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Liberi di investigare

di

Francesco Bonsaver
Da cane da guardia della democrazia a "cane da compagnia o da riporto del potere" (da una felice definizione di Marco Travaglio), l'involuzione del ruolo dei media può essere breve. Il rischio, concreto, è dato dalla lenta e progressiva scomparsa della figura del giornalista investigativo.
Il motivo? Spesso si indicano i soldi, ma a volte è la verità ad essere scomoda a troppi poteri, editori compresi. Rinunciarvi permette di prendere i classici due piccioni con una fava. La giustificazione economica comunque ha una sua parziale ragion d'essere: un gruppo di giornalisti in redazione che svolge attività d'inchiesta, costa soldi e tempo. E non sempre c'è la certezza che l'inchiesta porti a risultati pubblicabili. Da qui la tendenza, anche nei grandi media, a privarsene per ridurre i costi.
Ma l'icona vivente del giornalismo d'inchiesta, Seymour Hersh, colui che svelò agli americani i massacri di inermi civili compiuti dai suoi soldati in Vietnam (strage di My lai) e 35 anni dopo rivelò le umiliazioni inflitte ai prigionieri dai soldati Usa nel carcere di Abu Ghraib in Iraq, non è d'accordo. Lo ha affermato a Ginevra, durante la sesta edizione della Conferenza mondiale del giornalismo d'inchiesta (22-25 aprile 2010), quando ha spiegato che il sito internet del giornale per cui lavora, il New Yorker, è arrivato a contare fino a un milione di contatti al giorno quando pubblicò lo scandalo di Abu Ghraib. Un milione di contatti sono un buon indice economico per la pubblicità. Ma tant'è, la figura dei giornalisti investigativi è una specie in pericolo, almeno nei paesi altamente industrializzati.
La sorpresa controcorrente arriva  dai paesi con meno risorse economiche, Africa e paesi dell'Est europa in primis, forse perché abituati a vivere senza soldi, si lanciano in inchieste giornalistiche, rischiando non solo il posto di lavoro, ma la vita stessa. Sono alcuni degli aspetti salienti emersi alla Conferenza di Ginevra.
Ecco due esempi di un giornalismo stile "cane da guardia della democrazia": un gruppo di giornalisti moldavi, ungheresi e rumeni, ha rivelato all'opinione pubblica come il presidente moldavo Vorinin abbia accumulato una ricchezza impressionante abusando del suo potere, costringendolo alle dimissioni. Un'inchiesta del giornale "la Nacion" del Costa Rica ha portato in carcere il presidente del paese, indagando sui soldi ricevuti dal governo dalla Cina in cambio della rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan, con tanto di espulsione dell'ambasciata. Due esempi fra i tanti che si sono potuti ascoltare nelle giornate sulle rive del Lemano.
Ad aprire le danze della Conferenza, Roberto Saviano, lo scrittore giornalista autore del libro Gomorra (diventato anche un celebre film) nel quale svela l'attività criminale della camorra napoletana, e "sputtana" l'Italia secondo il primo ministro Silvio Berlusconi. Saviano individua in una sorta d'internazionalismo dei giornalisti il mezzo migliore per difendere i colleghi in pericolo di vita a causa delle loro inchieste, soprattutto nei paesi più deboli economicamente e corrotti. «Perché le parole, se raggiungono un ampio pubblico, possono incutere paura a chi ama il silenzio sul suo potere» ha aggiunto Saviano. Un autore scomodo che paga di persona la diffusione delle sue parole, vivendo da anni sotto scorta per la condanna a morte emessa dai clan camorristici.
Una conferenza di qualità, sponsorizzata principalmente nell'edizione elvetica dalla Televisione della Svizzera romanda, il cui obiettivo è "mettere in rete" i vari giornalisti investigativi sparsi nel pianeta per ottimizzare le risorse proprio per salvare questa "specie in pericolo".
La cooperazione internazionale tra giornalisti e testate risulta infatti vincente, come nel caso di Trafigura. La collaborazione tra Bbc, il Guardian, la televisione norvegese, un quotidiano della Costa d'Avorio (Le Jour), coordinata da un giornale olandese (De Volkskrant) ha fatto emergere lo scandalo del traffico di rifiuti tossici scaricati abusivamente in Costa d'Avorio dal gruppo Trafigura. Risultato, 15 morti e migliaia di intossicati oltre ai danni all'ambiente.
Dopo le rivelazioni giornalistiche, Trafigura, terzo gruppo commerciale a livello mondiale, ha versato 200 milioni di dollari quale indennizzo in Costa d'Avorio per evitare di finire in tribunale. Ma non è detto che ci sia riuscita, perché una denuncia di Greenpeace potrebbe trascinarla davanti a un tribunale olandese. Uno scandalo, guarda caso, passato in silenzio sui media elvetici, malgrado la ditta abbia la sua sede proprio a Ginevra. Neanche "la più vecchia democrazia del mondo" può dirsi tale senza il giornalismo d'inchiesta.

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2010

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