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Liberi di diventare poveri

di

Giuseppe Dunghi
I ragionamenti infantili sono quelli che fanno i bambini oppure quelli che ci vengono imposti per costringerci in una condizione di perenne infanzia culturale e politica? Passiamo in rassegna brevemente il campionario delle frasi fatte che hanno in comune la qualità di assomigliare al linguaggio con cui ci si rivolge ai bambini. Il debito pubblico del Cantone e della Confederazione è enorme; se non lo paghiamo noi, saranno chiamati alla cassa i nostri figli; gli anziani sono in aumento; non si possono più garantire per il futuro le pensioni di oggi; l’assicurazione invalidità è in deficit perché ci sono troppi invalidi abusivi; chi è in assistenza non deve avere un reddito maggiore di chi lavora, altrimenti conviene non lavorare; lo Stato nei suoi interventi deve attenersi al principio di proporzionalità e avere una funzione sussidiaria; è preferibile un’Authority indipendente che sorvegli i prezzi; bisogna lasciar fare all’iniziativa privata; le tasse… è meglio che il moltiplicatore si mantenga basso grazie al casinò; la concorrenza va a vantaggio del consumatore perché fa diminuire i prezzi; il consumatore è re; l’idraulico si fa pagare come uno strozzino; i sindacati frenano l’economia. Il comunismo è inconciliabile con la libertà. Un certo tasso di disoccupazione è fisiologico; la criminalità è in aumento; il problema più grosso è la sicurezza; bisogna diffidare delle parole terminanti in -ismo e usare di preferenza quelle che terminano in -ing. Sembra “La rassegna stanca”, la rubrica di Damiano Realini sulla Rete1 il sabato mattina, soltanto è meno divertente. Il debito pubblico del Ticino è perfettamente sopportabile; piuttosto, a furia di risparmi nella scuola, nell’assistenza e nella salute, stiamo lasciando ai nostri figli una società invivibile e un destino di precari; la ricchezza di questo paese permetterebbe di trattare con ogni riguardo tutti gli anziani se non venisse sequestrata dagli azionisti delle banche; se la prendono con gli invalidi perché vorrebbero mettere le mani anche sui loro 1200 franchi mensili; sì, lo Stato leggero, in modo che il settore finanziario si accaparri tutta la ricchezza disponibile, come i signori nell’alto Medioevo; il qualunquismo in campo fiscale ha già compromesso la coesione sociale e sta distruggendo i partiti storici; le 87 casse malati che si fanno concorrenza (Cara assicurata, caro assicurato, le proponiamo…) la fanno pagare a noi la loro concorrenza; il consumatore è una figura creata per essere contrapposta al lavoratore, quando i lavoratori saranno scomparsi come soggetto sociale non si sentirà più parlare di consumatori; il tasso di disoccupazione costante serve a tenere bassi i salari; tutti i furti commessi dai detenuti della Stampa messi assieme non ammontano alla cifra di un singolo “scandalo” bancario; in nome della sicurezza stiamo rinunciando allegramente a tutti i diritti civili; ora che non c’è più il comunismo siamo finalmente liberi di diventare poveri. Queste poche righe vorrebbero essere un piccolo omaggio a John Kenneth Galbraith, il vegliardo scomparso in questi giorni che ha speso tutta la sua vita a contrastare con coraggio, competenza e intelligenza i discorsi puerili e truffaldini sull’economia.

Pubblicato

Venerdì 12 Maggio 2006

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