammann, 58 anni, è però un liberista convinto, come testimoniano la sua storia di parlamentare (ancorché vissuta quasi in penombra) e le sue puntuali risposte alle nostre domande.

Tra i trecento personaggi più ricchi della svizzera (la rivista "Bilanz" stima per la sua famiglia un patrimonio tra i 500 e i 600 milioni di franchi), a questo ingegnere elettronico di Langenthal (Berna) figlio di un veterinario viene riconosciuto il merito di essere un padrone che difende l'occupazione: durante la crisi degli anni Novanta rinunciò a licenziare e assegnò ai suoi operai altre mansioni all'interno del gruppo industriale (la Amman Holding Sa di Langenthal) che dirige dal 1990. «Per non perdere dipendenti qualificati in vista della ripresa», spiegò. È inoltre uno che crede nella piazza industriale svizzera: a differenza di altri imprenditori ha mantenuto la produzione in patria e nel contempo ha saputo trasformare la Ammann Sa (ereditata dal suocero) in un'impresa d'importanza internazionale nel campo dei macchinari per l'edilizia, che oggi opera da Langenthal fino alla Cina: sotto la sua guida i dipendenti sono più che raddoppiati da 1.400 a 3 mila e il fatturato è quadruplicato a oltre un miliardo di franchi
Ora, a 58 anni, ha accettato (pare su insistenza del presidente del partito Fulvio Pelli) di candidarsi alla successione di Hans-Rudolf Merz in Consiglio federale. «Come imprenditore attivo a livello internazionale ho lo sguardo su un mondo che a Berna non tutti conoscono. Una mentalità imprenditoriale può solo far bene al collegio governativo», spiega Schneider-Ammann, dicendosi però consapevole che «un obiettivo si può raggiungere solo con il lavoro di squadra». Dunque, lascia intendere, non con i metodi di "capo azienda" che aveva Christoph Blocher.
In ogni intervista il consigliere nazionale liberale radicale non manca di sottolineare il suo apprezzamento per il «partenariato sociale» che lui ha sperimentato in veste di presidente di Swissmem, l'organizzazione mantello dell'industria metalmeccanica svizzera: «In undici anni c'è stato un solo sciopero», afferma con orgoglio.
Ma se come industriale si è distinto per prudenza e moderazione, in politica si è guadagnato la fama di liberista assoluto (oltre che quella di parlamentare assenteista): ha combattuto contro l'assicurazione maternità, durante l'esame parlamentare della revisione della Legge sull'assicurazione disoccupazione proponeva tagli alle prestazioni che andavano ancora più in là di quelli poi effettivamente decisi, è favorevole all'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni, così come alla liberalizzazione totale degli orari di apertura dei negozi, alla concorrenza fiscale tra i cantoni e alla tassazione forfettaria dei ricchi. Ed è contro il principio del salario minimo garantito.
È per tutte queste ragioni che con ogni probabilità il 22 settembre l'Assemblea federale lo eleggerà consigliere federale.
In attesa di questo verdetto, Schneider-Ammann ha accettato di rispondere alle domande di area.

Signor Schneider-Ammann, in Svizzera non tutti versano gli stessi contributi all'assicurazione contro la disoccupazione: più si guadagna meno si paga. Per risolvere i problemi di finanziamento della cassa, non sarebbe più giusto far pagare a tutti lo stesso contributo del  2,2 per cento del salario ed eliminare il "tetto" di 126 mila franchi, applicando lo stesso principio che vale per un'altra assicurazione sociale come l'Avs?
È sbagliato fare un paragone con l'Avs, poiché l'assicurazione contro la disoccupazione è stata concepita secondo il principio assicurativo tradizionale e dunque funziona in modo completamente diverso: ogni salariato paga i contributi e, in caso di perdita del posto di lavoro, ha diritto all'80 per cento (al 70 per cento se non ha figli) dell'ultimo salario. Chi guadagna tra 126 mila franchi e 315 mila versa già un contributo di solidarietà dell'1 per cento senza però aver diritto a prestazioni supplementari. Chiedere di più non sarebbe corretto. L'assicurazione non va trasformata in un distributore automatico di soldi.
Lei è favorevole all'innalzamento a 67 anni dell'età Avs. Ma la realtà ci indica che i lavoratori vengono espulsi sempre più presto dal mondo del lavoro. Come pensa di conciliare il suo obiettivo con questa tendenza, visto oltretutto che con la quarta revisione della Ladi si riducono anche le prestazioni ai disoccupati con più di 55 anni?
Innanzitutto una precisazione: non è vero che la revisione della Ladi prevede tagli alle prestazioni per i disoccupati ultra 55enni. Essa si limita a modificare il rapporto tra il periodo di contribuzione e la durata delle prestazioni. Gli ultra 55enni dovranno in futuro versare contributi per due anni consecutivi (e non solo per 18 mesi come ora) per ottenere due anni di indennità.
Per quanto riguarda la sua domanda, tutte le previsioni indicano che per ragioni demografiche in futuro saremo costretti a prolungare la vita lavorativa. Un eventuale innalzamento dell'età di riferimento a 67 anni dovrebbe andare di pari passo con un'ulteriore flessibilizzazione dell'età di pensionamento. Lo scopo che ci si deve prefiggere è quello di mantenere alto il nostro standard di vita senza nel contempo accumulare nuovi debiti. E questo in futuro sarà possibile solo attraverso un allungamento della vita lavorativa.
In più di un'occasione si è detto favorevole all'abolizione dell'imposta federale diretta (proporzionale al reddito) in cambio di un aumento dell'Iva, cioè della tassazione indiretta sui consumi (uguale per tutti). Come consigliere federale lavorerebbe a questo obiettivo?
La nostra riforma fiscale mira da un lato a semplificare il sistema e dall'altro a ridurre la pressione fiscale sulle persone sole e le famiglie. L'imposta federale diretta tocca solo una piccola parte della popolazione, la procedura d'incasso è dispendiosa e non garantisce grandi entrate. L'Iva è più giusta e, come tassa sui consumi determinante il comportamento dei consumatori, deve essere mantenuta più bassa possibile.
In Ticino nell'industria orologiera si pagano salari minimi di 2.500 franchi. È il caso per esempio del Gruppo Swatch, di cui lei è membro del Consiglio di amministrazione. Pensa davvero che nel 2010 si possa vivere in Svizzera con così pochi soldi?
I salari minimi fondamentalmente sono poco attrattivi e possono essere fuorvianti, anche a svantaggio dei salariati. In Ticino, poi, vi è la problematica dei lavoratori frontalieri. Ma le do ragione: con un salario come quello che lei ha indicato (non conosco gli importi esatti) una famiglia di quattro persone farebbe fatica a vivere e avrebbe bisogno di prestazioni sociali complementari. Bisogna però anche considerare che questo salario viene corrisposto al personale che svolge un lavoro poco qualificato. E se ciò consente di accedere al mondo del lavoro, può avere anche grande valore, in particolare per i giovani: hanno un'occupazione, sono integrati e ottengono una chance per migliorarsi nella scala sociale. È pur sempre un inizio ed è sempre meglio che non avere un lavoro e sentirsi inutili.
Quando nel 2003 il Consiglio nazionale (come molti altri parlamenti in Europa) con l'approvazione di un postulato riconobbe come fatto storico lo sterminio del popolo armeno perpetrato dai turchi durante l'Impero Ottomano, lei figurava tra i contrari. Nel suo intervento fece valere gli importanti interessi economici che legano la Svizzera alla Turchia. Significa che per lei i nostri interessi economici devono sempre venire prima di ogni altra cosa, anche quando si parla di genocidio e di diritti umani?
Innanzitutto una precisazione sui fatti: allora dissi che il genocidio non poteva e non doveva essere negato e che mi aspettavo che la cosa venisse "regolata" dal regime turco. Mi sono attenuto agli insegnamenti impartiti da noi svizzeri ad altri paesi. Sono però dispiaciuto di aver pronunciato in quell'occasione una frase sull'importanza delle relazioni economiche tra Svizzera e Turchia. Una frase che non era necessaria e che venne interpretata come il motivo principale del mio intervento. In ogni caso era così allora ed è così oggi: il mercato turco è importante e le nostre relazioni commerciali garantiscono molti posti di lavoro in Svizzera. E poi la condanna di un Paese non è di grande utilità, non porta a nulla e richiede pochi sforzi. Per me si trattava di evitare che la Svizzera s'immischiasse in questioni interne di un paese amico. Spetta alla Turchia elaborare il suo passato, con rispetto e dignità.
È sorpreso che la sua candidatura, nonostante un profilo chiaramente borghese, venga vista con favore anche da diversi politici di sinistra e da sindacalisti?
Mi fa naturalmente molto piacere. Penso sia il riconoscimento di oltre dieci anni di buona collaborazione con i sindacati in veste di presidente di Swissmem. Apprezzo molto il partenariato sociale, un importante garante della pace sociale e del benessere che ci ha consentito di trovare soluzioni sostenibili sia dal punto di vista sociale sia da quello finanziario: è per esempio con questo metodo che fu possibile inserire nel contratto collettivo di lavoro di Swissmem, molto tempo prima dell'adozione a livello federale dell'assicurazione maternità, le medesime prestazioni per le lavoratrici.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2010

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